Alla gastronomia serviamo cuori sbrindellati, fiori di zucca fritti e i maglioni lunghi dei nostri padri

Alla gastonomia serviamo cuori sbrindellati, fiori di zucca fritti e i maglioni lunghi dei nostri padri - di Jacopo Marocco, Foto di Fedrico Carnevale Ad ogni modo, in qualche modo, ci stiamo parlando. La telepatia è ancora in garanzia.

I proventi dello spaccio internazionale di bidet ci hanno mantenuto. Per un po’.

Sbircerò nella tua vita, ma lo farò da dietro le dita della mano, come quando da piccolo guardavo i film di paura.

Il tuo interesse per le mie colazioni scarse. Il Rio Argento ora è di piombo.

Su Tripadvisor ho lasciato scritto che sono stato molto bene, davvero.

Il silenzio negli ospedali di notte, per non dar noia alla Morte. L’indecisione come decreto legge. La tua invidia per i capelli rossi.

Quello dei Nobraino si crede stocazzo. Ma un po’ tutti del resto. La Scozia ora invidia la tua indipendenza. Come ti trovi a Spoleto Est? C’est Camille.

Un giorno abbiamo smesso di progettare e iniziato a invecchiare. Un abbraccio, che è una gabbia, che è un foglio di via. E la Panda Bianca ora la temo più della Uno Bianca.

Le pause di riflessione. Le pause di inseminazione. Le pause. Dove siamo fermi, come rospi, che si gonfiano con una Marlboro in bocca infilata da bambini sadici.

Le cementerie di notte sembrano un’astronave. E l’amore non ispira. Di che sanno gli altri? Fammi sapere, ore pasti.

Alla fine t’ho presa, ma non t’ho portato via. Spacciatori olandesi di sorrisi. Ultimamente mi specchio nella pelle liscia delle melanzane.

I racconti in Italia non hanno mercato. I racconti in Italia non hanno mercato. I racconti in Italia non hanno mercato. Anche altrove. Ce ne faremo una ragione. Ci faremo una regione. Tipo l’Umbria. Da cuore a buco del culo verde d’Italia.

Le guerre arricchiscono i pacifisti. Sconfiggeremo una volta per tutte i mulini a vento con i droni.

Era il 1993, gli 883 cantavano Nord Sud Ovest Est, Repetto era convinto di avere un futuro nella band e io ero innamorato di mia cugina.

Manchi. Sogno. I fiori del vettore. I tought I was an Alien. Grazie.

La paura dei rimpianti la spacciano alle scalette. Il doppio cognome del piccolo Rolando.

Parlarti attraverso un tubo. Messaggi nella rete. Vorrei che Patty Pravo tornasse bella com’era da giovane, in quella spiaggia.

La paura fa novanta, non come numero, ma come posizione. Compagna di merende, di colazioni con due zeta, di pranzi e di cene. Tuo padre somiglia a Jannacci.

I complimenti dei magistrati. I tuoi smalti, cornici di un quadro stupendo.

I morsi a stampo di Domenico. Presunte fidanzate iraniane e reflex per scopare. Si sta come d’autunno per terra i gatti.

Il preservativo dell’ultima scopata l’ho portato al mercatino dell’usato. C’ho preso indietro un Dylan Dog, seconda ristampa.

Alla prossima chiedo il curriculum. Che esperienza hai? Perché la colpa non è di Will Hunting, né mia, né tua e nemmeno di Capovilla.

Un cuore bucato come certi palazzi di Belgrado, sotto ai quali le altre sono a bere distillati. Gli occhi di Bette Davis. Ti sento ancora ridere.

Alla gastronomia serviamo cuori sbrindellati, fiori di zucca fritti e i maglioni lunghi dei nostri padri.

Cerchi di pietra a capodanno. Non sono stati gli Ufo, non sono stati gli Antichi. Chi allora?

Ogni tuo dannatamente incredibile centimetro quadrato.

Il mostro del Lago è in coma. Gli fanno ascoltare di continuo Untitled 4 dei Sigur Ros per cercare di farlo riprendere. Non abbiamo più testimoni.

Matrimoni illegali alla diga. La noia è un cecchino che becca sempre i migliori.

Le cover band di Rino Gaetano che nun raggae più. La tua bocca via via più chiusa. La terza via che, sono sicuro, esiste.

Il video interrotto sulla crescita ininterrotta dei miei gatti. Devo vedere il sole a mezzanotte in Finlandia. Fosse anche in streaming e sottotitolato.

