Codice VERDE (seconda e ultima parte)

(segue) E’ così orgoglioso di me che nemmeno quando mi sono diplomata con il massimo dei voti l’ho visto così contento. Stessa cosa mia madre.
Il mattino dopo, neanche faccio in tempo ad aprire gli occhi che eccoli lì intorno al mio letto, con lo stesso sorriso da ebete, tutti e due, mamma e papà.
Mia madre mi dice: Alzati, sbrigati!, e mentre lo faccio mio padre mi benda e mi ordina di non fare domande. C’è una sorpresa per te, dice. Io, bendata, mentre vengo guidata da loro, penso: Ci siamo, si sono decisi a farmi questa cazzo di macchina. Ma mi sbaglio, di nuovo. Dopo aver camminato un po’, mi tolgono la benda e mi trovo in giardino e, a tre metri da noi, attaccato ad un palo con una corda, c’è un cavallo. Un enorme cavallo dal colore scuro. Già sellato. Io ci penso su a come reagire: è la seconda volta che rimango a bocca asciutta e sono incazzata: avere un cavallo tutto mio poteva essere il sogno che avevo a sei anni, come sognano tutte le bambine di quell’età, ma non il sogno che ho adesso, io voglio una macchina. E’ così tanto difficile capirlo? penso.
I miei genitori mi guardano, in attesa di una mia reazione, magari di un grazie, io invece sto per sbottare. Ora li mando a fare in culo, penso, ma proprio in quell’istante si sente il rumore che fa un idrante quando getta acqua alla massima potenza. Contemporaneamente tutti e tre guardiamo il cavallo: sta pisciando da un affare gigantesco che gli sporge dalle gambe posteriori, un qualcosa delle dimensioni di un mattarello per stendere la pasta. Sembra il cambio di un camion. Mia madre arrossisce, si volta, poi mi mette una mano sugli occhi. Mio padre invece si mette davanti la parte posteriore della bestia, a coprire, ma è costretto a spostarsi perché in un istante è bagnato fino alle ginocchia dagli schizzi di rimbalzo della pipì del cavallo. Io invece sono come ipnotizzata, estasiata da quella vista. Tolgo stizzita la mano di mia madre e mi rimetto a guardare quel coso, quell’enorme pezzo di carne di cavallo. Non riesco a capire perché, ma trovo quella vista fantastica. Mi sento qualcosa muoversi dentro, nel profondo. I miei genitori, imbarazzati, mi fanno rientrare a forza in casa. Ma ormai il danno è fatto.”
La ragazza si ferma e fa:
“Senta, io…”
“Dammi del tu”, le dico interrompendola.
“Senti, io racconto tutto però ti prego: dammi uno sguardo là dietro che mi brucia da morire, sto morendo di dolore!”
“Capisco”, le dico. Così mi alzo, prendo una delle cassetta da pronto soccorso che montiamo sull’autoambulanza e l’avvicino alla barella. Mi infilo i guanti in lattice e le apro lentamente le natiche.
C’è del sangue rappreso che si stacca da parete a parete. La ragazza, dal dolore, stringe le mani sul lettino, così forte che quasi lo strappa e caccia un urlo sovrumano. Le farei un’iniezione di morfina, per il dolore, ma uno: non ce l’ho, e due: ho paura che mi si addormenterebbe lasciando la storia a metà.
“Continua” le dico intanto, “concentrati sulla storia e vedrai che il dolore sparirà.”
La ragazza se ne sta un po’ in silenzio. Raccoglie le energie, poi riprende a parlare.
Dice:
“Da quel momento, da quella visione, non riesco più a smettere di pensare al pene di quel cavallo. Prendo a sognarlo anche di notte.
Lo porto al Circolo e inizio a montarlo, e non so perché, ma ogni volta che lo faccio desidero di essere io montata da lui. Penso: forse è questione di feromoni, quelle sostanze secrete dalle ghiandole sudorali che stimolano il desiderio sessuale. Non lo so, le penso tutte e intanto resisto, cerco di resistere. Vorrei dirlo a qualcuno, parlare del mio problema, della mia ossessione, ma a chi? A chi posso dire una cosa del genere senza esser presa per una pazza o una pervertita?
Intanto sento di perdere il controllo sempre di più. Sempre più.
