Un cocomero in pieno autunno

Foto Federico Carnevale_Un cocomero in pieno invernoM’era arrivato il suo messaggio poco dopo pranzo. Diceva – I miei vanno da una mia zia che sta molto male, staranno fuori almeno tre ore, ti va di venire a casa mia? Risposi d’impulso – Sì, il tempo di arrivare -, e pensai a tre cose. Pensai che se i miei fossero stati meno fobici e mi avessero fatto un cazzo di scooter invece di un abbonamento per il bus, sarei arrivato a casa di Ilenia prima. Pensai che molto probabilmente quel pomeriggio avrei perso la verginità, io, ma anche lei, perché era da tanto che aspettavamo che quei martufi dei suoi genitori che non sloggiavano mai, se ne andassero almeno per qualche ora. Pensai inoltre che avrei fatto bene a prendere quel preservativo che c’avevano dato all’uscita di scuola certi volontari di non ricordo cosa, e che tenevo nascosto nel cassetto del comodino come una reliquia.
Presi l’autobus, mangiandomi già una buona mezz’ora per arrivare dove abitava Ilenia.
Sul bus non feci che rafforzare la mia teoria che i freak, i fenomeni da baraccone, prediligono i mezzi pubblici. C’era un tizio senza una gamba. Una donna grassissima che occupava due posti. Una donna dalla vita strettissima, e una ragazzina piena di brufoli con una testa gigantesca. E poi c’ero io. Mancava solo una coppia di sorelle siamesi, un nano e un gigante e quel bus avrebbe potuto tranquillamente mettere sulle fasce laterali la scritta “Freak Show”.

Finalmente arrivai alla fermata del quartiere di Ilenia. C’ero stato solo un’altra volta, per accompagnarla fino alla sua fermata col bus, ma quella volta non ero sceso. Sia la prima che la seconda volta che mi trovai lì, mi chiesi come cazzo si riuscisse ad abitare in quel grigio così totale.
Abitava nei palazzi popolari che stavano nella zona est della città. Sei lunghe file parallele di palazzoni, sei giganteschi mostri di cemento, tutti uguali tra loro, che davano casa a centinaia di famiglie. Deve essere stato un tipo triste quello che li ha progettati, pensai.
Scesi dal bus, sotto lo sguardo dei deformi che erano a bordo. Ciao, Ciao, miei cari freak, alla prossima, pensai.
Le nuvole, prima sparse e disunite, come in una congiura meteorologica contro di me, rapidamente si avvicinarono, unendosi e formando un omogeneo tetto grigio scuro. Ora il cielo faceva pendant con l’ambiente circostante.
Ilenia mi aveva detto – Scendi alla fermata davanti all’edicola, percorri la strada principale che passa perpendicolare ai palazzi e, quando arrivi al quinto palazzo, quello dove abito io, gira a destra e al portone suona Lorenzetti.
Già mi immaginavo quei citofoni con tremila nomi scritti sopra, che ci passi un quarto d’ora davanti prima di trovare chi cerchi.
La fermata dove ero sceso era all’altezza del quarto palazzo, distava una cinquantina di metri da quello di Ilenia. Ogni palazzo era separato dagli altri da una larga strada interna e un marciapiede con giardino che circondava ognuno di essi.
Camminavo sul marciapiede della strada, perpendicolare ai palazzi, con le mani in tasca e il mento infilato dentro il colletto alzato del giubbetto. Il vento mi sbatteva addosso un’aria fredda, che sapeva d’inverno. Pensai che forse avrebbe nevicato, ma in realtà non era così freddo come immaginavo. Iniziò a cadere qualche goccia.
Arrivato al quinto palazzo, lasciai la strada e presi ad andare verso il palazzo di Ilenia. Il cielo aveva già smesso di sgocciolare.
Ero molto emozionato. A casa mi ero cambiato vestito una decina di volte, neanche fossi stata una di quelle liceali americane prima del ballo di fine anno. Mi ero fatto due docce e tre bidet. Lavato i denti tre volte e per l’emozione ero andato al bagno quattro volte. Mi ero fatto anche la barba, o meglio, mi ero tagliato quei quattro peli che provavano a darmi un accenno di uomo in viso. Poi mi ero schiaffeggiato un po’ la faccia col dopobarba di papà, una cosa che avevo sempre sognato di fare. Alla fine poi mi ero messo i panni migliori che avevo, tutte cose comprate da poco. Stavo insieme ad Ilenia da tre mesi e sapevo che lei a queste cose ci faceva caso, cioè vedermi con bei vestiti, puliti e alla moda, intendo.
Arrivai al lato del palazzo che dava sulla strada, quello senza finestre, ed iniziai a camminare sul marciapiede che costeggiava il muro del palazzo. Giunto all’angolo mi venne in mente di controllare se avevo preso il preservativo. Prima di uscire avevo controllato e ricontrollato più volte. Mi slacciai il giubbetto e infilai la mano nella tasca interna. Il preservativo non c’era. Ebbi un attimo di smarrimento. Anzi, di panico puro. Volevo morire. Per prima cosa guardai l’orologio. Era già tardi. Pensai di correre in qualche farmacia, senza pensare all’imbarazzo che mi avrebbe provocato mettermi a comprare i preservativi in pieno giorno dal distributore automatico o peggio ancora dentro la farmacia. Però prima controllai meglio, e per fortuna lo trovai nella tasca dietro dei pantaloni. In una crisi maniacale ossessivo compulsiva, dovevo avergli cambiato di posto, scordandomene.
Col cuore alleggerito svoltai l’angolo. Ebbi il tempo di fare tre passi, poi qualcosa, a circa due metri da me, si fracassò a terra. Venni ricoperto di schizzi di qualcosa.
Lì per lì pensai solo al fatto che parte di quel “qualcosa”, mi aveva imbrattato tutti i miei panni migliori. Pensai che non avrei fatto in tempo ad andare a casa a cambiarmi. Pensai che probabilmente non avrei perso la verginità e che avevo davvero sfiga. Non pensai, non subito almeno, che davanti a me si era appena schiantato a terra il corpo di un uomo, la cui testa, con l’impatto, era praticamente esplosa.
Tutto questo pensare e non pensare avvenne in pochi istanti. Rimasi lì, immobile, a guardare quel corpo a terra. Lo guardai, incapace di muovermi.
Lo guardavo e riguardavo.
Ci misi un po’ per elaborare che c’era qualcosa di strano.
Mi aiutarono tre dettagli. Parte di quello che doveva essere un mix di sangue e materia cerebrale mi era arrivato sulle labbra: non aveva il sapore ferroso del sangue, ma era dolciastro. Quella che doveva essere stata la testa di quel corpo, non avrebbe mai potuto essere una testa normale. E poi sentii delle risate, sommesse all’inizio, poi sempre più forti. Chi cazzo è, pensai, che si mette a ridere in questo momento? Le risate venivano dall’alto. Alzai lo sguardo e, a circa una ventina di metri sopra di me, c’erano due ragazzi. Erano più grandi di me di qualche anno, sui diciotto anni, o almeno da lì sembrava così. Se la ridevano di brutto, dandosi di gomito e indicandomi. Mi accorsi che uno dei due teneva in mano un cellulare e mi stava riprendendo.
In quell’istante mi venne in mente una cosa che mi era accaduta da piccolo.

