Delfina

1.
Sotto un sole cocente ed alto nel cielo, Delfina arrancava su per la stradina che da Crocemarroggia portava a Perchia, due paesini umbri di poco più di quattro case.
Delfina non era sola. Con lei c’erano una sua compaesana, Fenisia, con la figlia, Rosa, di nemmeno otto anni. Tutte e tre tenevano in testa una brocca d’acqua: erano appena state alla fonte che si trovava proprio alla fine di quella strada che ora percorrevano a ritroso per tornare a casa.
Fenisia si stava lamentando del caldo terribile che in quei giorni di luglio funestava la terra, e non faceva che ripetere quanto desiderasse l’arrivo di un temporale che stemperasse un po’ l’aria, quando sentì il rumore di una brocca rompersi e vide l’acqua schizzare dappertutto. Si girò: di fianco a lei, a terra, giaceva il corpo svenuto di Delfina.
La piccola Rosa, che camminava poco più avanti, quando si accorse di Delfina, lasciò cadere anch’essa la brocca che portava in testa e si mise a piangere e ad urlare. Fenisia cercò di mantenere la calma: appoggiò delicatamente la sua brocca a terra, e trascinò per le braccia Delfina all’ombra di una quercia che fiancheggiava la strada. Era una donna minuta Fenisia, ma sembrava possedere una grande forza, di cui anche lei stessa si stupì.
Mise la ragazza svenuta con la schiena contro il tronco dell’albero e le gambe distese. Non sapeva se era giusto quello che stava facendo, ma sinceramente non sapeva che altro fare.
Andò veloce a prendere la brocca che aveva lasciato in mezzo alla strada e la mise accanto a Delfina, si inginocchiò e con una mano iniziò a schizzarle l’acqua della brocca sul viso – una volta aveva visto fare la stessa cosa da un dottore ad un militare tedesco che aveva perso i sensi.
Col soldato funzionò, forse funziona anche con Delfina, pensò Fenisia. Intanto Rosa, tra le lacrime, aveva preso a chiedere ossessivamente alla madre: “E’ morta? Mamma, è morta? È morta? Mamma? Eh?”
Fenisia non rispondeva, proseguiva a gettare acqua sul viso di Delfina che, però, non sembrava riprendersi. Continuò così per un po’, poi non vedendo risultati, prese la ragazza e delicatamente la distese a terra. Prese la brocca in mano, si alzò in piedi e d’un colpo le gettò in faccia tutta l’acqua rimasta nel recipiente di terracotta. La ragazza, come se si fosse appena risvegliata da un terribile incubo, di scatto si tirò a sedere sulle gambe, con la bocca spalancata, cercando di far entrare più aria possibile nei polmoni. Istintivamente Fenisia l’abbracciò. Rosa iniziò a saltellarle intorno gridando: “Evviva, evviva, evviva”

“Che è successo?”, chiese Delfina con aria disorientata.
Fenisia le sorrise dolcemente: “Sei svenuta”. Poi le mise una mano sulla fronte, per sentirle la febbre, ma era difficile stabilirlo – con quel caldo e dopo quella salita era comunque molto accaldata -, e le chiese: “Come ti senti ora?”
“Mi gira un po’ la testa, ma mi sembra bene”, rispose la ragazza.
“Forse è stato il caldo…”, disse Fenisia, nascondendo un po’ di preoccupazione per quel fatto.
Delfina stava per dirle che poco prima di partire per andare alla fonte aveva vomitato tutta la colazione: da un po’ di giorni a questa parte le succedeva spesso, aveva un costante senso di nausea e si sentiva molto debole. Ma si trattenne: non voleva far preoccupare inutilmente Fenisia che, da quando sua madre era morta, era quasi diventata una mamma per lei e che di preoccupazioni, avendo tre figli, ne aveva già tante. Quindi stette zitta. Chiese solo: “La mia brocca?”
“Eh, la tua brocca… s’è rotta quando sei caduta”, disse Fenisia un po’ amareggiata.
“Noooooooooooo!” rispose Delfina, che fece per alzarsi.
Fenisia la fermò e la fece rimanere seduta. Lesse il panico negli occhi della ragazza, così le accarezzò il viso e le disse dolcemente:
“Ora rimani cosìaltri due minuti. Riposati un po’. Poi piano piano torniamo a casa. Non ti preoccupare della brocca.”
“Ma Papà?”, ribatté la Delfina con aria preoccupata.
“A tuo padre diremo che sono stata io, che l’avevi appoggiata sul bordo della fonte mentre aspettavi che riempissi la mia, ma io l’ho urtata involontariamente, facendola cadere. Va bene?”
Delfina non sembrava convinta, ma il viso e le parole di Fenisia la rassicurarono.

