Folon

Accadde circa una settimana prima del mio diciottesimo compleanno.

Alla fine io c’avevo fatto l’abitudine, ma in realtà chi ancora non ce l’aveva fatta, l’abitudine, chi in fondo non l’aveva mai accettata come cosa, erano i miei genitori. Altrimenti come spiegare il fatto di portarmi da una presunta santona, una maga, una fattucchiera, o come volete definirla, poco prima dei miei diciotto anni? Perché quella fu l’ultima di una serie infinita di tappe ingloriose: prima della maga passammo, o meglio, mi fecero passare attraverso una serie senza fine di dottori, dermatologi, omeopati, naturopati fino ad arrivare a preti e luoghi di speranza come Lourdes, San Giovanni Rotondo e l’immancabile Madjugorie. Non che fossero così credenti i miei, ma era evidente che nonostante ripetessero come un mantra che io non dovevo sentirmi diverso dagli altri, loro probabilmente, dagli altri, diverso, mi trovavano. Non volevano che il loro figlio fosse  diverso da quello dei Gianserrelli, nostri vicini di casa, o da quello di Mimmetti, collega di papà.
In realtà diverso lo ero, ma non era così grave la cosa, non come la mettevano loro – anche se facevano di tutto per non farlo sembrare –, o almeno non per me: perché un conto è che una cosa ti capita nel bel mezzo della vita, come se ti dovessi ritrovare cieco dopo anni in cui hai goduto della vista, e un conto nascerci in una determinata maniera. Ti vedi da sempre così, e per te sei naturale, stai bene, sei normale in quella maniera. Ai tuoi occhi, alla fine, non hai nulla che non va. Il problema è quando ti lasci condizionare da quello pensano gli altri di te, e il tuo giudizio non è più davvero il tuo.

Glabro. Sono nato così. Senza un capello. Senza nessun pelo sul corpo. Né mi sono venuti dopo, crescendo, peli e capelli. Sono stato chiamato “l’alieno”, “il pelato”, “il liscio”, “il malato” e “Munch”, per via di quel suo quadro, l’Urlo, e della somiglianza che aveva con me il soggetto del dipinto.
Mi hanno chiamato in molti modi, mi hanno offeso in molti modi, soprattutto da piccolo, perché alla fine i bimbi si sa, sono cattivi, anche se spesso riportano cose sentite dai genitori. Ma alla fine c’avevo fatto il callo. E poi in fondo era normale, li capivo quasi: il non avere i capelli, sopracciglia e poi la barba, mi ha sempre tenuto a distanza dagli standard di normalità della società. Ma devo dire che superato l’impatto iniziale, non sono mai stato male, non mi sono mai sentito realmente diverso dagli altri, da chi aveva peli sul pube, capelli in testa e barba. E quindi bene così. Certo, non dico che non avrei voluto avere delle belle sopracciglia, una bella barba da radere e una folta chioma da pettinare come volevo, no, sarei ipocrita a dire che non lo avrei voluto, però alla fine mi ci ero abituato a come ero. Mi andava bene. Il sole m’aveva dato sempre fastidio, ma sia lodato Gesù Cristo o Budda o Allah o chiunque sia per aver inventato la crema solare protezione 70, quindi, a parte questo – e il fatto che probabilmente non ero tra i ragazzi più popolari o piacenti della scuola -, per me le cose erano più o meno ok. Ma così non doveva esser per i miei visto che, dopo averle provate praticamente tutte per curare questa mia “malattia”, pochi giorni prima che raggiungessi la maggiore età mi dissero:
“Andiamo dalla “Signora”, Daniele, proviamo da questa signora che ci hanno consigliato, dice sia davvero brava.”
Così, senza fare storie – sapevo che sarebbe stato inutile farne, di storie, che oppormi non sarebbe servito, che tanto i miei genitori avrebbero trovato un modo per portarmici, probabilmente anche a forza -, prendemmo e andammo dalla “Signora”, con la S maiuscola, una fantomatica santona che era stata consigliata da chissà chi e per chissà cosa ai miei.
Forse, a ripensarci ora, la facilità con cui, in tutti quegli anni, mi feci tranquillamente trascinare a destra e sinistra da mio padre e mia madre in cerca di una soluzione al mio “problema”, era dovuta anche al fatto che in cuor mio, in una parte profonda di me stesso, speravo di trovare qualcuno che potesse davvero fare qualcosa per i miei inattivi bulbi piliferi. Qualcuno che alla fine, purtroppo o per fortuna, trovai.