C’era un torrente vicino alla casa dei miei, dove ci andavo a pescare con un mio amico e suo nonno. Un giorno in cui avevamo programmato un’uscita di pesca, tutto fu annullato all’ultimo perché il nonno del mio amico non si sentiva bene e fu trasportato all’ospedale, seguito da tutta la famiglia, compreso il mio amico. Io però ormai mi ero fatto un sacco di film mentali su quel pomeriggio di pesca, fatto di carpe gigantesche e cavedani lunghi un metro, e tutta quella voglia che avevo non potevo mandarla sprecata. Così ai miei non dissi che la battuta di pesca non si faceva più, presi la canna, le esche, la cassetta con ami, piombi e galleggianti, e andai al torrente in bici. Da solo e un po’ emozionato. Quella era una zona off limits per noi ragazzini, se non accompagnati.
Andai diretto sotto il pilone del ponte della Provinciale che vi passava sopra. Lì c’era una grossa buca dove c’era di tutto: barbi, carpe, cavedani e tantissime alborelle. Ero così eccitato che al primo lancio gettai la lenza senza esca.
Restai un buon quarto d’ora senza prendere nulla più grande di un mignolo. Poi qualcosa affondò prepotentemente il galleggiante e, quando diedi la ferrata, capii subito che non si trattava di minutaglia. Dopo diversi minuti di combattimento riuscii a tirar fuori dall’acqua un bellissimo barbo. Sarà stato lungo trenta centimetri. Ero felicissimo. Lo osservai a lungo, poi lo rigettai in acqua.
Due minuti dopo ne presi un altro poco più piccolo. E poi ancora un altro più o meno delle dimensioni del primo. Presi anche una carpa sul mezzo chilo, e due cavedani. Era il giorno più pescoso della mia vita, non avevo mai preso così tanti pesci fino ad allora – probabilmente perché, andandoci sempre in compagnia di qualche altro ragazzino, si finiva sempre per fare troppo rumore, scacciandoli i pesci, invece che attirarli. Quel giorno invece ero da solo e quindi regnava il silenzio. Ero contento, mi sentivo il Re dei pescatori. Poi sentii un fischio. Lì per lì non capii da dove proveniva. Poi al secondo fischio, alzai lo sguardo. C’erano tre tipi, forse delle medie, forse più grandi, che sporgevano con la testa e parte del busto dal ponte, a circa quindici metri sopra la mia testa.
Si prende qualcosa? -, fece uno dei tre.
Sì, qualcosa sì -, feci io.
Come? -, fecero in coro tutti e tre.
Sì, qualcosa si prende -, ripetei più forte.
Che hai detto? Non ti sentiamo! -, fecero loro.
Sì, QUALCOSA SI PRENDE! -, dissi di nuovo, urlando.
E in quell’istante vidi due dei tre ragazzi sparire dal bordo del ponte. L’unico rimasto, ridendo, urlò – ALLORA FACCIAMO CHE PER OGGI BASTA COSì! -, e contemporaneamente gli altri due si riaffacciarono con in mano due grosse pietre per uno, che gettarono violentemente in acqua, a pochi metri da me.
Zuppo d’acqua, col cuore in gola per lo spavento, lasciai tutto lì, canna, esche, attrezzatura, bici e scappai via a piedi, continuando a sentire le loro risate lassù.
Tornai a casa in lacrime e quando mio padre mi vide e mi chiese cosa avessi fatto, confessai tutto. Lui mi mise in macchina e mi disse: ora li andiamo a cercare. Allora non so se fui preso da una specie di sindrome di Stoccolma, però mi prese paura che papà potesse fare qualcosa di brutto con quei ragazzi e, così, quando andando in direzione del torrente e incrociammo uno di quei tre sullo skate, a papà non dissi nulla. Andammo a recuperare le cose lasciate lì e basta, e la cosa finì lì.

