Martini Dry


Massimo Minestrini si svegliò, supino sul letto, nudo, senza nemmeno le mutande. Niente pigiama, e niente coperte addosso. Un Cristo senza sindone.
Ma com’è possibile?, pensò. A parte le coperte ammucchiate ai piedi del letto – succede che di notte si senta caldo e ci si scopra, anche se era difficile visto che era pieno inverno -, la cosa strana era che ricordava di aver indossato il suo pigiama prima di mettersi a dormire, come sempre. Invece, ora, il suo abbigliamento da notte si trovava gettato senza cura su una sedia. Le mutande poi, perché si doveva esser tolto le mutande?
Sentiva freddo e aveva il naso chiuso, chiuso come da quintali di muco.
Deglutì e fu come inghiottire del breccino. Il viso gli s’arricciò dal dolore. Poi inspirò forte e sentì i polmoni bruciare sotto al petto. Quel respiro diede il là ad un violento attacco di tosse.
Finito di tossire, arrivò forte la nausea. Un conato di vomito lo fece correre in bagno. Non riuscì ad arrivarci: un fiotto di bile gli saltò fuori dalla bocca e si spalmò sulle piastrelle del corridoio.

Gli girava la testa, si sentiva strano, debilitato, e nonostante avesse fatto diversi sciacqui con l’acqua per togliersi il sapore di vomito dalla bocca, il signor Minestrini avvertiva una secchezza delle fauci incredibile.
Forti brividi iniziarono a scuoterlo. Aver dormito scoperto doveva averlo fatto ammalare, pensò.
Intontito come una serpe d’inverno, e ancora nudo, andò in cucina, strappò un foglio di scottex e si soffiò il naso. Il muco colò copioso dal naso.
Guardò l’orologio e non poté non rimanerne stupito: mezzogiorno. Com’era possibile? Lui che tutte le mattine già alle sei – anche dopo il pensionamento dalla scuola – era sempre sveglio ed attivo. Mentre si crucciava per l’aver dormito così tanto, un’arietta fresca lo raggiunse alle spalle, senza pretese, lambendo il suo corpo da ex atleta, ormai flaccido e vecchio.
Seguì quel venticello uscendo dalla cucina in punta di piedi, come una ballerina, per non sentire appieno il fresco del pavimento.
Percorse il corridoio fino a trovarsi davanti alla porta di casa, socchiusa.
E questa? Come mai è aperta?, si chiese preoccupato.
La chiuse spezzando quel braccio d’inverno che s’era insinuato senza permesso in casa sua. Si girò per tornare in camera, ma di nuovo sentì dell’aria fredda alle spalle. La porta si era aperta di nuovo. Guardò bene. Il pistoncino della serratura se ne stava timido dentro la porta, incastrato. Il legno intorno era tutto graffiato. Il portone era stato forzato.
Spaventato, il signor Minestrini prese una sedia e la mise davanti alla porta per non farla aprire di nuovo, poi corse al telefono.
Compose il 113 e, senza quasi dar tempo al suo interlocutore di dire “Pronto”, non appena sentì qualcuno sollevare il ricevitore espose affrettato la sua situazione.

“Non si preoccupi, stia calmo e mi dia il suo indirizzo che così le mandiamo subito qualcuno”, disse la voce che rispose al 113.
Minestrini diede tutte le informazioni necessarie al centralinista della Polizia, e riattaccò. Non si preoccupi, stia calmo, fece scimmiottando la voce del poliziotto con cui aveva appena parlato, la fa facile quello, si disse tra sé e sé.
Un’altra ondata di brividi lo convinse ad andare a vestirsi, per poi di controllare la casa. Così tornò in camera, prese il sopra del suo pigiama azzurrino e se lo infilò. Quando indossò i pantaloni – senza mutande, visto che non riusciva a trovarle -, sentì una fitta fortissima nell’interno coscia, un dolore che anche appena alzato aveva sentito, ma in maniera molto più lieve. Lasciò correre. L’adrenalina, liberata dalla paura, scorreva forte e copriva ogni dolore. Così si infilò le ciabatte e, quasi trascinandosi, iniziò ad ispezionare casa.