Ci venne ad aprire una donna sulla sessantina, una specie di segretaria della “Signora”, dall’aria stanca e svogliata. Ci chiese il nome. Mio padre glielo disse, lei annuì e disse che la “Signora” ci stava aspettando. Ci chiese poi se avevamo portato l’”occorrente”. Mia madre, guardando la scatola di scarpe che teneva in mano e sul cui contenuto non mi aveva voluto dire nulla, disse di sì. Cosa contenesse quella scatola lo scoprii poco più tardi.
Entrammo in una stanza avente per porta una tenda scacciamosche, quelle tende fatte a frange che fanno tutti quegli strani rumori quando ci passi in mezzo.
La luce era soffusa e c’era un forte, fortissimo odore di incenso.
Dietro un tavolo occupato da mille cianfrusaglie c’era quella che doveva essere la cosiddetta “Signora”.
Una spessa nube di fumo di sigaretta la circondava e, nonostante ci fosse poca luce, si vedeva benissimo il giallore della sua pelle. Avrà avuto un’ottantina d’anni, portati male. Aveva, lunghe occhiaie viola e borse sotto gli occhi che quasi le arrivavano a toccare le labbra, labbra i cui angoli, a loro volta, scendevano inesorabilmente verso il basso, così come le guance, dandogli l’aspetto di un mastino napoletano. Sembrava che su quel viso gravasse una forza di gravità mille volte superiore a quella normale.
Accennò un saluto con la testa e, senza dire nulla, guardò la scatola di scarpe che mia madre teneva in mano.
“Me la dia”, disse la “Signora” con un tono di voce che sembrava provenire da un’altra dimensione.
Mia madre, visibilmente intimorita, appoggiò la scatola davanti alla maga. La “Signora” prese la scatola e, con una lentezza che dava sui nervi, ne aprì appena il coperchio. Ci infilò una mano dentro tirandone fuori una colomba, bianca, candida, che ci guardava intimorita – quasi quanto noi – mentre se ne stava imprigionata tra le dita piena di anelli dozzinali della fattucchiera.
“Avvicinati Daniele”, mi disse la “Signora”.
Io rimasi immobile – con gli occhi fissi sulla colomba e su quella mano rachitica e gialla che la teneva -, fino a che mio padre mi diede una leggera spinta da dietro. Così, mi avvicinai al tavolo.
La “Signora” non mi guardava, anche i suoi occhi erano fissi sul volatile. Qualche attimo, ed iniziò a parlare, a dire delle cose incomprensibili, sembrava dialetto stretto, o forse una lingua antica, non saprei. Poi accadde tutto molto rapidamente: la “Signora” tirò fuori un coltello da sotto il tavolo, appoggiò la colomba sopra un grosso pezzo di marmo – un fermacarte credo – , e diede un colpo deciso al collo della colomba, staccandogli di netto il capo dal corpo. La testa dell’uccello rotolò sul tavolo, imbrattando di sangue tutto ciò che incontrava nel suo percorso, poi cadde a terra.
Sentii mia madre lasciarsi sfuggire un piccolo urlo e mio padre sussurrarle di stare calma.
Dal collo della colomba iniziò fiottare fuori del sangue che la maga, veloce, prese a raccogliere dentro un barattolo.
Rimanemmo tutti in silenzio, un po’ sotto shock e un po’ ipnotizzati da quel liquido rosso che fluiva regolare nel barattolo.
Quando il sangue smise di uscire dalla colomba, la maga ripose il corpo dell’uccello dentro uno straccio e lo buttò per terra, senza cura, a fare compagnia alla testa. Poi prese il barattolo col sangue e ci intinse dentro una mano.
“Vieni più qua Daniele, avvicinati di più”, disse sempre con quella voce da oltretomba.
Lo feci, senza tentennamenti, complice quel mio senso di rassegnazione alle cose che mi ha sempre portato ad accettare tutto senza opposizione, come qualcosa di inevitabile. Ero lì e tanto valeva fare tutto fino in fondo. E poi a quella voce sembrava fosse meglio darle retta piuttosto che disobbedirle. Così mi sporsi il più che potevo sulla scrivania. La “Signora”, da seduta, prese a spalmarmi quel sangue sulla testa, sulla mia testa pelata.
Dovetti combattere per non scappare, per non vomitare, per non mandare a ‘fanculo tutti, soprattutto i miei e me stesso.
Finito di imbrattarmi la testa col sangue dell’uccello, la maga mi porse il barattolo col sangue e disse:
“Tieni, quando torni a casa diluiscilo con l’acqua e poi spalmatelo su tutto il resto del corpo.”
Non aggiunse altro, nemmeno un saluto.