2.
Fenisia, dopo aver raccontato la bugia della brocca rotta da lei inavvertitamente a Quinto, il padre di Delfina, insistette con lui affinché portasse sua figlia da un dottore. Non disse nulla dello svenimento, rimanendo vaga e sottolineando di come ultimamente la vedesse pallida e debole.
Quinto, facendo finta di bersi la storia della brocca, rassicurò Fenisia dicendo che l’indomani mattina sarebbe dovuto andare in città e che avrebbe portato con sé Delfina per farla vedere da un medico. Poi l’uomo salutò la donna e chiuse la porta. Andò in camera da letto: Delfina era già sotto le coperte e stava riposando. Si avvicinò al letto, il letto che da quando era morta sua moglie aveva preteso di dividere con sua figlia. Si spogliò. La fibbia della cinta dei pantaloni fece rumore quando batté sul pavimento, un rumore che destò Delfina.
La figlia vide suo padre nudo infilarsi nel letto, il quale rapido le se avvicinò, sussurrandole: “Lo so che l’hai rotta tu la brocca brutta imbranata, ma se fai la brava posso dimenticarmi dell’accaduto…”
Poi con una mano prese ad accarezzare i piccoli seni della ragazza.
Delfina strinse forte gli occhi e, come al solito, pregò che suo padre finisse al più presto.

3.
Quinto, nonostante dicesse in giro di non temere nessuno – vantandosi di avere perfino il coraggio di riuscire a restare da solo al cimitero una notte intera -, nutriva una certa soggezione nei confronti di Fenisia. Non riusciva a capirne il perché, né tanto più riusciva a capacitarsene: era assurdo che lui nutrisse soggezione per qualcuno, per una donna poi… Eppure c’era qualcosa in Fenisia, qualcosa che lo faceva sentire disarmato e debole quando ci si trovava di fronte. In un modo o nell’altro, seppur non palesemente, finiva sempre col dare retta a quello che quella donna gli diceva. Fu per questo che il giorno dopo si trovò costretto a portare sua figlia con sé in città a farla vedere da un medico. Quando il giorno prima, sulla porta di casa aveva promesso a Fenisia che lo avrebbe fatto, stava mentendo. Eppure la mattina, poco prima di partire, non riuscì a fare a meno di portarsi dietro Delfina.

4.
Delfina non riusciva a rispondere, era imbarazzata e aveva ancora il sedere tutto indolenzito: era stata sulla canna della bici di suo padre per tutto il tragitto, da casa fino in città.
Il dottore, un uomo con pochi capelli e con un paio di occhiali tondi tondi, le aveva chiesto come si sentisse, cosa sentisse, che sintomi avesse, ma lei rimaneva muta. Lei avrebbe voluto rispondere, ma non ci riusciva proprio. Il dottore allora pregò cortesemente il padre di uscire dalla stanza. Quinto, con la reverenza di un uomo ignorante verso uno istruito, uscì senza obiettare nulla.