Ora la situazione era diversa, ma nemmeno poi tanto.
Degli stronzi stavano comunque ridendo a diversi metri sopra di me per uno scherzo del cazzo fatto al sottoscritto.
Poi non so bene cosa accadde. Io credo di non entrarci nulla, voglio dire, non è che ho poteri paranormali o che, però, certo, quel che accadde fu strano.
I due coglioni presero a ridere sempre più forte, probabilmente contenti dello scherzo riuscitissimo. Sentii ridere anche da altre parti, mi girai e vidi che in diversi si erano affacciati dal palazzo di fronte, e da quel che potevo vedere da lì, tutti mi sembravano molto divertiti. Dentro di me stavo prendendo fuoco, e non so se più dalla vergogna o dalla rabbia. Guardai di nuovo quello che all’inizio pensai fosse il corpo di un suicida: adesso vedevo chiaramente che erano solo panni imbottiti di gommapiuma e una testa fatta con un cocomero, ora a pezzi. Tornai a guardare i ragazzi. Sentii uno dei due dire all’altro – Zumma sulla faccia di quel coglione –, e l’altro rispondere – Non so come cazzo si fa, è da poco che ce l’ho. Allora l’altro fece – Dammi qua – strappando dalle mani dell’amico lo smartphone, solo che non lo prese bene e, il telefono, dopo essergli scivolato di mano e aver rimbalzato su una specie di muretto su cui i due si erano sporti, cadde di sotto. Il proprietario provò a prenderlo, e ci riuscì, solo che si era sporto troppo, perse l’equilibrio e iniziò a cadere. L’amico provò a prenderlo, e ci riuscì, afferrandogli una caviglia, ma l‘amico era troppo pesante e se lo trascinò dietro.
Neanche due secondi dopo mi trovai di nuovo addosso degli schizzi, che stavolta però non erano di succo di cocomero, ma di sangue e materia cerebrale vera.
Guardai le persone del palazzo di fronte, ora non ridevano più.

Quando arrivarono le autoambulanze, la Polizia e quelli delle onoranze funebri io ero ancora lì, fermo, immobile, nello stesso punto in cui mi ero fermato quando mi cadde davanti quel pupazzo. Poi qualcuno mi mise una coperta sulle spalle e mi fece salire su un’autoambulanza, mi diedero da bere qualcosa, poi mi addormentai e mi svegliai molto tempo dopo, a casa.

Due mesi dopo feci l’amore per la prima volta con Ilenia, fu una cosa inaspettata, infatti non portavo addosso i miei vestiti migliori.
Ad ogni modo, a distanza di tempo da quel fatto, non ho ancora capito cosa è accaduto davvero quella sera. Ma soprattutto c’è una cosa che mi chiedo spesso.
Dove cazzo potevano aver trovato, quei due poveri stronzi, un cocomero in pieno autunno?

Foto: Federico Carnevale (A.K.A.: Julius Maria Joseph)
Revisione: Silvia Paolucci – Pierluca D’Antuono (Verde Rivista)

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