L’amore è quella cosa che

i treni a vapore - magritteLa presentazione del libro era alle diciotto, in libreria. E dalle quattordici non avevo fatto che bere. Alle diciassette avevo già vomitato. Purtroppo, contrariamente a quanto mi succedeva da ragazzo, quando mi bastava dare di stomaco per riprendermi, ora l’effetto dell’alcool non passava affatto. Ma non era un problema, anzi, stavo bene così. Mi ero svuotato dentro diverse doppio malto e qualche Campari, proprio per non sentire l’ansia, e quell’appuntamento in libreria, di ansia addosso, me ne aveva messa.

Avrei dovuto presentare il libro in una delle ultime librerie rimaste in centro, quella che sarebbe sopravvissuta ancora qualche mese dopo l’apertura, cinquecento metri più in là, della Feltrinelli.
Mi aveva invitato la proprietaria della libreria, una signora sulla sessantina, dai capelli tendenti al grigio e un’aria che, un primo momento, mi aveva fatto pensare fosse lesbica, o una post femminista o entrambe le cose.
L’avevo conosciuta una settimana prima, alla cena di compleanno di sua sorella, una delle infermiere che aveva assistito a casa mio fratello negli ultimi sei mesi della sua vita. Eravamo diventati amici e così eccomi lì, a cena con la sua famiglia e qualche altro suo amico.
Fu in quella occasione che conobbi la libraia e fu sempre quella sera che seppi che era vedova. Me lo disse sua sorella, dopo cena, in un momento in cui eravamo soli io e lei, a fumare una sigaretta in terrazzo. Non so perché me lo disse e non so perché lo disse così, senza motivo, dal nulla quasi. In un attimo di silenzio disse: Mia sorella è vedova. Io la guardai come a dire qualcosa a metà tra il Scusa, puoi ripetere? e il Che c’entra dire adesso questa cosa? Ma non dissi nulla. Non chiesi nulla.
Poco dopo in terrazzo arrivò lei, la sorella-vedova. Venne a portarci due bicchieri di vino, solo per noi però, lei non si portò dietro niente da bere.
Qualche minuto dopo la festeggiata rientrò in casa, lasciando me e sua sorella da soli.
Ricordo poche cose circa quello che ci dicemmo quella sera sul terrazzo. Ricordo che parlammo di qualche cosa che aveva a che fare con l’odio che avevo verso le pubblicità e la loro capacità di rovinare le belle canzoni che usavano come sottofondo. Ricordo che lei mi fece notare che, dovevo pur ammettere, molte belle canzoni, senza la pubblicità, non le avrei mai scoperte. E ricordo anche la risata esagerata che lei faceva ad ogni mia mediocre battuta.
Nel frattempo mi ero portato la bottiglia di vino direttamente in terrazzo. Si stava bene là fuori quella sera. Io bevevo e parlavo, lei mi ascoltava e rideva.
Poi ad un certo punto venne fuori questa cosa che io avevo scritto questo romanzetto e la vidi illuminarsi. Le raccontai che ero riuscito a farmi pubblicare un libro da un editore che non mi dava un centesimo dalla vendita del libro, ma che comunque andava bene uguale perché-l’importante-è-vedere-la-propria-storia-stampata-su-carta-no? Guardando la cosa dal lato positivo, c’era da dire che almeno non avevo pagato per averlo stampato.
Ad ogni modo, sapendo di questo libro, lei se ne uscì con questo fatto della presentazione.
Grandioso, organizzo subito una presentazione nella mia libreria, disse. Grandioso, usò proprio questa parola.
Bene! esclamai io, ma solo perché avevo bevuto e mi sentivo sicuro di me. In realtà non avevo ancora mai presentato quel libro, non avevo mai presentato un libro in assoluto. Farlo mi avrebbe messo ansia. E infatti fu così. Avrei presentato cosa poi? Quel romanzetto? A chi? A qualche sessantenne amica della libraia? Io volevo il grande pubblico, ma in realtà, riflettendoci, se mai fosse arrivato il “grande pubblico”, sapevo che avrei tanto desiderato il “piccolo pubblico”. E in ogni caso, anche il “piccolo pubblico” mi metteva ansia. Vedete, l’autostima è una gran cosa, avercela significa avere davvero culo. Se ce l’hai ti godi la vita, se non ce l’hai ogni cosa ti pesa. Ti senti sempre di troppo, o che non vali niente, in questo cazzo di mondo.
Quella sera andai a casa a piedi per smaltire la bevuta. La libraia, andandomene, mi diede un bacio sulla guancia.