“Ora puoi parlare con tranquillità…”, fece il medico appena tornato a sedere dietro la sua scrivania.
Ma Delfina continuava a starsene in silenzio. Non voleva scoprire di stare male perché ciò avrebbe significato altre visite mediche, medicine e quindi soldi: suo padre non l’avrebbe presa di certo molto bene.
Il dottore allora cercò di spronarla a parlare spaventandola: “Guarda, se non mi dici cos’hai, potresti peggiorare la situazione e finire magari come quella donna lì”, e così dicendo indicò un piccolo quadro appeso al muro alla sua destra, dove c’era una vecchia tavola medica con raffigurato, di profilo, il viso di una donna. Delfina si accorse immediatamente che quel disegno ritraeva qualcosa di anormale, quasi mostruoso: all’altezza della gola, la donna ritratta nel quadro, aveva un’escrescenza enorme. Il collo, in quel punto, era gonfio all’inverosimile.
“Quella lì…”, proseguì il medico, “… non disse nulla ai dottori, non gli disse che stava male, e guarda come si è ridotta…”
Sotto il disegno c’era una scritta. Se Delfina avesse saputo leggere, avrebbe letto: DONNA con GOZZO TIROIDEO.
Il dottore chiese di nuovo: “Insomma mi dici cos’hai? Cosa senti?”
“Io…io non lo so… ”, disse Delfina, tenendo gli occhi fissi sul pavimento – da quando era entrata non aveva alzato minimamente lo sguardo, escluso il momento in cui aveva guardato incuriosita il quadro della donna dal gozzo deforme appeso al muro.
Il dottore non mollò, notando che, in ogni caso, la ragazza dal mutismo era passata a pronunciare qualcosa: la strategia della paura sembrava aver funzionato.
“Non lo sai, eh? Beh proviamo a capirlo: c’è qualche parte del corpo che ti fa male?”
“No…non ho un dolore preciso, è che mi… mi sento…strana”, disse Delfina insicura tra una parola e l’altra.
“Mmm, strana… cioè?”
“Cioè…. è da un po’ che… che mi viene sempre da vomitare, e spesso lo faccio pure…”, la ragazza fece una pausa, dire quelle parole non era stato facile per lei, poi, sempre con lo sguardo a terra, proseguì: ”… e poi mi sento sempre stanca, debole e poi…e poi…”, Delfina si stava sciogliendo e svuotando delle parole che teneva dentro, “…e poi mi sento come se…. come se stessi cambiando…”
“Mmm, capisco, tu hai…tredici anni, giusto?”, chiese il medico.
“Sì, ne faccio quattordici a ottobre”, rispose orgogliosa Delfina, alzando per la prima volta la testa e guardando negli occhi il dottore.
“Capisco. Senti, vorrei darti uno sguardo, ma ho bisogno che tu vada sul lettino, te la senti di farlo?”, domandò il medico, quasi convinto di una risposta negativa da parte della ragazza.
Delfina invece annuì, si alzò, si diresse verso il lettino e ci si mise seduta sopra, ma non appena il dottore le mise le mani addosso per visitarla si irrigidì tutta.
Il medico, allora, che aveva percepito fin da subito che la ragazza era come un animale spaventato, le iniziò a parlare di altre cose, quasi per distrarla, e usò tutte le accortezze del caso, cercando di essere il più delicato possibile nel visitarla.
Le auscultò il cuore, i polmoni. Le toccò l’addome approfonditamente. Infine diede un rapido sguardo ai seni – per non imbarazzarla ancora di più – e in quel momento la ragazza avrebbe voluto dire al medico che i suoi seni ultimamente si era induriti, e che a volte le dolevano pure. Inoltre le si erano scuriti nella zona intorno ai capezzoli. Voleva dirgliele queste cose, ma si era già sforzata troppo nel parlare così non le uscì niente dalla bocca.
Il dottore, dopo aver detto alla ragazza che poteva rivestirsi e scendere dal lettino, si tolse lo stetoscopio dalle orecchie e le chiese: “Quando hai avuto le ultime mestruazioni?”
Delfina al suono della parola mestruazioni arrossì. Anche parlando con le amiche, non si dicevano mai parole considerate “sporche”. E mestruazioni era una di queste. Al massimo si alludeva, ci si faceva capire, ma non si nominavano mai direttamente.
“Credo due mesi fa…”, rispose lei imbarazzata, non capendo nemmeno il perché di quella domanda.

