Budella, un racconto di San Vuotabudella (CAVIE, Chuck Palahniuk)

cavieQuando lessi per la prima volta questo racconto, contenuto in “Cavie”, un romanzo composto da ventitré storie raccontate dai protagonisti, capii subito che Chuck Palahniuk sarebbe diventato il mio scrittore preferito.

Budella
Un racconto di San Vuotabudella

Inspirate.
Inalate il più possibile.
Questo racconto dovrebbe durare più o meno il tempo che riuscite a trattenere il respiro, più un altro po’.
Per cui ascoltate più in fretta che potete.
C’era un mio amico che quando aveva più o meno tredici anni aveva sentito parlare del “pegging”. Vuol dire quando ci si fa scopare in culo con un dildo. Pare che stimolarsi a dovere la ghiandola prostatica ti faccia avere degli orgasmi col botto. E senza mani, per di più. Alla sua età, questo mio amico è come dire, un po’ un maniaco sessuale ed è sempre in cerca di modi nuovi per arraparsi. Ragion per cui esce a comprarsi una carota e della vaselina. Per condurre, ecco, una piccola ricerca privata sulla faccenda. Poi però si immagina al supermercato, la carota e la vaselina che scorrono sul nastro trasportatore in direzione della cassiera. E la gente in coda che osserva. E capisce che gran seratona si è organizzato.
Ragion per cui questo mio amico compra latte, uova, zucchero e una carota: gli ingredienti per una bella torta di carote, insomma. Più la vaselina.
Come se si dovesse infilare su per il culo una torta di carote.
A casa smussa accuratamente un’estremità della carota, poi la unge e ci poggia sopra il culo. E non succede nulla. Orgasmo: zero. Niente di niente. Tranne che fa male. E a quel punto la madre lo chiama perché è pronta la cena. Vieni giù, dice, immediatamente. Allora lui estrae la carota e la avvolge in un mucchio di indumenti da lavare che poi ficca sotto il letto.
Dopo cena va a cercare la carota e non la trova più. Durante la cena sua madre ha raccolto tutti i vestiti sporchi e ha fatto il bucato. Non esiste al mondo che non abbia trovato la carota, ancora unta di vaselina e puzzolente, arrotondata ben bene con un pelapatate appositamente sottratto in cucina.
Questo mio amico per mesi e mesi teme il peggio, terrorizzato che i genitori si decidano a parlargli. Ma non succede mai. Ancora adesso, in età adulta, a ogni cenone natalizio, a ogni festa di compleanno, l’invisibile carotone aleggia su di loro. A ogni caccia al coniglio pasquale con i suoi figli, i nipoti dei suoi genitori, la carota fantasma è sempre lì, sospesa sulle loro teste.
Come qualcosa di troppo orribile per essere anche solo nominato.

In Francia c’è un modo di dire che è l’”esprit de l’escalier”, lo “spirito della scala”, cioè quando trovi la risposta che cercavi ma ormai è troppo tardi. Per esempio sei a una festa e un tizio ti insulta. Vorresti rispondergli. Ma alla fine, messo alle strette, lì davanti a tutti, dici la prima scemenza che ti passa in testa. Poi, nel momento esatto in cui te ne vai, proprio mentre stai scendendo le scale… miracolo. Ti viene la risposta, quella giusta, quella che avresti dovuto dare. La battuta che piega le gambe.
È questo, l’”esprit de l’escalier”.
Il problema è che neppure i francesi hanno un’espressione per definire le scemenze che in effetti ti escono di bocca quando sei sotto pressione. Quelle disperate idiozie che pensi o che fai. Esistono azioni talmente penose da non meritare neppure una definizione. Troppo basse perché valga la pena persino di parlarne.