A casa feci esattamente quello che aveva detto la vecchia. Mi cosparsi quel sangue, diluito con l’acqua, su tutto il corpo. Era ridicolo e schifoso, ma lo feci comunque.
Non successe nulla, non subito almeno. Solo un prurito sparso, soprattutto nella zona del perineo.

Passò una settimana e arrivò il giorno del mio compleanno.
Andai a mangiare fuori con i miei amici Andrea, Luca e Filippo.
Ogni volta che uscivamo insieme mi chiedevo cosa pensasse la gente. E in realtà lo sapevo: una volta, a scuola, andai al bagno delle ragazze perché quello dei ragazzi era fuori uso, e sentii inavvertitamente una mia compagna di classe, che non sapeva che io fossi lì, dire ad un’altra ragazza che quando noi – io, Andrea, Luca e Filippo -, uscivamo insieme era perché alla “fabbrica dei mostri” c’avevano dato la libera uscita. Così disse. E come darle torto: io ero com’ero, bianco cadaverico e senza nessun pelo sul corpo; Andrea era gravemente zoppo a causa di un gravissimo incidente d’auto in cui era rimasto coinvolto da piccolo; Luca aveva l’occhio destro completamente bianco, per via di una cataratta spessissima gli era scesa davanti alla pupilla facendolo sembrare Marilyn Manson e, Filippo, che fisicamente non era bello, ma che comunque non aveva vistosi difetti come noi, soffriva di una balbuzie gravissima.
Quella sera mi ubriacai. Mi ubriacai per vari motivi: per festeggiare, perché non l’avevo mai fatto, e perché pensavo che quel prurito sparso, accentuato nella zona tra i testicoli e l’ano, che non passava da una settimana, lo avrei sentito meno da ubriaco.

Non so quanto tempo dopo la cena in pizzeria, mi ritrovai in una stanza che non conoscevo, sdraiato su un letto che non conoscevo, con una donna nuda che non conoscevo.
La luce era soffusa, ancora di più che nella stanza della maga.
In un barlume di lucidità mi ricordai che qualcuno, a cena, aveva buttato là l’idea di farmi perdere la verginità, e se ero lì, evidentemente, quell’idea si stava concretizzando. Mentre ripensavo a ciò mi accorsi che la donna nuda mi stava dicendo qualcosa. La donna stava dicendo qualcosa riguardo all’esprimere un desiderio e a una notte pagata. Le chiesi di ripetere. Così lei disse:
“Ho saputo che è il tuo compleanno: quindi chiedimi quello che vuoi…”
Provai a dire qualcosa, ma ne venne fuori solo una specie di mugugno: l’alcool regnava ancora sovrano dentro di me.
“Tranquillo, i tuoi amici hanno pagato per tutta la notte, chiedi quello che vuoi…”
Così, vincendo la voglia di scappare, senza pensarci, dissi tutto d’un fiato:
“Vorrei che mi leccassi qua sotto”, indicandomi la zona che mi prudeva di più in tutto il corpo.
La donna mi guardò stupita, e quasi mi stavo per scusare, ritrattare tutto e fuggire, ma lei disse:
“Di solito i verginelli vogliono subito andare al dunque, invece tu vedo che vuoi un po’ godertela, eh?”
Annuii imbarazzato, non le dissi in realtà che volevo solo essere grattato. Davvero, il sesso non m’importava, mi terrorizzava e basta.
La prostituta prima mi fece mettere supino poi, decisa, si diresse verso le mie gambe, le prese e le tirò su, praticamente ribaltandomele addosso.
“Rimani così!” mi ordinò lei.
Ero palesemente col culo all’aria. Di nuovo sentii l’istinto di fuggire e forse l’avrei fatto se non avessi sentito un sollievo tale che nessuna crema che avevo applicato per tutta la settimana mi aveva dato: la donna aveva preso a leccarmi lì, tutto, dai testicoli all’ano, e seppur mi vergognassi, il piacere era così tanto che tutto veniva sorpassato.
Non vedevo bene la faccia della prostituta, della donna che mi stava facendo quella cosa divina là sotto, ma mi accorsi subito che dopo leccate convinte, ora si fermava spesso e mi guardava lì incuriosita. Ad un certo punto si fermò del tutto e, con un balzo felino, accese la luce principale. Poi tornò lì dov’era, per osservarmi.
Vidi la sua faccia contrarsi dal disgusto. Ebbe un conato così forte che le fece tirar fuori la lingua, lingua sulla quale mi parve di vedere attaccato qualcosa di bianco. E doveva esser stato quello a farle venire il conato di vomito, infatti se la tolse immediatamente con il pollice e l’indice, la esaminò e fece:
“Ma che diavolo…?” Non aggiunse altro. Prese solo a spostare freneticamente lo sguardo dalla cosa che aveva tolto dalla lingua al mio perineo, sì perché io ero rimasto nella stessa posizione, immobile, con le gambe parallele al tronco.
“Cosa c’è?”, riuscii dire.
“Dimmelo tu!”, fece lei, porgendomi quello che aveva tolto dalla sua lingua.
La guardai: era una piccola piuma bianca. Una piuma d’uccello. Non capivo.
“Forse hai il piumone che perde?”, buttai là. Ma era estate, e di piumoni in giro non ce n’erano.
“No, credo venga da lì, non ho mai visto una cosa del genere.”, e mi indicò là sotto, dove mi prudeva tanto.
“Che intendi?”,le chiesi.
“Rimani così.”, mi disse, poi scese dal letto, frugò in un cassetto, prese fuori un piccolo specchio e tornò sul letto. Lo posizionò a circa una decina di centimetri dal mio scroto e fece:
“Guarda!”
Guardai, ma lì per lì non capii. Era assurdo. Non poteva essere. Eppure, sembrava che tutta la zona del mio perineo era cosparsa di piccole piume bianche, sembrava il petto di un pulcino di piccione, anzi no, di colomba.