Per tutto il viaggio di ritorno il padre di Delfina non disse una parola. Tornarono a piedi, portando la bici a mano. Lei immaginava il motivo di quel silenzio, ma non aveva il coraggio di chiederne conferma.
Alla fine della visita il dottore aveva fatto entrare il padre e uscire lei, senza dirle nulla. Poi, una volta uscito dallo studio del medico, il padre, con un aspetto terrorizzato in volto, aveva solo detto: “Andiamo”, e non aveva aperto più bocca. Non aveva fatto nemmeno i giri che aveva in programma di fare in città. Diretti a casa.

Una volta rientrati, Delfina vide suo padre prendere una bottiglia di vino e farsi un bicchiere. Poi un altro, e un altro ancora. Delfina lo fissava, lui guardava a terra e beveva. Lei prese coraggio e disse:
“Sto per morire non è vero?”
Il padre la guardò come se si fosse accorto solo allora della sua presenza e fece: “Che?”
“Il dottore, ti ha detto che sto per morire non è vero? Perché non vuoi dirmelo!”, disse la ragazza quasi urlando.
“Morire dici, eh? No, Peggio!”, rispose Quinto, lasciandosi sfuggire un amaro sorriso.
“Che significa?”, chiese lei, accorgendosi di rispondere a suo padre con un tono con cui mai aveva osato prima.
Silenzio. Il padre non rispondeva, continuava a fissare il pavimento in silenzio e a bere.
“Che significa?!?”, chiese di nuovo Delfina esasperata.
“Significa che sei incinta!” sbottò lui, scaraventando il bicchiere con cui stava bevendo contro il muro.
La ragazza rimase qualche istante basita, poi corse in camera da letto, mentre il padre non faceva che ripetere: “Che disgrazia, che disgrazia, che disgrazia…”

Delfina, ancora vestita, si mise sotto le coperte. Iniziò a piangere.
Aveva tredici anni, non aveva studiato e non sapeva bene come funzionavano certe cose, né sapeva se alcune di queste cose fossero normali o no, ma sapeva di sicuro che non era stato lo Spirito Santo a metterla incinta e, soprattutto, che non era normale aspettare un figlio… dal proprio padre.

Rimase a letto fino a sera, non cenò nemmeno. Poi sentì il padre entrare in camera. Era girata di spalle, ma era sicura che stesse barcollando, ubriaco fradicio. Chiuse gli occhi attendendo di sentire quell’alito alcolico sul collo e frasi orribili sussurrate nelle orecchie, ma non successe. Sentì solo il padre spogliarsi ed infilarsi sotto le coperte, ma non del letto grande dove dormiva lei, bensì sul lettino che ne stava ai piedi, e che un tempo, quando sua madre era in vita, era suo.