Guardando la casistica passata, gli esperti di problemi infantili e gli psicologi scolastici ammettono che la maggior parte dei suicidi di adolescenti avvenuti per soffocamento ha avuto luogo mentre i suddetti si stavano sparando una sega. I genitori li trovano così, morti, un asciugamano avvolto, intorno al collo, penzolanti dall’asta dell’armadio. E sperma di cadavere ovunque. Ovviamente puliscono. Gli mettono un paio di pantaloni. Fanno apparire la situazione, come dire, meglio di quella che è. Quanto meno intenzionale. L’ennesimo, triste caso di adolescente suicida.
Un altro mio amico, uno della mia scuola, aveva un fratello arruolato in Marina che gli aveva detto che in Medio Oriente si sparano le seghe in modo diverso da noialtri. Questo fratello era di stanza non mi ricordo in quale paese di cammellieri e laggiù si possono comprare degli aggeggi che assomigliano un po’ a dei tagliacarte eleganti. Ognuno di questi aggeggi consiste di una sottile bacchetta di ottone o argento accuratamente levigata, lunga più o meno come una mano, con all’estremità una specie di pomo di metallo, o rotondo o come l’elsa di una spada. Il fratello militare del mio amico gli ha spiegato che gli arabi prima se lo fanno venire duro e poi si infilano queste bacchette per tutta la lunghezza del cazzo. Poi, con l’asticella piantata dentro, si fanno una sega. Pare che così sia molto più bello. Più intenso.
È questo fratello maggiore che viaggia per il mondo a mandargli di tanto in tanto frasi francesi. O russe. O idee per menarselo meglio.
Dopo di che un giorno questo mio amico non si presenta a scuola. La sera mi chiama per chiedermi se per un paio di settimane posso passare a prendere i suoi compiti perché lui è in ospedale.
L’hanno messo in una camera insieme con dei vecchi che si devono far operare alle budella. Mi racconta che hanno una sola tivù e che come unico divisorio c’è una tendina. I suoi non vengono a trovarlo. Al telefono mi dice anche che loro, potendo, ammazzerebbero volentieri il suo fratello maggiore, quello che è in Marina.
Al telefono mi racconta che il giorno prima, in camera sua, si stava facendo una canna sul letto. Aveva anche acceso una candela e sfogliando delle vecchie riviste porno gli era venuto di spararsi una sega. Questo succedeva dopo che aveva parlato con suo fratello. Che gli aveva raccontato come se lo menano gli arabi. Il mio amico allora comincia a guardarsi intorno alla ricerca di un attrezzo adatto. Una penna a sfera? Troppo grossa. Una matita. Anche quella troppo grossa. In più, ruvida. Se non che, lungo la candela c’è una sottile, morbida striscia di cera colata che potrebbe fare al caso suo. Il mio amico con la punta delle dita la stacca delicatamente dalla candela e la modella tra le palme delle mani. Eccola lì, lunga, liscia e sottile.
Stonato e arrapato com’è, se l’infila nel buchino del cazzo e spinge bene in fondo. Dopo di che, con un bel pezzetto che ancora gli fuoriesce, comincia a spipparsi.
A tutt’oggi il mio amico giura e stragiura che questi arabi non sono niente scemi. Hanno praticamente reinventato la sega. Lungo disteso sul letto la situazione si fa così bella che lui dimentica l’asticella. È ormai a un palmo dalla sua brava schizzata quando si accorge che è sparita.
L’asticella di cera gli è scivolata dentro. Completamente. Così a fondo che non riesce più a sentirla neppure tastandoselo. Dal piano di sotto sua madre intanto lo chiama per la cena. Vieni giù immediatamente, dice. Il ragazzo della carota e quello della cera sono persone differenti, ma in effetti conducono esistenze praticamente identiche.
Dopo cena al mio amico cominciano a fare un gran male le budella. È solo cera, si dice, per cui è convinto che prima o poi gli si scioglierà dentro e riuscirà a pisciarla via. Adesso però gli fa un gran male la schiena. E anche i reni. Praticamente non riesce a stare in piedi.
Mentre il mio amico mi parla al telefono, sento in sottofondo campanelli che suonano, gente che grida. Sembra un telequiz.