La cassaforte non era stata toccata. Come nient’altro del resto. Aveva controllato tutto. E tutto era come lo aveva lasciato la sera prima. Nemmeno un calzino fuori posto, una penna fuori dal portapenne. Niente.
Qualcuno però doveva essere entrato, altrimenti perché era stata forzata la porta? E si stava chiedendo proprio questo Minestrini quando suonarono alla porta.
Andò ad aprire e si trovò di fronte una ragazza alta, castana, dallo sguardo severo, calata perfettamente in una divisa della polizia. Le guance butterate erano coperte da uno spesso strato di cipria. Dietro alla poliziotta, in strada, c’era una volante parcheggiata con dentro un altro poliziotto.
“Sa-sa-salve, è lei il si-ssis-signor Minestrini?”, chiese la giovane poliziotta, incespicando un po’ con le parole. Minestrini non sembrò farci caso.
“Sì, sono io. Vi ho chiamato perché come può vedere mi hanno forzato la porta”, rispose l’uomo indicando la parte vistosamente rovinata del portone.
Il vento s’era alzato e trascinò in casa Minestrini qualche foglia secca. L’uomo si riparò dietro la porta, poi invitò la poliziotta ad entrare. L’agente, prima di farlo, si guardò indietro, verso la macchina: il collega, al caldo nella “gazzella”, era tutto preso da suo nuovo iPhone. Lei scosse la testa ed entrò.

“Ma-ma-manca qua-qua-qualcosa?”, domandò la poliziotta.
Questa volta il signor Minestrini s’accorse distintamente che la ragazza in divisa balbettava, ma non diede peso alla cosa. “No, ho controllato tutto. Non manca niente…”, rispose, poi s’interruppe, come per pensarci bene, poi riprese, “o almeno così sembra”.
“Qua-quando pensa si-si-siiiano e-entrati?”, chiese la poliziotta guardandosi intorno.
“Mah, credo proprio la notte appena passata…”, disse Minestrini visibilmente spaventato.
“Ha no-notato qualcosa d’insolito ieri prima di mettersi a letto?” domandò l’agente riuscendo, stavolta, a non incespicare più di tanto con le parole.
“No, sono andato a dormire verso le undici, come sempre…l’unico fatto strano è che questa mattina mi sono svegliato molto, ma molto più tardi rispetto alla norma: era a mezzogiorno! Una cosa impossibile per me che mi alzo da sempre alle sei, e soprattutto… ero tutto nudo!”, rispose l’uomo, non nascondendo un certo imbarazzo.
“Che lavoro fa signor Minestrini? Di che si occupa? C’è qualcuno che potrebbe avercela con lei?”, ora la poliziotta parlava spedita,  sembrava aver riacquistato piena padronanza di sé.
“Beh, non lavoro più, sono un insegnante di educazione fisica in pensione, insegnavo alle medie, ma ora non faccio nulla, do solo una mano in parrocchia, e no, non credo che nessuno possa avercela con me”, disse sicuro il padrone di casa.
Ci fu un attimo di silenzio. Il signor Minestrini s’accorse che la ragazza di fronte a sé, che fino a quel momento aveva tenuto sempre lo sguardo altrove, quasi per sfuggire al suo, ora lo guardava con aria preoccupata.
“Si sente bene?”, chiese la poliziotta.
L’insegnante in pensione avrebbe volentieri risposto No, non mi sento affatto bene, ma non disse nulla, si voltò soltanto verso il grande specchio che c’era dietro la porta d’ingresso. Lo specchio gli restituì l’immagine di un uomo oltre la sessantina dal viso bianco anemico. Quando si voltò di nuovo verso la poliziotta, si accorse che quest’ultima lo guardava con gli stessi occhi preoccupati di prima, però ora il suo sguardo era posizionato più in basso. Allora Minestrini seguì quello sguardo e capì il perché di tanta preoccupazione: un enorme alone rosso acceso regnava e si andava espandendo all’altezza del cavallo dei pantaloni del suo pigiama.