Una settimana dopo, a circa un’ora dalla presentazione, ero piegato sulla tazza del cesso e sputare acidi gastrici al sapore di malto e Campari.
Mi ripresi un po’, mi sciacquai la bocca, mi diedi una sistemata e mi incamminai verso la libreria. Dopo cinque minuti mi resi conto che a piedi ci avrei messo troppo, così tornai indietro per prendere la macchina, sapendo che c’era il rischio che, se mi avessero fermato e sottoposto all’alcool test, avrei potuto dire addio alla patente, alla macchina e agli ultimi soldi sul conto in banca.
Non mi fermò nessuno ed eccetto un cassonetto dell’organico che non avevo proprio visto, arrivai alla libreria sano e salvo.
Il problema fu che arrivato davanti alla libreria mi sentivo quasi sobrio, ed era un male perché l’ansia poteva insinuarsi in quella tregua alcolica e bloccarmi. Quindi mi fiondai nel bar lì vicino gestito dai cinesi. Chiesi mezzo whisky, giusto per rimettere in circolo un po’ di miscela e far ripartire il motore, ma il barista dagli occhi a mandorla me lo fece triplo.
Entrai in libreria che non riuscivo molto bene a mettere a fuoco le cose.
Sperando di riuscire a coprire la puzza d’alcool masticando insieme quattro gomme extra fresh, spiegai alla libraia che avevo un po’ di labirintite ed era per questo motivo, solo per questo motivo, che ero andato addosso alla colonna promozionale dell’ultimo-libro-uguale-a-tutti-i-precedenti di Fabio Volo, facendola quasi cadere. La libraia, accompagnandomi sottobraccio verso la saletta dove si sarebbe tenuta la presentazione, mi disse sottovoce che se non fosse stato per quelle solite tre o quattro fan che sorvegliano i totem pubblicitari dei libri di Volo e che prontamente avevano tenuto le copie traballanti, tutta la colonna sarebbe di sicuro rovinata a terra.

La presentazione fu un successo, o meglio, questo è quello che penso io. Nel senso che parlai molto. Ad un certo punto mi accorsi di stare a sbiascicare come un vecchio ubriacone, così tirai fuori la storia che venivo proprio allora dal dentista e che l’anestesia che mi aveva fatto per togliermi un molare ancora stava facendo effetto. Ed era per questo motivo, solo questo motivo, che parlavo così male. Non credo che nessuno credette a questa cosa, così come a quella della labirintite.
C’erano dieci persone. Tre comprarono il libro. E una se lo fece autografare. Era la libraia.
Mi invitò a cena a casa sua. Chiudo qua e fra cinque minuti andiamo, disse. Ero ancora ubriaco, e pensai che in fondo non era così male. La libraia intendo. E forse la vita in genere. Ma sì, forse la pelle butterata che aveva su metà guancia destra, i suoi pantaloni color panna, le sue mani pallide e soprattutto i suoi venti o trenta anni più di me non mi facevano impazzire, però mi sembrava una persona interessante. E poi non mi andava di tornare a casa da solo a mangiare quattro polpette riscaldate.