Poi arriva oggi pomeriggio. Sono lì che me ne sto sul letto. Mi appisolo un istante, e mi risveglio poco dopo, forse neanche un quarto d’ora, madida di sudore e con una tremenda voglia di scopare. Non so come fare: non mi vedo con nessuno in questo periodo e non è da me alzare il telefono, chiamare qualche ragazzo a caso e dirgli Ciao, scopiamo?, come magari fa qualcuno che conosco.
Chiamo una delle mie amiche, così mi distraggo un po’, penso, ma chi però? Sono tutte fuori, all’estero, a godersi l’estate dopo gli esami di maturità. Solo io, cogliona, sono restata con l’illusione di ricevere un’auto come regalo. E poi, rifletto, anche fossero qui, che gli direi alle mie amiche: Sapete? Mi sono innamorata di un cavallo e non resisto alla voglia di farmelo?
La ragazza, di cui ancora non so nemmeno il nome, si ferma un attimo col racconto perché le ho messo un po’ di disinfettante e le brucia. E in questa piccola pausa penso che sentire la storia che mi sta raccontando pronunciata dalla sua bocca, tra lacrime e smorfie di dolore, pronunciata da questa ragazza che a vederla così tutti direbbero “povera ragazza”, fa un certo effetto. Sembra impossibile che le sia capitato ciò che le è capitato. Incredibile. Ma poi ripenso che è la stessa che ho soccorso neanche tre quarti d’ora fa sulla scena di quello che sembrava il set di un film porno animal, e tutto mi torna chiaro.
“Come ti chiami?”, le faccio non appena vedo che il bruciore del disinfettante le inizia a passare.
“Mi chiamo Flavia, ma credevo di avertelo già detto poco dopo che siete arrivati a soccorrermi”, risponde.
“Probabile,” le faccio, “ma ho questo difetto che non mi ricordo mai i nomi al primo incontro, e in ogni caso chiedere il nome a chi soccorriamo è una cosa di routine, anche per vedere se ci sta con la testa. Comunque io so Gianpaolo, piacere”
“Piacere”, fa lei, sorride, e senza che le chieda nulla, riprende il racconto:
“Insomma, sono lì, sul letto, da sola e vogliosa e allora prendo a toccarmi, ma sento che è inutile, insoddisfacente: il desiderio mi monta dentro come fosse un uragano e diventa sempre più ingestibile. Allora scendo dal letto e mi faccio una doccia fredda – anche se dentro di me so già come tutto andrà a finire, dove io andrò a finire.
Mi lavo con acqua a temperatura glaciale, ma non passa.
Così prendo a girare per casa senza una meta, come una matta. Mi sento come una di quelle gatte d’appartamento in calore, che graffiano tutta la tappezzeria miagolando tutto il giorno e che gli si riempe l’utero di cisti perché non riescono ad accoppiarsi.
Casa è deserta, non c’è nessuno: i miei sono andati due giorni alla casa al mare, e io sono sola. Impazzisco. Alla fine decido di uscire.
Fuori fa un caldo bestiale. Cerco qualcosa da fare, chessò, qualche lavoro di giardinaggio, ma chi voglio prendere in giro, so già dove andrò a finire, quello che farò, e poi chi ha mai fatto giardinaggio?
E infatti eccomi lì, qualche secondo dopo, diretta verso la stalla del cavallo, la stalla di Tobia, il mio stallone Anglo-Arabo Sardo.
Entro, e lui è lì. La mia ossessione, il pensiero che mi perseguita da giorni è lì, bellissimo, con quel suo mantello baio scuro lucido che risalta perfettamente il suo corpo muscoloso. Mi guarda, nitrisce. Mi avvicino a lui, lo accarezzo sulla testa. E da quel momento in poi credo di aver agito come sotto effetto di una droga. Come in trance, come se una forza misteriosa mi avesse ordinato di agire così senza che potessi opporre la minima resistenza. Forse è stata davvero questione di feromoni, di qualcosa di potente, di incontrollabile….Ahi cazzo, fa un male cane.”
Flavia interrompe di nuovo il suo racconto. Mi dice che le fa molto male. Lo so, lo immagino. Io faccio il possibile. La sto medicando, le ho tolto tutto il sangue rappreso e fermato di nuovo l’emorragia. Bisognerà metterle diversi punti qua dietro e, se quelli là dentro non si muovono, farle anche una trasfusione. Forse la situazione è più grave di quel che sembra.