Sembravamo solo due che si salutavano prima di un viaggio. Il mediastino tornato alla normalità.

L’arresto di Grignani è stata una mossa commerciale per promuovere l’ultimo album. Le forze dell’ordine coinvolte nel marketing musicale.

Alla fine sì, è la luce a creare ombre. E quel cinghiale vinto al luna park non è mai diventato un personaggio, per noi.

Il nichilismo alla fine non serve a un cazzo. Solo ad alimentare motori Fiat multijet.

Colpi di salute in via Pinturicchio. Non siamo Delia e Gaetano. Ho trovato 20 euro per strada e li ho subito donati all’Associazione Nazionale delle Persone che Perdono Soldi per Strada. Filmandomi.

Gli smanicati antiproiettile dei carabinieri non sono male. La Tuscia, finisci di scoprirla. Mamma olandese con bimba ossigenata che ti somiglia.

Il profumo degli e-book. L’odio per gli smalti perlati delle badanti. Le luci blu nei bagni pubblici per non farli fare. Che i puffi lì nemmeno riescono a vederselo, e così spesso si pisciano addosso.

Copioni. Che si ripetono. E ripeteranno.

Vivi con attenzione, altrimenti la vita ti passa sopra come una pialla, e ti rende un ricciolo di legno calpestato da mastro Geppetto ubriaco fradicio e pieni di sensi di colpa per aver violentato il suo burattino preferito.

Time to pretend fa sentire libero il tuo cane. Un giorno fra millenni, mi racconterai del tuo passato musicale.

Il carpe diem, il carpfishing, il catch and release. La tecnica del morto manovrato e della mano morta. E i grandi post delle tue amiche del tipo, “Donne date via la patata adesso, perché poi diventa purè”. Fiori di Bach per andare-a-fare-in-culo.

Ora credi anche al destino. Ti salutano tutti. Tachipirina e xanax. E luce pulsata.

Le sentenze inappellabili del tribunale dell’amore, dettate da giudici di destra iscritti al PD. Un tempo ci siamo fidati anche di D’Alema.

Da ubriaco piscio diamanti. Un tuo messaggio del venti settembre di un anno fa.

Gli ultimi romantici rimasti sono i pescatori a galleggiante, dice zio. E alle elementari non volevi mai mettere il grembiule. E io sogno sempre di essere l’argenteria della tua vecchia vicina di casa, quella che andavi a lucidare il sabato, quando non andavi a scuola.

Silvia s’è addottorata. Nasonia vitripennis. Hora Finita. Ora quando cazzo ci torniamo lassù?

I nostri sogni hanno tarlato il cassetto. Le cose di cane, e le cose da campeggio.

Pomeriggi anni ’90 al bowling. Ore liete. Succhi di frutta alla pera. Gatti neri portafortuna. Conigli bianchi di cui ancora non ho capito nulla. Piadine e psicosette a due passi da casa. Eri incredibile seduta su quel muretto del belvedere. Ancor di più su quell’altalena in soggiorno. Peccato i ragazzi addestrati a dovere. Ma mi faccio gli affari miei.

Non sono mai stato a Venezia. Portami a Venezia.

Siamo pronti per gli alieni? Non saprei. Usciamo proprio ora da una storia importante.

Frasi a cazzo e terapeutiche. Moduli per rimettersi insieme. Per rimettersi in piedi. Tutta l’aria che vuoi. Ma chi ha spento la luce?

Le teorie nichiliste di Margaret ti rendono orgogliosa. Imposizioni da soldati tedeschi. Benedetto il giorno che t’ho incontrato.

Le mostre di Dalì ed erezioni incontenibili.

La statua che avevo eretto in tuo onore l’ha abbattuta il popolo liberato dagli americani. La costante consapevolezza di godere del massimo dei tuoi anni e del tuo corpo. D’altronde ci siamo dati parte dei nostri anni migliori. Che sono stati migliori forse proprio per questo.

L’ottimismo forzato di Jovanotti lo mettono negli antidepressivi. Gatti obesi alla scoperta dello spazio. Ciccionauti.

La presunzione di imparare da soli, o al massimo in due, la cosa più difficile di tutte. I cocainomani sono solo bambini rimasti traumatizzati da Pollon quando diceva “sembra talco ma non è, serve a darti l’allegria!”

Non sembri nemmeno tu su quelle foto. Milleequattrocentosessantagiorni e auguri.

Scusa sei di Spoleto? Sì. Altre mille volte sì.



Foto: Federico Carnevale (A.K.A.: Julius Maria Joseph)
Revisione: Chiara Fabrizi

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