Uscendo pretesi di fare un aperitivo al bar dei cinesi. Presi un Campari Gin, lei un Crodino. Ne presi due a dire il vero. Ora non dovevo più presentare il libro, ma non volevo perdere l’effetto dell’alcool, ormai avevo svegliato la Bestia e la Bestia chiedeva nuovi sacrifici alcolici.
Andammo a mangiare in una trattoria del centro. Ordinai polpette e vino. Lei non bevve, prese un piatto vegetariano e mi parlo di lei. Mi parlò molto di lei. Non ricordo nulla, solo forse qualcosa circa la sua passione per Dacia Maraini che mi fece pensare che ‘sto nome l’avevo sentito e letto minimo cento volte, ma che non m’era mai presa curiosità di leggere nemmeno la quarta di copertina di un suo libro.
Non disse nulla del marito morto, di questo ne sono certo.
Dopo ho i ricordi molto annebbiati. Eravamo a casa sua, dovevamo fare l’amore, e lei tirò fuori dal cassetto del comodino uno di quei lubrificanti contenuti in quei contenitori di plastica dalla forma fallica. Mi ci massaggiò l’uccello e poi se ne mise un po’ anche lei, un po’ fuori e un po’ dentro.
Vedendola fare quel gesto mi sentii per qualche istante pieno di affetto per quella donna. Solo di questo mi ricordo bene, di quella sensazione forte di affetto.
Facemmo l’amore, o almeno credo.
In un attimo di passione sentii un brutto rumore che veniva da lei. Da dentro di lei. Pensai all’osteoporosi ed ebbi il terrore di averle spezzato qualche osso. Invece no, non era niente.
Ci addormentammo uno accanto all’altro. Prima di prendere sonno ricordo che pensai che in fondo non era andata male la giornata. Pensai anche che da quella parte del letto, per non so quanti anni, ci aveva dormito suo marito.
La mattina mi svegliai con un forte bisogno d’acqua. Per fortuna la sera prima avevo avuto l’accortezza di far portare a letto una bottiglia d’acqua. Ne scolai metà, mi rivestii, diedi uno sguardo alla libraia che ancora dormiva beata e presi l’uscita di casa. Salii in macchina e accendendo il motore mi venne in mente la foto del marito di lei che avevo intravisto uscendo, in una cornice poggiata sul pianetto portachiavi dell’ingresso.
Mi chiesi: il fantasma di lui ci avrà visto ieri sera?
Mi chiesi: chissà come è morto?
Mi chiesi: come avrà fatto lei a sopportare un dolore così forte?
Mi chiesi: che cosa cazzo è l’Amore?
Stavo diventando troppo riflessivo e patetico. Così ingranai la marcia e me ne tornai a casa mia. A dormire.

La sera dopo uscii col mio coinquilino universitario per andare a una festa. Ad esser sinceri non ricordo che tipo di festa fosse. C’era gente. Molte ragazze. Eravamo in un locale del centro. Un Dj metteva canzoni che odiavo e da bere tardava ad arrivare.
A pensarci bene, penso che si trattasse di una laurea, ma di chi proprio non lo ricordo.
Alle pareti del locale c’erano gigantografie di donne con tratti mascolini, e di un ragazzo con tratti femminili.
Finalmente arrivò da bere. Ingollai un bicchiere di vino bianco ghiacciato, e mi sentii davvero meglio nel percepire il piacevole calore che l’alcool diffondeva nel mio stomaco, pieno solo di patatine ed arachidi.
Al quarto bicchiere di bianco la musica e le persone intorno iniziavano a piacermi di più. E già non pensavo più alla promessa che mi ero fatto un attimo prima di uscire, una delle promesse più infrante di sempre: stasera niente alcool.

