Odore Forte

Rene Magritte - Baucis LandscapeQuando quell’odore gli si ficcò nel naso, i suoi occhi si spalancarono. In un attimo venne catapultato dalla finzione del sogno che stava facendo alla realtà della sua camera.
Inspirò da sveglio: odore forte, molto forte su per le narici. Trattenne un conato.
Con la faccia ancora tutta storta dal disgusto, Federico poggiò i piedi sul pavimento e, scocciato, si trascinò fuori dal letto. Si guardò intorno, come se fosse in cima a una torre, poi tornò giù. Frugò le mani tra le coperte. Niente. S’inginocchiò e, poggiando la tempia sul pavimento, guardò sotto il letto. Niente. Annusò le ciabatte e anche l’acqua nel bicchiere sul comodino: niente. Non c’era nulla che potesse dare un significato, anche stupido, a quell’odore, un odore così potente da poter essere considerato puzza. Ma cos’era? Non erano escrementi, di questo ne era certo, senza considerare che lui non se l’era fatta addosso, né in casa teneva animali che avrebbero potuto farlo. Né era puzza di roba marcia o di qualcosa andato male, o almeno così gli pareva.
Aveva ancora sonno, ma sapeva di aver dormito tanto, troppo. Se le sentiva addosso, nella testa, tutte quelle ore di sonno. Ore tempestate di sogni soffocanti.
Decise di non rimettersi a letto: anche volendo, era impossibile rimanere lì, l’aria era irrespirabile. Stordito, allora, uscì dalla stanza ciabattando e grattandosi con una mano uno ciuffo di peli pubici e con l’altra la nuca.

Andò in cucina. L’odore lo seguì anche lì.
Non aveva fame. Voleva metter comunque qualcosa nello stomaco. Aprì il frigo: c’era poca roba, e quel poco era ricoperto da un lieve strato di muffa. Ma non era quello che puzzava.
Aprì la credenza: un pacchetto di crackers lo guardava solitario. Lo prese, lo aprì e ne mise in bocca uno. Solo un morso. Dal nulla arrivò una nausea tremenda che gli avvolse lo stomaco e glielo strinse prepotentemente. Sputò tutto per terra.
‘Fanculo! Vorrà dire che resto a stomaco vuoto”, si disse.

Andò in bagno: pochi istanti e l’odore lo raggiunse pure lì.
Si mise di fronte allo specchiò: l’immagine che gli rimandò di sé era orribile, ma comunque consona al livello di autostima che aveva in quei giorni.
Prese lo spazzolino, ci posò sopra una piccola quantità di dentifricio, mise il tutto in bocca e capì, con la mano sotto il naso capì che la fonte di quell’odore così forte era lui. “Perché?”, si chiese. “Perché cazzo puzzo così?”
Si mise sotto la doccia. Si insaponò abbondantemente. Ossessivamente. Quasi si scorticò la pelle. Poi si sciacquò. Una volta asciugato, si annusò di nuovo: la situazione era migliorata di poco. “Fanculo!”

Uscì dal bagno e tornò in camera. Fu come scendere all’inferno. Le pareti sembravano essersi impregnate di quell’odore, di quel suo odore. Sembravano sudarlo.
Un conato di vomito gli rivoltò lo stomaco, vuoto.
Doveva uscire, non riusciva più a stare lì dentro. Ogni respiro era una pugnalata.
Con il sapore di bile in bocca, guardò il cellulare sopra il comodino: nessuna chiamata persa, nessun messaggio ricevuto. Lo lasciò lì dov’era. Si vestì in fretta, cercando di inspirare il meno possibile.
Uscì.

Fuori l’aria era gelida, piccava quasi. Per fortuna soffiava un po’ di vento che anche se gli sbatteva addosso minuscole spille di gelo, spostava un po’ quella puzza da sotto il naso.
Una signora in bici quasi lo mise sotto. Se non si fosse spostato in tempo, l’avrebbe preso in pieno.
“Stia attenta imbecille!”, le gridò dietro. La signora non se ne curò, continuò a pedalare tranquilla.

Il display esterno della farmacia del suo quartiere diceva che la temperatura era cinque gradi sotto zero. E diceva anche che erano le 19:30 del tre dicembre.
“E’ quasi una settimana che non esco di casa… ci credo che puzzo”, si disse.

Passeggiò a lungo per la città. La gente per strada, chiusa nelle proprie mura fatte di sciarpe e cappelli, tirava dritta. Correva. Tutti sembravano avere il proprio luogo dove andare. Il proprio punto caldo da raggiungere.
“Ce l’ho io un punto caldo da raggiungere?”, si chiese, biasimandosi un po’ per quella considerazione romantico depresso.
Casa sua no di sicuro: un luogo che manteneva di meno il calore doveva ancora trovarlo.
Le venne in mente casa di Monica.
Monica. Sette giorni che non la vedeva, che non la sentiva. Non ricordava nemmeno più il motivo per cui avevano litigato.
Decise di raggiungerla. Decise di raggiungere quello che per lui era l’unico punto caldo della città.