I raggi X rivelano la verità, mostrando all’interno della sua vescica un oggetto lungo e sottile ripiegato. E quell’aggeggio a forma di V dentro di lui sta raccogliendo tutti i minerali contenuti nella sua piscia. Sta diventando sempre più grosso e irregolare e, ricoperto del suo bravo strato di cristalli di calcio, sbatacchia qua e là lacerandogli le delicate pareti della vescica e impedendo alla piscia di uscire. Ha i reni praticamente intasati. Il poco che gli esce dal cazzo è striato di sangue.
E quel mio amico, di fronte alla famiglia al completo intenta a osservare assieme al dottore e all’infermiera la lastra solcata dalla V bianca della cera, be’, a quel punto deve dire la verità. Il modo in cui si arrazzano gli arabi. E quello che gli ha raccontato il fratello maggiore arruolato in Marina. Ed è a questo punto, al telefono, che comincia a piangere.
L’operazione alla vescica gliel’hanno pagata con i risparmi destinati al college. Per uno stupido errore, addio alla carriera da avvocato.
Ficcarsi qualcosa dentro. Ficcarsi dentro a qualcosa. Una candela su per il cazzo o la testa dentro un cappio, sono comunque guai grossi, lo sapevamo.
A mettere nei guai me è stata quella che chiamavo la Pesca delle Perle.
Che poi voleva dire farmi una sega sott’acqua, seduto sul fondo della piscina dei miei.
Dopo aver dato un bel respiro, scalciavo fino a toccare il fondo e mi levavo il costume da bagno. Me ne stavo seduto lì per due, tre, anche quattro minuti.
A furia di seghe, peraltro, mi era venuta una capacità polmonare pazzesca. Se avessi avuto la casa a mia disposizione sarei andato avanti per tutto il pomeriggio. Quando poi avevo schizzato fuori la mia roba, lo sperma se ne restava lì, sospeso in grandi globuli grassocci e lattiginosi.
Poi seguivano altre immersioni per acchiappare il tutto, raccoglierlo e spalmarlo ben bene in un asciugamano. Per questo si chiamava la Pesca delle Perle. Nonostante tutto quel cloro, a preoccuparmi era mia sorella. Oppure, Dio Onnipotente, mia mamma.
La mia peggior paura al mondo era questa: la mia sorellina vergine adolescente che in un primo momento pensa di stare semplicemente ingrassando e poi dà alla luce un ritardato a due teste. E tutte e due le teste sono uguali identiche a me. Me, il padre. E lo zio.
Alla fin fine, però, a metterti nei guai non sono mai le cose che ti preoccupano.
La parte migliore della Pesca delle Perle era il foro d’aspirazione per il filtro della piscina e per la pompa della circolazione. Il massimo era starci seduti sopra nudi.
Come direbbero i francesi: a chi non piace farsi poppare le chiappe?
Però, però. Un momento sei solo un ragazzino arrapato e l’istante dopo puoi dire addio alla tua carriera di avvocato.
Un momento sono seduto sul fondo della piscina e il cielo sopra i due metri e mezzo d’acqua fluttua azzurro chiaro sulla mia testa. Il mondo è silenzioso, se si eccettua il battito cardiaco nelle mie orecchie. Per sicurezza, tengo annodato al collo il mio costume da bagno a righe gialle, nel caso che sbuchi fuori un amico, un vicino, o chissà chi a chiedermi perché ho saltato l’allenamento di football. Il risucchio costante del buco di aspirazione della piscina mi titilla e abbandono voluttuosamente il mio scarno, pallido culo a quella sensazione.
Un momento ho abbastanza aria in corpo e l’uccello in mano. I miei sono al lavoro e mia sorella è a danza. A casa non dovrebbe esserci nessuno per ore.
La mano mi porta al limite estremo, ma mi fermo. Riemergo per prendere un bel respiro. Mi tuffo e mi riaccomodo sul fondo.
E poi ancora e ancora.