Mentre il mio coinquilino pomiciava con una di Frosinone, io mi misi a parlare con qualcuno di cose che ormai sono passate, forse morte. Però in quel momento tutti pensavamo fossero dannatamente importanti o, almeno, così importanti da sprecarci un po’ di fiato per chiacchierarne.
Il mio bicchiere rimaneva sempre pieno non perché non bevessi, ma perché una moretta un po’ cicciottella dai capelli a caschetto e con l’apparecchio ai denti me lo riempiva di continuo. Non solo a me, ovviamente. La moretta un po’ cicciottella dai capelli a caschetto e con l’apparecchio ai denti non faceva che dire che non sopportava vedere i bicchiere vuoti, addirittura semivuoti. Ma non credo che fosse lei la festeggiata, anche perché avrà avuto al massimo sedici o diciassette anni.
Nel frattempo che parlavo di pesca al luccio con un diplomato al conservatorio, non perdevo di vista una coppia. C’era un tizio che faceva il simpatico con lei, lei rideva per cortesia e il fidanzato lì accanto beveva nervosamente e cercava di non diventare scortese.
Notai una mia ex che soffriva di anoressia che gironzolava con una specie di Martini Dry in mano. Ci guardammo, ma entrambi facemmo finta di non conoscerci.
Alla fine mi stancai di parlare, mi feci riempire di nuovo il bicchiere dalla moretta cicciottella e mi misi a sedere da una parte.
Passai una buona decina di minuti a vedere due ragazzi che approcciavano con due ragazze. La coppia di ragazze era formata da una tipa castana e una coi capelli biondo cenere. I ragazzi invece erano uno moro, moderatamente palestrato, e un altro moderatamente calvo. Tra la castana e il moderatamente calvo non andava benissimo, mentre era diverso per il moderatamente palestrato e la bionda cenere, la quale, ad un certo punto, dopo una battuta su qualcosa che aveva a che fare con il Bangladesh e un venditore di rose, non poté fare a meno di poggiare la sua mano sul braccio di lui, come a dire: Oh ti prego non mi far ridere su ‘ste cose. Fu in quel momento che notai come la pelle della mano della ragazza fosse più grinzosa di quella di una novantenne.
Spostai la mia attenzione sulla coppia col terzo incomodo. Ora lei parlava col fidanzato che sembrava fare l’offeso, mentre l’altro, un po’ più in là, non toglieva gli occhi di dosso dalle gambe di lei.
Mi passò davanti la fidanzata di qualcuno che conoscevo per mano con un altro che non conoscevo.
Feci cenno alla moretta di riempirmi di nuovo il bicchiere.
Una cameriera vestita tutta di nero, priva di seno e con un taglio che, una ragazza accanto a me aveva appena definito “un lesbo cut spaventoso!”, portava via freneticamente tutto quello che restava incustodito sui tavoli del locale. Il Dj mise Time to pretend è la cosa mi andava bene. Mi venne in mente che non dovevo farmi quel tatuaggio che m’ero fatto cinque anni prima. E mi venne in mente anche che a volte stare a letto, avvolto tra le coperte, è un po’ come tornare allo stato fetale.
Poi mi accorsi che accanto a me c’era una ragazza che mi stava osservando. Lì per lì feci per scusarmi, doveva avermi visto bere almeno tre bicchieri di vino di seguito in meno di cinque minuti, neanche fosse Gatorade e io un atleta assetato che aveva appena percorso una maratona. Mi venne fuori, invece, un Ciao. La ragazza mi rispose con un Ciao a sua volta. Era bella. Troppo bella per me, pensai.
Iniziammo a parlare e capii che anche lei era molto ubriaca.
Dopo ricordo che eravamo da qualche parte, forse il bagno del locale, con lei che mi stava masturbando.
Essendo ubriaco vivevo la cosa a mo’ di sogno, con distacco. Ero lì ma non c’ero, ero solo spettatore di me stesso. Tornai alla realtà quando vidi qualcosa staccarsi dalla mano di lei, precisamente dalle dita di lei e finire per terra. Con fatica misi a fuoco, prima la mano, poi la cosa a terra. Le era caduta un’unghia finta e, contemporaneamente alla realizzazione di tutto ciò, cadde anche la mia erezione.

Poco dopo ero di nuovo alla festa, cercai il mio coinquilino per salutarlo, ma non lo trovai. Diedi un bacio con la lingua alla sedicenne o diciassettenne moretta e cicciottella con l’apparecchio che distribuiva vino e che ora non riusciva più a distinguere nemmeno se fossi Brad Pitt o suo padre e me ne andai.
Uscendo trovai tre ragazzi che prendevano in giro un fioraio del Bangladesh. Poteva essere loro padre e lui se ne stava lì a farsi prendere in giro pur di elemosinare un paio di euro.
Gli lasciai tre euro, mi presi una rosa e l’annusai. Non sapeva di niente, ma non m’importava.
In quel momento uscì dal locale la coppia che era alla festa e che aveva bisticciato per via di quel terzo incomodo. Li seguii con lo sguardo per un po’, ora si tenevano per mano e si baciavano ogni tanto.
Mi tornò in mente il marito della libraia, quell’unghia finta caduta e il lubrificante vaginale.
Mi girai verso il fioraio, i ragazzi che se lo stavano prendendo per il culo se n’erano andati. Gli diedi qualche altro euro e lui mi rigraziò con un gran sorriso. Poi, prima che se ne andasse, quasi rivolto più a me che a lui, glielo chiesi. Gli chiesi:
Che cos’è l’Amore?
E il fioraio, con un italiano impeccabile, mi rispose:
Beh, l’amore è quella cosa che

FINE

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