Le ripeto:
“Parla, continua a parlare, è l’unico modo per ingannare il tempo e il dolore”
Allora lei stringe i denti e continua, mentre io la guardo con ammirazione:
“Sono lì, da sola con Tobia, e mi sento emozionata come se fosse il mio primo appuntamento o la mia prima volta.
Mi avvicino alla parte posteriore del cavallo, e mentre guardo la sua splendida e lucente criniera, abbasso una mano sotto al cavallo e, come se stessi pescando dentro al sacchetto dei numeri della tombola, glielo afferro, afferro il suo pene. Lo maneggio un po’ e nel giro di pochi secondi glielo sento diventare quattro volte più grosso e lungo. Intanto con l’altra mano inizio a toccare me stessa. Mi eccito così tanto che quasi rischio di svenire. Ad un certo punto poi, non resisto più, così mi tolgo maglietta, i pantaloncini e le mutande e mi metto prona sotto di lui. Solo che… solo che qualcosa deve esser andato storto. Tobia nitrisce e inizia a darci dentro, ma sbaglia entrata. Non dico che se mi avesse preso la vagina mi avrebbe fatto meno male, no, questo lo avevo messo in conto ed era una delle cose che forse mi eccitava di più. Il fatto è che non pensavo che mi sarebbe entrato dentro dal culo.
E’ stato come essere impalata. Mi ha letteralmente sfondato. Rotta. La mia schiena si è inarcata quasi fino a spezzarsi. Ho cercato di divincolarmi, ma non c’è stato nulla da fare, ormai ero come arpionata. Un dolore atroce. Non so quanto sia durato il tutto, perché poi credo di esser svenuta. Quando mi sono ripresa c’era davanti a me lo stalliere sudamericano assunto da mio padre col telefono in mano che chiamava voi dell’autoambulanza, Tobia poco più in là che mangiava tranquillo e beato il suo fieno, ed io che ero immersa in un lago di sangue, escrementi e sborra di cavallo.
Ecco tutto. Ti ho detto tutto ciò di cui hai detto che avete bisogno. E ora farmi la cortesia di andare a chiamare un cazzo di medico!”
“Ok, va bene” le dico. Può bastare, penso.
Sto andando verso la sala del pronto soccorso, ma qualcosa mi trattiene: è la mia mano che tiene quella della ragazza. Delicatamente la lascio, le faccio un sorriso e vado.

Entro nella sala del pronto soccorso e mi sembra di entrare dentro il reparto “taglio” di un mattatoio: tutti, medici ed infermieri, sono imbrattati di sangue.
Chiedo quanto ci vuole ancora, ed un’infermiera mi dice che hanno finito, che il motociclista perderà di sicuro la gamba, ma non il braccio. Le dico che c’è la ragazza col codice VERDE di là e che non mi sembra più molto codice VERDE. Allora l’infermiera si avvicina ad uno dei medici e gli dice qualcosa all’orecchio. Il medico annuisce, ride, mi guarda e mi fa:
“Un minuto ragazzo, il tempo di darci una sistemata e facciamo entrare la nostra Ilona Staller, la Cicciolina de noantri”, e ride di nuovo. Anche gli altri medici ed infermieri ridono. Io no. Non so perché, ma quella battuta mi irrita.

Torno dalla ragazza. Istintivamente, come se fosse la cosa più naturale del mondo, le do di nuovo la mia mano. Le dico che di là hanno finito e che ora tocca a lei, che è stata bravissima. Lei annuisce e abbozza un sorriso.
Le do un’occhiata dietro, per vedere la situazione.
Il suo ano sembra un grosso rubino. Pulsa. E’ simile ad un grosso cuore. Sembra la bocca di un vulcano attivo. Lo guardo e dentro ci vedo la vita, la morte, l’amore, la natura. Ad ogni pulsazione di quell’orifizio massacrato, penso al battito d’ali di una farfalla. Guardo la ragazza: non è male, forse un po’ viziata, ma niente male.
Entra un’infermiera e fa:
“La ragazza può entrare”
E mentre vedo Flavia, su quella barella, sparire dietro la porta del Pronto Soccorso, temo una cosa. Temo di essermi innamorato.
FINE

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Codice VERDE by Jacopo Marocco is licensed under a Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Unported License.
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