Quella sera, tornato a casa, con l’aiuto di uno specchio e di un paio di pinzette presi a togliermi tutte le penne che mi stavano nascendo lì. Cercavo di non far caso al panico che mi stava montando dentro, cercavo di tranquillizzarmi dicendomi che probabilmente si trattava di una strana forma di allergia o di qualcosa del genere. Oppure uno scherzo, non so di che tipo, ma uno scherzo. Ma quelle che mi stavo strappando da là sotto erano delle vere e proprie piume d’uccello, che nascevano dal mio corpo.
Una volta ripulita la zona, ed essermi messo quintali di crema idratante, iniziai a guardare con più attenzione la mia pelle in altre zone del mio corpo. Sulle braccia non avevo nulla di che, solo microscopici puntini rossi, lo stesso sulla testa e in faccia. Erano puntini minuscoli e solo con la faccia attaccata allo specchio riuscivo a vederli. Questi puntini rossi erano più grandi sulla zona del pube e sulle gambe, e anche sotto le ascelle. In queste parti i puntini erano ben visibili e qualcuno risultava più scuro, in altri spuntava appena qualcosa. Con le pinzette strappai una di queste cose che spuntava e vidi che erano piccole piume, appena nate.

Il mattino seguente, dopo essermi attaccato ininterrottamente al campanello dell’”ufficio” della maga per più di un minuto, da una finestra, probabilmente di un piano superiore a quello dove operava lei, si affacciò un signore:
“La piantiamo o no?”
“Cerco la Signora, la maga, e non me ne vado finché non mi apre”
“Ah, allora hai voglia a suonare…”, fece l’uomo.
“Perché?”
“E’ morta!”
“Come morta?”
“Sì, morta, schiattata, crepata, come te lo devo dire?”
Mi sentii gelare. Il terrore si impossessò di me, e il signore dovette accorgersene perché mi disse:
“Se vuoi spiegazioni citofona CHIARELLI, era la sua segretaria”
Non aveva finito la frase che stavo già citofonando.

“Sì, è morta tre giorni fa, ma stava male da parecchio, cancro al cervello, i medici erano tutti stupiti del fatto che fosse riuscita ad arrivare fino ad ora così, stando tuttavia bene. Però certo, benissimo non stava, io me ne accorgevo: ultimamente si pisciava addosso e spesso si dimenticava addirittura chi fosse, ma ha voluto esercitare fino alla fine anche se non so quanto possa aver lavorato bene ultimamente: pensi che ad una ragazza che era venuta per conquistare un tizio di cui era innamorata ma che non se la filava di pezza, ha fatto il malocchio invece che un elisir d’amore e ora, a quanto ne so, il poveretto è in coma all’ospedale”