Mentre Minestrini sveniva, sentiva la voce attutita, lontana, dell’agente che chiamava i soccorsi alla ricetrasmittente.

2.
“Come sta?”, chiese il collega di Fabiana al medico.
Il dottore inarcò un sopracciglio, sospirò, poi disse ai due poliziotti:
“Beh, ha perso molto sangue, inoltre l’anestetico che gli è stato iniettato è molto potente, l’ha indebolito molto. Ora sta facendo una trasfusione, ma sembra stia rispondendo bene alle cure.”
“Ma cosa gli è successo esattamente?”, domandò il poliziotto.
“Beh,” il dottore si lasciò scappare un mezzo sorriso, “sinceramente io una cosa del genere non l’ho mai vista.”
“Si spieghi, la prego”, insistette il poliziotto.
“In tanti anni di lavoro non mi è mai capitato nemmeno di sentirla una cosa del genere. Qui dentro, in questo ospedale, ne ho viste di cose strane: gente con un braccio staccato da un leone, uomini e donne con ogni tipo di oggetti incastrati nell’ano, persone che dicevano di essere state rapite dagli alieni e di avere microchip inseriti nel cervello. Insomma, le cose più assurde, ma non ho mai visto una cosa come quella che ci hanno fatto al paziente che avete soccorso stamattina…”
“Ha intenzione di tenerci sulle spine a lungo?”, chiese il poliziotto spazientito, mentre Fabiana restava in silenzio, non capendo tutto l’interessamento del collega al caso: quella mattina nemmeno si era degnato di scendere dalla volante.
“Quell’uomo, il signor Minestrini, beh… è stato… è stato castrato!”, disse il dottore leggermente imbarazzato.
“Castrato?”, ripeté il collega di Fabiana stupito.
“Sì, castrato. Come si fa con i cani, i gatti, ha presente?”
“Certo che ho presente”, rispose prontamente il poliziotto, rimanendo poi in silenzio.
“In altre parole,” proseguì il medico, “all’uomo in pigiama che hanno portato qui questa mattina privo di sensi e con una forte emorragia sono stati asportati i testicoli!”. Il dottore si fermò un secondo, saggiò il silenzio che aveva creato con la sua dichiarazione, poi continuò con un tono più pacato, tornando a rivolgersi ad entrambi. ”Un lavoro da macellaio, certo, i punti di sutura sono stati messi male, il taglio è imperfetto, però lo scopo è stato raggiunto”.
“Pazzesco, sembra di essere in una puntata di CSI. Ma come hanno fatto? Voglio dire, è un’operazione complicata, no? E poi per l’anestesia?”, domandò il collega di Fabiana galvanizzato, mentre lei rimaneva muta.
“Non eccessivamente, anche il più scarso dei veterinari ci riuscirebbe.
Per quanto riguarda l’anestesia, è stata usata della Ketamina, voi la conoscerete come droga, ma è anche un potente anestetico veterinario, soprattutto utilizzato per operare cavalli…”
Il dottore fu interrotto dal poliziotto:
“Quindi lei crede che il colpevole è da ricercare all’interno dell’ambito veterinario?”
Fabiana alzò gli occhi al cielo – certe volte proprio non lo sopportava il suo collega -, poi, sempre in silenzio, volse lo sguardo al dottore aspettando la sua reazione.
“Io non credo nulla agente, non faccio supposizioni, faccio diagnosi, siete voi i poliziotti,” rispose il medico visibilmente seccato, poi continuò, “non sempre due più due fa quattro. Comunque, la castrazione è un’operazione, come dire, ‘esterna’ al corpo, volendo basta solo una persona che abbia sangue freddo, qualche nozione di chirurgia, un bisturi, ago e filo. Inoltre, stavo dicendo prima che m’interrompesse, la Ketamina probabilmente è stata usata perché è uno dei pochi anestetici capaci di permettere il respiro autonomo del soggetto sedato senza intubamenti”.