Aveva con sé le chiavi del portone dell’appartamento di Monica. Entrò senza suonare, senza nemmeno pensare di farlo visto che fino a qualche giorno prima quella era come casa sua.
“Monica?” chiamò Federico con un filo di voce, non voleva spaventarla. Non rispose nessuno. Andò in cucina, Monica non c’era.
Andò in soggiorno, Monica non c’era.
Andò in camera da letto, Monica c’era. Purtroppo però, sotto le coperte con lei, c’era anche qualcun altro.
Federico, rimase sulla porta. La verità lo paralizzò. Provò a dire qualcosa, ma le parole gli morirono in gola.
Monica e il suo amico, presi dalla figa dell’amplesso, non sembrarono accorgersi di lui. Non smisero di fare quello che stavano facendo.
Federico stava per saltare sul letto e sfogare tutta la sua rabbia. Stava per farlo, ma un fortissimo senso di debolezza prese a salirgli dalle gambe come un’edera che si mangia un rudere. Quasi svenne. I due amanti non si accorsero nemmeno che lui si aggrappò al letto per non cadere. Accasciato ai piedi del letto di Monica, sentì di nuovo quell’odore terribile.
Arrivò Trilly, il pincher nano di Monica. Iniziò ad abbaiargli contro. Si sgolava per quanto abbaiava forte – sempre così aveva fatto quel cane con lui, non gli era mai piaciuto.
Monica si tirò su di scatto, senza accorgersi del corpo semisvenuto di Federico nascosto dal letto, e disse:
“Trilly, amore, che c’è? Torna di là, tra poco mamma ti porta a fare la passeggiatina.”
Allora, l’uomo nel letto di Monica disse:
“Ma non ero io il tuo amore?”
“Ma certo tesoro!” rispose Monica, baciandolo e tirandosi sopra le coperte.

Federico riuscì ad alzarsi da terra.
Quando Monica raggiunse l’orgasmo, Federico era già corso via. Via da quello che per lui ora era diventato il punto più freddo della città.

Corse verso casa. Un animale ferito che correva verso la sua tana. Ora avvertiva un disperato bisogno di sentire le coperte sopra di sé, a proteggerlo.
Voleva solo mettersi nella posizione fetale e dormire.
Mentre correva, piangeva. Si sentiva un bambino che aveva perso i genitori al centro commerciale.
Per strada si fermò varie volte, a vomitare. Vomitare succhi gastrici, solitudine e sangue. Sangue di tutte le ferite che si era leccato da solo nella sua stanza.
I passanti, se ne stavano chiusi nell’indifferenza delle proprie sciarpe. Nessuno gli chiese se avesse bisogno di aiuto.

Arrivò al suo palazzo. Fuori c’era un’Alfa dei Carabinieri, un camioncino dei Vigili del fuoco, e un’autoambulanza.
Federico preoccupato salì le scale. Incontrò due pompieri che scendevano parlando del derby. “Cos’è successo?” chiese Federico.
I due continuarono a scendere le scale senza rispondere, senza spiegargli nulla, troppo presi dai loro discorsi.
Sempre più preoccupato, Federico continuò a salire: “Sta a vedere che è successo qualcosa a casa mia eh?! Con ‘sto culo…”, pensò.
Arrivò al suo appartamento. La porta di casa spalancata. Niente fumo. Nessuna traccia d’incendio. Entrò. Nel corridoio c’era la sua vicina che parlava con un carabiniere. La signora diceva di aver chiamato i Vigili del Fuoco a causa di un odore forte, una puzza che veniva dall’appartamento accanto. Pensava si fosse rotto qualche tubo di scarico.
Davanti alla camera di Federico, c’erano il suo dottore e la vecchia del piano di sotto: si tenevano entrambi un fazzoletto davanti al naso.
Federico ignorò tutti ed entrò filato in camera sua. La puzza lo investì di nuovo e fece molto male stavolta.
Un carabiniere, con una mascherina da ospedale, stava scrivendo qualcosa su una cartellina. Un altro, sempre con la mascherina, faceva foto.
C’era pure suo padre che guardava fuori dalla finestra, e c’era sua madre che piangeva appoggiata alla spalliera della poltrona. “Perché?”, ripeteva sua madre. Sua madre che sembrava essere invecchiata di vent’anni.
Avrebbe voluto chiedere tutti cosa stesse succedendo. Avrebbe voluto fare due chiacchiere con suo padre. Avrebbe voluto abbracciare sua madre. Non riuscì né a dire, né a fare niente. Ancora più prepotentemente, un estremo bisogno di dormire lo assalì. Sì sentì sempre più tremendamente pesante, stanco. Gli occhi volevano chiudersi. Il corpo stendersi. Così, incurante dei propri genitori, dei carabinieri, del dottore e dei vicini, con le ultime forze che aveva in corpo, Federico riuscì ad arrampicarsi sul proprio letto.
Con la lentezza e la calma che solo un’anima conosce, si stese sopra il proprio corpo, violaceo, freddo. Il sonno era tanto, la puzza pure. Il tempo di chiudere gli occhi e quell’odore forte non lo disturbò più.

FINE

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