Dev’essere per questo che alle ragazze piace quando ti si siedono in faccia. Il risucchio è come fare una cagata che non finisce mai. Con l’uccello bello duro e le chiappe risucchiate, non ho bisogno d’aria. Col battito cardiaco che rimbomba nelle orecchie, me ne resto sotto fin quando tante stelline luccicanti non cominciano a insinuarmisi negli occhi.
Le gambe stese davanti a me, il retro delle ginocchia che gratta contro il fondo di cemento. I piedi mi stanno diventando blu, le dita delle mani e dei piedi sono tutte raggrinzite per l’immersione prolungata.
Ed è proprio a quel punto che mi lasciò andare. I grossi sputacchi bianchi cominciano a schizzare. Le perle.
Ed è a proprio quel punto che ho bisogno di un po’ d’aria. Però, quando cerco di darmi la spinta contro il fondo, non ce la faccio. Non riesco a puntare i piedi sotto di me. Il culo mi è rimasto attaccato.
Il personale del pronto soccorso potrà confermarvi che ogni anno circa 150 persone restano incastrate in questo modo, risucchiate dalla pompa della circolazione. A restare incastrati sono i capelli, o il culo, e finisci annegato. Ogni anno succede a un sacco di gente. Per lo più in Florida.
La gente semplicemente non ne parla. Nemmeno i francesi parlano proprio di TUTTO.
Tiro su un ginocchio e infilo un piede sotto di me, e sono quasi riuscito a mettermi dritto quando sento qualcosa strattonarmi le chiappe. Insinuo a fatica anche l’altro piede, e mi do la spinta contro il fondo. Riesco a pinnare liberamente, non tocco più il cemento; ma non riesco ad arrivare in superficie.
Continuo a dibattermi, dimeno le braccia. Sono grosso modo a metà strada ma non riesco assolutamente a salire più su. Il battito cardiaco nella testa mi si fa sempre più forte e veloce.
Bagliori scintillanti di luce mi attraversano frenetici gli occhi, mi giro e guardo sotto di me. E quello che vedo non ha senso. C’è un grosso cordone, una specie di serpente bianco-azzurrognolo solcato da vene, apparentemente sbucato fuori dallo scarico della piscina, che mi trattiene per le chiappe. Alcune di quelle vene perdono sangue, sangue rosso che però sott’acqua sembra nero e fuoriesce da piccole lacerazioni nella pelle bianchiccia del serpente. Il sangue si allontana e scompare nell’acqua, e dentro alla sottile pelle bianca-azzurrognola del serpente sono visibili dei bocconi di un pasto semidigerito.
Unica spiegazione sensata: un qualche orribile mostro, un serpente marino, un essere che non ha mai visto la luce del giorno, se ne stava nascosto sul fondale scuro della piscina, in attesa di divorarmi.
Così… Comincio a prendere a calci la sua pelle viscida e gommosa, attraversata da vene, e mi sembra che continui a uscire dallo scarico della piscina. Ora è lungo più o meno quanto la mia gamba, ma mi è ancora attaccato al buco del culo. Un altro calcio e sono qualche centimetro più vicino a prendere un altro respiro. Sempre con il serpentone appeso al culo, sono un po’ più vicino alla fuga.
Dentro al serpente sono visibili grumi di mais e di noccioline. Anche una pastiglia oblunga di un arancione vivace. Identica al genere di pillole vitaminiche da cavalli che papà mi fa prendere per aiutarmi a mettere su peso. Per ottenere una borsa di studio per meriti sportivi. Sono addizionate di ferro e di acidi grassi omega tre.
È la vista del pillolone di vitamine che mi salva la vita.
Perché quello non è un serpente. È il mio intestino crasso, il mio colon che penzola fuori di me. Ho avuto quello che i dottori chiamano un prolasso. Quelle sono le mie budella aspirate dallo scarico.
