Six Six Six

1.

Da quando mi sono svegliato l’infermiera non mi ha rivolto parola. Solo monosillabi e sguardi fugaci. È in evidente disagio qua dentro, con me. È uscita una sola volta, quando ho aperto gli occhi – che, a quanto dicono, erano quattro giorni che non aprivo. L’infermiera ha aperto la porta, dietro c’era uno sbirro, gli ha bisbigliato qualcosa, lo sbirro ha annuito, e se n’è andata lasciandomi sotto lo sguardo dell’uomo in divisa e poi è rientrata con un dottore. Uno sguardo generale, qualche domanda di routine tipo “come stai?, “Ti fa male qui?” e bla bla bla, ma anche lui nessun sorriso e un atteggiamento che sfiorava l’ostilità. Questo era qualche oretta fa, quando ancora non avevo capito perché mi trovavo qua. Poi continua a leggere…

Folon

Accadde circa una settimana prima del mio diciottesimo compleanno.

Alla fine io c’avevo fatto l’abitudine, ma in realtà chi ancora non ce l’aveva fatta, l’abitudine, chi in fondo non l’aveva mai accettata come cosa, erano i miei genitori. Altrimenti come spiegare il fatto di portarmi da una presunta santona, una maga, una fattucchiera, o come volete definirla, poco prima dei miei diciotto anni? Perché quella fu l’ultima di una serie infinita di tappe ingloriose: prima della maga passammo, o meglio, mi fecero passare attraverso una serie senza fine di dottori, dermatologi, omeopati, naturopati fino ad arrivare a preti e luoghi di speranza come Lourdes, San Giovanni Rotondo e l’immancabile Madjugorie. Non che fossero così credenti i miei, ma era evidente che nonostante ripetessero come un mantra che io non dovevo sentirmi diverso dagli altri, loro probabilmente, dagli altri, diverso, mi trovavano. Non volevano che il loro figlio fosse  continua a leggere…