5.
“Dobbiamo prendere una decisione”, disse il padre guardando le proprie mani.
Delfina sarebbe voluto essere dappertutto in quel momento, tranne che lì, accanto a quell’uomo, a suo padre.
Quando poco prima si era alzata, lo aveva trovato seduto a tavola con lo sguardo perso oltre la finestra. Lei non voleva sedersi, e poi non aveva fame quindi decise che non avrebbe fatto colazione e sarebbe andata direttamente fuori a dare da mangiare alle bestie. Stava per aprire la porta di casa, quando suo padre disse: “Delfina, dove vai? Vieni subito a sederti!”
Delfina avrebbe voluto ribattere dicendogli che i maiali non mangiavano dal giorno prima e che doveva abbeverare sia le vacche che le caprette. Anche l’asino doveva essere accudito. Ma non le uscì nulla dalla bocca, nessuna parola. Così, come ordinato, si mise a sedere.
“Dobbiamo decidere”, fece di nuovo il padre.
Delfina restava in silenzio e guardava la tavola vuota.
“Il medico ha detto che ci vogliono circa nove mesi prima di partorire, tu ad esempio sei nata a otto, prematura insomma, ma dicono che succede…comunque, il dottore ha detto che probabilmente sono già due mesi che sei incinta, per cui ne rimangono…mmm…vediamo…”, disse Quinto mettendosi a contare con le dita delle mani.
“Sette mesi” fece Delfina, che non sapeva leggere, ma sapeva contare – gliel’aveva insegnato Fenisia.
“Sì, sette mesi, esatto, sì…”, confermò lui, un po’ infastidito dallo slancio di supponenza che la figlia sembrava aver appena avuto nei suoi confronti. Poi continuò: “…quindi fra sette mesi…partorirai. Come ben sai ti crescerà la pancia e si capirà che sei incinta, lo capiranno tutti, parleranno alle spalle… per cui quello che bisogna decidere è tra due possibilità: la prima è che rimani chiusa in casa fino a quando partorirai – poi magari ci inventeremo qualcosa, tipo che abbiamo trovato il bambino abbandonato per strada -, oppure, e questa è la seconda possibilità, dirò in giro che hai conosciuto qualcuno, chessò, un militare, che ti ha violato quando sei andata a imparare a fare da sarta in città e che sei rimasta incinta. Ecco. Questo è quello che ho pensato, le idee che mi sono venute in mente stanotte per spiegare e affrontare questo… questo problema che ci è capitato.”
Delfina si ricordò di quando, due anni prima, si beccò una polmonite che la fece restare in casa quasi due mesi. Gli ultimi giorni pensava di impazzire. Voleva uscire per vedere le sue bestie, sentire l’odore della campagna, andare a prendere l’acqua con Fenisia, e invece doveva restare come una carcerata tra quelle mura domestiche. Quindi pensò che preferiva di gran lunga la seconda opzione proposta dal padre ma, come al solito, rimase in silenzio.
“Allora?”, fece il padre. “Preferisci la prima possibilità o la seconda?”
Silenzio.
“Io…” continuò sempre lui, “…preferisco la seconda. Diranno che porti in grembo un bastardo, ma almeno puoi uscire tranquillamente per andare ad accudire le bestie, da solo mica ce la farei per sette mesi.”
In realtà, Quinto, aveva vagliato, da solo, anche una terza ipotesi: appena saputo che sua figlia era incinta, chiese al medico se c’era un modo per non farla partorire, per interrompere la gravidanza. Il medico rispose che qualcosa forse si poteva fare, ma sarebbe costato molti soldi ed era rischioso. Inoltre lo sconsigliò di farsi venire in mente di farlo fare da qualcuno in maniera, per così dire, “domestica”: il più delle volte, a morire non era solo il bambino, ma anche la madre per via delle infezioni che queste pratiche causavano. Quinto non aveva abbastanza soldi per poter pagare un’operazione simile, né voleva rischiare la vita di sua figlia, cui lui credeva di tenere tanto, così aveva scartato fin da subito questa terza possibilità.
Delfina si alzò.
“Ti ho forse dato il permesso di alzarti?”, tuonò il padre. Lei si rimise a sedere all’istante.
“Allora è deciso, dirò in giro che qualcuno t’ha violato in città e che non si sa nemmeno chi sia. Io farò finta di essere furioso, sia con te che con lui, farò anche finta di aver sporto denuncia contro ignoti. Tu non t’azzardare mai e poi mai a raccontare qualcosa di diverso su questa storia, intesi?”
Delfina annuì.
“Ora prendi l’altra brocca e vai a prendere l’acqua alla fonte, che grazie a te siamo rimasti senza. E vedi di non rompere anche questa!”
Delfina si alzò, andò nella dispensa, prese la brocca di riserva e, col sapore delle lacrime in bocca, uscì.