3.
Fabiana finì di compilare il verbale – tralasciando molti particolari, come il fatto che il suo collega non era sceso con lei quella mattina per rimanere al caldo in macchina a giocare con l’iPhone. E con questo il suo turno era finito, ora le indagini erano affidate ad altri.
Se ne andò diretta a casa. Era stanca. Stanchissima.

Una volta arrivata nella sua “tana”, Fabiana si iniziò a spogliare già all’ingresso, lasciando i vari indumenti sparsi per casa.
Entrò in bagno e si fece una doccia calda e senza saponi. Là sotto, i pensieri rimbalzavano sul cono d’acqua creato dalla cipolla della doccia, rientrando ossessivi nella sua testa.
Quando uscì non sentì quella sensazione di benessere che sperava. Neanche l’abbraccio morbido del suo accappatoio le diede il minimo sollievo.
Andò in cucina scalza, lasciando vistose chiazze d’acqua sul pavimento.
Aprì lo sportello del frigorifero e tirò fuori un barattolo di vetro. Chiuse il frigo e lo appoggiò sul tavolo.
Si mise seduta, con i capelli ancora bagnati. Davanti a sé quel barattolo di vetro. Lo fissò e per un attimo quel contenitore trasparente divenne una specie di sfera di cristallo. Una sfera di cristallo che però non mostrava il futuro, ma solo il passato. Non tutto, solo la sua vita dopo il 3 maggio 1986.
In quel barattolo di vetro Fabiana ci rivide tante cose.
Ci rivide quel giorno di tanti anni prima in cui la bidella entrò in classe dicendo che lei, solo lei, era stata convocata in palestra. Era il professore di educazione fisica a volerla.
Ci rivide il professor Minestrini che le diceva che era stata convocata per la corsa campestre interscolastica e che per l’occasione si era permesso di comprarle una tuta apposta per lei. Per la mia studentessa preferita, così le disse.
Ci rivide il proprio stupore, il suo essere lusingata per un dono simile e la propria ingenuità nell’accettare la richiesta dell’insegnante di provare quel regalo subito, nello spogliatoio.
Ci rivide lui, Minestrini, che entrò nello spogliatoio proprio mentre lei era rimasta in mutandine e reggiseno. Reggiseno che nascondeva qualcosa di solamente accennato, ma che il professore disse di amare e desiderare così tanto.
Ci rivide, e quasi sentì di nuovo, le mani del professore addosso e la propria voce mozzata in gola. Mani che la toccavano dappertutto, mani che le spostavano le mutandine per far strada all’orrore.
Ci rivide una balbuzie sorta dopo quel giorno che nessuno, eccetto lei, si spiegava. Balbuzie che era completamente sparita con l’aiuto di una brava logopedista e che era tornata a farsi viva solo una volta, quella mattina a casa del suo ex professore di educazione fisica.
Ci rivide anni e anni di silenzio, vergogna e paura. Anni di “perché” mai spiegati, né agli altri, né a sé stessa. Solo la psicoterapia che aveva intrapreso da un po’ – e le numerosissime nozioni di medicina veterinaria che aveva imparato da autodidatta fino a quel momento e che ora non le servivano più – le avevano dato qualche sollievo.

Finita la carrellata di brutti ricordi, Fabiana si destò, come da un sogno, o meglio, da un incubo. Fece un grosso respiro e si asciugò una lacrima che timida le era scesa su una guancia. Si distrasse un attimo dal barattolo di vetro per guardare fuori dalla finestra. Era l’imbrunire. Non era né giorno, né notte. Il giorno in quel momento non era niente, era solo qualcosa di sospeso tra la luce e le tenebre. Proprio come si sentiva lei.

Posò di nuovo i suoi occhi su quel barattolo. In quel momento Fabiana ci vide quello che realmente c’era: due testicoli umani, sotto formalina, che galleggiavano uno accanto all’altro.
A guardarli così, pensò Fabiana, sembrano due grosse olive in un Martini Dry, manca solo una scorzetta di limone e la composizione sarebbe perfetta. E facendo questo pensiero, Fabiana si regalò un timido sorriso, il primo di quella lunga giornata.


Licenza Creative Commons
Martini Dry by Jacopo Marocco is licensed under a Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Unported License.
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