Gli infermieri potranno dirvi che la pompa di una piscina aspira 300 litri d’acqua al minuto. Questo significa una pressione di circa 200 chili. Il problema con la “P” maiuscola è che noi esseri umani siamo tutti legati insieme. Il culo, in fondo, non è altro che l’estremità opposta della bocca. Se mi lascio andare, la pompa continuerà funzionare srotolandomi le mie interiora fino a prendermi la lingua. Immaginate di fare una cagata da 200 kg, e capirete il genere di sottosopra.
Quel che posso dirvi è che non si sente più di tanto dolore alle viscere. Non allo stesso modo in cui si sente sulla pelle. La roba in digestione i dottori la chiamano materia fecale. In alto invece c’è il chino, sacche di una sottile massa schifosa e semiliquida costellata di mais, noccioline e pisellini verdi.
Intorno a me fluttua un gran minestrone di sangue, mais, merda, sperma e noccioline. Anche se ho le viscere che mi si stanno srotolando fuori dal culo, e cerco disperatamente di tenermi stretto quello che ne resta, anche allora il mio primo desiderio è di trovare il modo di rimettermi il costume.
Dio non voglia che i miei mi vedano l’uccello.
Con una mano perciò mi tengo un pugno stretto attorno al culo, con l’altra afferro il mio costume a righe gialle e me lo sfilo dal collo. Rimetterselo, però, è impossibile.
Se avete la curiosità di sentire com’è il vostro intestino, compratevi una scatola di quei preservativi di pelle d’agnello. Tiratene fuori uno e srotolatelo. Riempitelo di burro d’arachidi. Cospargetelo di vaselina e tenetelo sott’acqua. A quel punto provate a strapparlo. Lo troverete resistentissimo e gommoso. E talmente viscido da non riuscire ad afferrarlo.
Un preservativo di pelle d’agnello in fondo non è altro che intestino.
Ecco, ora avete un’idea di quello con cui ho a che fare.
Molli un secondo e sei sbudellato.
Nuoti verso la superficie per respirare, e sei sbudellato.
Non nuoti e sei affogato.
Si tratta di scegliere tra essere morto ora o esserlo tra un minuto a partire da ora.
Quello che i miei troveranno, di ritorno dal lavoro, sarà un grosso feto nudo, rannicchiato su se stesso, fluttuante nell’acqua torbida della loro piscina, legato al fondo da uno spesso cordone di vene e di viscere aggrovigliate. L’esatto opposto di un ragazzo che muore impiccato mentre si sta facendo una sega. Questo è il piccino che hanno portato a casa dall’ospedale tredici anni fa.
Il ragazzino che speravano ottenesse una borsa di studio per il football e una laurea. Quello che si sarebbe preso cura di loro durante la vecchiaia. Ecco qua il loro mondo di sogni e di speranze. Se ne sta lì a galleggiare, nudo e morto. E intorno a lui, grosse perle lattiginose di sperma.
O forse invece i miei mi troveranno avvolto in un asciugamano zuppo di sangue, stramazzato a metà strada tra la piscina e il telefono della cucina, con brandelli di viscere laceri e sfilacciati che ancora penzolano fuori dalla gamba del mio costume da bagno a righe gialle.
Una roba di cui persino i francesi eviteranno di parlare.
Quel fratello maggiore del mio amico nella Marina ci ha insegnato un’altra bella frase. Una frase russa. Noi diciamo: «Ho bisogno di questa cosa come di un buco in testa…» e i russi dicono: «Ho bisogno di questa cosa come di un buco del culo coi denti…».
Mnye etoh nadoh kahk zoobee v zadnetze.
Come quelle storie sugli animali presi in trappola che si strappano a morsi le zampe; be’, il primo coyote che passa vi confermerà che tra darsi un paio di morsi ed essere morti stecchiti proprio non c’è confronto.
Cavolo… anche se siete russi, un giorno o l’altro potrebbe accadenti di desiderarli, quei denti.