Disperato. Ecco com’ero. Alla segretaria non dissi nulla del perché la stessi cercando, né lei me lo domandò presa com’era dall’elencarmi tutti gli sbagli che aveva commesso ultimamente con i suoi clienti. Chiesi se sapesse di un’altra maga con gli stessi poteri – perché quella maledetta maga non era una cialtrona, i poteri ce li aveva sul serio, era innegabile, le piume che mi stavano crescendo addosso ne erano una dimostrazione, solo che aveva sbagliato ad usarli –, ma mi rispose che non conosceva nessuno al pari della “Signora”, nemmeno un po’.
Alla disperazione s’aggiunse il prurito, stavolta molto forte e di uguale intensità. Volevo dirlo ai miei ma avevo paura: se prima mi consideravano semplicemente diverso, ora mi avrebbero considerato un vero e proprio mostro, perché era quello che stavo diventando.
Approfittando di una trasferta lavorativa di papà e di un corso di aggiornamento professionale che teneva fuori la mamma tutto il giorno, mi chiusi due giorni in camera, senza voler vedere nessuno e cercando di dormire il più possibile. Luca, Filippo ed Andrea mi cercavano, ma io non mi resi disponibile inventandomi un fantomatica febbre estiva.
Furono due giorni orribili, in cui forti incubi mi funestarono, sia da dormiente che da sveglio. Mi vedevo in giro con un circo relegato all’unico ruolo che la società poteva darmi: un fenomeno da baraccone. Oppure mi vedevo in dei laboratori, come caso clinico studiato da universitari di tutto il mondo, e poi in televisione, in quelle trasmissioni che parlano di persone deformi, guinness dei primati e cose simili. Un freak, ecco cos’ero. Improvvisamente il mondo mi faceva paura, più del solito.
In preda ad un panico ingestibile, scrissi una lettera in cui parlavo di un viaggio ad Amsterdam – per mettere su una pista sbagliata eventuali ricerche – e la lasciai sulla mia scrivania, poi, mettendo un po’ di cibo dentro ad uno zaino, diedi sfogo ad un’irrefrenabile voglia di scappare.

Scappai e mi rifugia nell’unico posto dove l’istinto mi diceva che sarei stato al sicuro: il bosco.
Non so perché mi rifugiai lì, ma ero attirato dalla foresta, una specie di richiamo alla Jack London. E non avevo paura lì dentro, non avevo freddo, non mi mancava nessuno e non soffrivo a dormire per terra: era come se lo avessi sempre fatto.
E nel bosco, il processo di piumaggio in corso nel mio corpo, triplicò la sua velocità. In pochi giorni tutto il mio corpo fu completamente cosparso di piume bianche. Piccole piume bianche che a mano a mano crescevano. Altri pochi giorni e iniziai a sentirmi molto più leggero, non so come descrivere la sensazione, ma era come se mi avessero svuotato, materialmente, di qualcosa. Le ossa, forse. Mi arrampicavo sugli alberi senza problemi e anche rami molto fini riuscivano a tenermi. Per cibo iniziarono a bastarmi delle bacche e presi a dormire in alberi molto alti, perché temevo che a terra mi sarei prima o poi imbattuto in qualcuno durante il mio sonno.
La cosa più dolorosa fu quando presero a cadermi i denti e quando dalla bocca prese a crescermi una protuberanza ossea che finì per diventare un vero e proprio becco.
Poi un giorno, accadde una cosa incredibile. Ero sopra ad un ramo, in cima ad una quercia molto alta. Aveva piovuto e scivolai sulla corteccia del ramo resa viscida dalla pioggia. Istintivamente presi a muovere le miei braccia su cui ora vi erano delle grosse penne. Non volai, ma nemmeno precipitai a terra, perché grazie alle mie braccia divenute ali atterrai dolcemente sul suolo. Da quel giorno, superato lo spavento, iniziai a provare a volare e, con un allenamento costante, ci riuscii.

Sono anni ormai che lo faccio, che volo. Credo di essere un esemplare unico nella mia specie. Sto bene, ma non cambia molto da come era la mia vita prima: spesso mi unisco a vari stormi di uccelli in volo, non mi cacciano, no, ma nemmeno mi fanno sentire partecipe. Rimango, anche qui, diverso. Però posso volare, e volare mi aiuta a superare la mia solitudine. E volando chissà, forse un giorno troverò un mio simile, o una simile e magari non sarò più solo.
Questa è la mia storia, la storia di come diventai un uccello, un uomo uccello. Ora spicco il volo, verso questo splendido tramonto e non mi preoccupo se qualcuno mi vedrà, perché so che si riterrebbe fortunato, perché non potrà fare a meno di pensare di essere davanti ad un quadro di Folon.

FINE

Creative Commons Licence
Folon by Jacopo Marocco is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 3.0 Unported License.

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