6.
Fu un parto doloroso. La bambina non era posizionata bene e la levatrice faticò molto per tirarla fuori. Delfina pensò di morire di dolore.

Dopo un periodo di tempo che sembrò interminabile, la bambina uscì fuori. La levatrice la pulì e la consegnò a sua madre.

Quinto tornò che Delfina stava dando la prima poppata alla neonata. Non aveva voluto assistere al parto, si era solo curato di mandare a chiamare la levatrice, la quale fu pagata dallo stesso con sei polli e due piccioni – già uccisi e puliti.
Entrò in camera e vide sua figlia dare il latte a… sua figlia. La bambina era avvolta in una copertina che le aveva donato Fenisia, l’unica persona in paese che dopo lo “scandalo”, continuava a parlare ed avere rapporti con Delfina, come se nulla fosse successo.
Delfina, tutta presa da quella minuscola creatura, non si accorse di suo padre. Lui, non disse nulla. Sentì solo il bisogno di bere. Così tornò in cucina e, in meno di dieci minuti, si fece fuori un litro di vino rosso. Poi uscì fuori a pisciare.
Quando rientrò in camera da letto, vide che madre e figlia dormivano beate. Una accanto all’altra, riposavano dopo quella estenuante prova di vita. Sui loro volti aleggiava una certa rilassatezza. La madre soprattutto, per la prima volta sembrava… serena.

7.
Delfina si svegliò di soprassalto e ci mise poco per accorgersi che la sua bambina non c’era più. Scese da letto e nonostante sentisse ancora i muscoli del corpo molto indolenziti, in camicia da notte si mise a cercare la bambina.
La casa era composta solo da una camera da letto, un soggiorno con cucina e da una dispensa, per cui non le ci volle molto per scoprire che sua figlia non era lì.
Uscì di casa. Era febbraio, l’aria era pungente e in lontananza, sulle montagne, si poteva vedere la neve, ma Delfina non sentiva nulla, né freddo, né altro.
Scalza, fece il giro del’abitazione: sapeva che se avesse trovato suo padre avrebbe trovato anche la bambina. Non trovò nessun segno però della loro presenza. Rimase un attimo a riflettere, rimanendo facile preda del panico. Poi, improvvisamente, venne attirata dal continuo ragliare dell’asino: quell’animale faceva sempre quel suo strano verso quando c’era qualcuno nelle vicinanze. Così, sempre a piedi nudi, Delfina si diresse di corsa verso le stalle degli animali, a una quindicina di metri dalla casa.

Non era nemmeno a due metri dalla porta della stalla dei maiali, quando vide suo padre uscire, solo. Delfina s’immobilizzò. Lui non si fermò, non le parlò e a testa bassa tirò dritto. Delfina gli urlò disperata dietro: “Dov’è? Dov’è?”
Non seguì nessuna risposta.
Col cuore che le batteva forte come mai in vita sua entrò nella stalla.
S’accorse subito che i maiali, nella loro cella, erano eccitatissimi. Grugnivano come non mai. Lentamente Delfina gli s’avvicinò. Uno dei maiali tirò su il muso, per annusare l’odore della nuova arrivata: Delfina vide che il naso era sporco di sangue. Gelò. Abbassò gli occhi e vide la coperta con cui era stata avvolta la sua bambina appena nata, la coperta che le aveva regalato Fenisia, per terra. Insanguinata e calpestata dai maiali. Tutti i suoi timori ebbero conferma.
S’abbassò, afferrò quella copertina e la strappò via da sotto i piedi dei suini che, col naso, freneticamente ancora cercavano piccoli frammenti di carne umana da mangiare.
Delfina uscì dalla stalla. Si portò la coperta della sua piccola al petto, alzò il suo sguardo verso il cielo e poi, con tutto il fiato che aveva in gola, urlò.

FINE

Licenza Creative Commons
Delfina by Jacopo Marocco is licensed under a Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Unported License.
Permissions beyond the scope of this license may be available at jacopo_marocco@libero.it.

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