Altrimenti ecco quello che dovete fare: dovete come torcervi, agganciare un gomito dietro al ginocchio e tirare la gamba il più possibile verso la faccia. Poi cominciate a mordere e dilaniare il vostro stesso culo. Sapete, siete a corto d’aria e quindi disposti a masticare per bene qualsiasi cosa vi faccia arrivare al prossimo respiro.
Certo, non è il genere di cosa che ti senti di raccontare a una ragazza al primo appuntamento. Soprattutto se aspiri a un bel bacio della buonanotte.
Se vi dicessi che sapore aveva vi garantisco che neanche morti mangereste più calamari.
È difficile dire da cosa rimasero maggiormente orripilati i miei genitori: dal modo in cui mi ero ficcato in quel guaio o dal modo in cui mi ero salvato. Dopo l’ospedale la mamma mi disse: «Non sapevi quello che stavi facendo, tesoro. Eri sotto choc». E così ha imparato a cucinare le uova in camicia.
E tutta la gente disgustata o mossa a compassione nei miei confronti…
Ho bisogno di loro per davvero come di un buco del culo coi denti.
Adesso mi dicono sempre che sembro troppo pelle e ossa. La gente a cena assume un’aria quietamente incazzata quando non mangio il pasticcio di carne amorevolmente cucinato. Ma a me il pasticcio di carne mi ammazza.
Come il prosciutto affumicato. Qualsiasi cosa che se ne stia a bighellonare per le mie viscere per più di un paio d’ore ne fuoriesce ancora sotto forma di cibo. Fagioli caserecci, tranci di tonno, quando mi alzo dal gabinetto, li trovo lì ancora interi a galleggiare.
Del resto, dopo una resezione intestinale non è che digerisci la carne così bene. Come la maggior parte della gente avete un metro e mezzo di intestino crasso. Io mi ritengo fortunato ad avere ancora i miei bravi 15 centimetri. Per concludere, non ho mai avuto una borsa di studio per il football. Non mi sono mai laureato. Entrambi i miei amici, il ragazzo della cera e il ragazzo della carota, sono cresciuti, sono diventati grandi, ma io non ho mai pesato un etto più di quanto non pesassi quel giorno a tredici anni.
Un altro grosso problema è stato che i miei avevano pagato un sacco di soldi per quella piscina. Alla fine papà ha detto al tizio della piscina che era stato un cane. Il cane di famiglia era cascato dentro ed era annegato e il suo cadavere era stato risucchiato dalla pompa. Anche quando il tizio della piscina ha spaccato il filtro per aprirlo e ne ha pescato fuori un tubo gommoso, un gomitolo acquoso di intestino contenente ancora una grossa pillola vitaminica arancione, papà ha tagliato corto: «Quel cazzo di un cane era proprio fuori di testa».
Dalla finestra di camera mia, al piano di sopra, si sentiva papà che diceva: «Quel cane non lo potevi lasciare da solo un secondo…».
Poi a mia sorella non sono più venute le mestruazioni.
Nemmeno dopo avere cambiato l’acqua della piscina, dopo avere venduto la casa ed esserci trasferiti in un altro Stato, nemmeno dopo l’aborto di mia sorella i miei hanno fatto più cenno a questa storia.
Mai.

Quella è la nostra carota invisibile.
Voi. Adesso potete fare un bel respiro profondo.
Io non l’ho ancora fatto.

Cavie di Chuck Palahniuk, traduzione di Matteo Colombo, Giuseppe Iacobaci, collana Strade Blu, Arnoldo Mondadori, 2005, pp. 414. ISBN 88-04-54438-4.

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2 thoughts on “Budella, un racconto di San Vuotabudella (CAVIE, Chuck Palahniuk)

  1. Cavie è un libro impressionantemente bello. Io ho sempre pensato, dalle prime pagine che dovrebbe essere trasposto in un film… Chuck Palahniuk è talmente bravo che scrivendo il suo romanzo ne ha già scritto la sceneggiatura… spero che prima o poi qualcuno abbia il coraggio di farlo! sarebbe stato perfetto per Stanley Kubrick…

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