Six Six Six

1.

Da quando mi sono svegliato l’infermiera non mi ha rivolto parola. Solo monosillabi e sguardi fugaci. È in evidente disagio qua dentro, con me. È uscita una sola volta, quando ho aperto gli occhi – che, a quanto dicono, erano quattro giorni che non aprivo. L’infermiera ha aperto la porta, dietro c’era uno sbirro, gli ha bisbigliato qualcosa, lo sbirro ha annuito, e se n’è andata lasciandomi sotto lo sguardo dell’uomo in divisa e poi è rientrata con un dottore. Uno sguardo generale, qualche domanda di routine tipo “come stai?, “Ti fa male qui?” e bla bla bla, ma anche lui nessun sorriso e un atteggiamento che sfiorava l’ostilità. Questo era qualche oretta fa, quando ancora non avevo capito perché mi trovavo qua. Poi una fitta alla spalla destra mi ha fatto ricordare tutto. È stato un pugno in pieno viso, ma a parte un leggero sommovimento di budella e un po’ di fiato mancato, il panico non m’ha divorato. Ed è strano vista la situazione, visto quello che mi è successo. Forse è merito della morfina o di qualche altro potente antidolorifico che mi danno, anzi, sicuramente è merito delle sostanze se ancora non sono entrato nella disperazione più totale. Il dottore ha detto:

“Se senti dolore dillo all’infermiera che ti darà qualcosa per alleviarlo.”

Io il dolore lo sento, e l’ho fatto presente all’infermiera, ma lei, scocciata, ha detto che più di tanto non può darmene di morfina perché sennò finisce che ci lascio le penne. Questo mi ha detto e, sottovoce, ha aggiunto anche qualcos’altro, tipo che per lei starebbe pure bene che ce le lasciassi, le penne. Evidentemente non è un segreto il motivo per cui sono qui. Ecco il perché di tanta freddezza, di tanta ostilità ‘Fanculo. Comunque non sono sicuro che abbia detto quelle cose l’infermiera, non posso giurarci perché era solo un bisbiglio, quello di cui sono sicuro è che mi manca il braccio sinistro.

2.

La porta si apre ed entra un signore sulla cinquantina, brizzolato e dalla mascella quadrata. È robusto e con lo sguardo da stronzo. Nemmeno fa in tempo a presentarsi che ho già capito chi è: è l’uomo che l’infermiera ha mandato a chiamare quando mi sono svegliato, è il commissario di polizia. Si scusa per il ritardo, con l’infermiera, non con me.
Mi guarda subito storto e fa:

“Sono quattro giorni che aspetto, te lo sei fatto un bel sonnellino, eh? Ora sarai riposato, ti rinfrescato la memoria ben bene giusto per raccontarmi un po’ di cosucce.” Poi fa un cenno all’infermiera che subito esce, così inizia a parlare, lo sbirro inizia a chiedere, fare domande. Le mie risposte sono una fila interminabile di:

No commissario, non ricordo nulla.

Dovrebbe esserci il mio avvocato qui.

Sono convalescente non vede, mi lasci riposare.

Non so di cosa sta parlando.

Poi, alla fine, dalla giacca, tira fuori una telecamera digitale, di quelle super compatte.

“La riconosci questa?”, mi chiede.

In realtà no, e infatti dico:
“No!”

La apre, l’accende e mette play.
Sul piccolo schermo appaiono varie persone, tra cui io.
La telecamera, ora la riconosco, è quella di Valeria. Perché cazzo quella stronza doveva portarsi sempre dietro una telecamera? Mi chiedo.
Distolgo lo sguardo dallo schermo, ma lo sbirro segue i miei occhi con la telecamera, allora li chiudo, così il commissario mi mette la cassa della videocamera accanto all’orecchio. Non vedo, ma sento. Provo a tapparmi le orecchie, ma non ci riesco, per ovvi motivi. Per contro ricevo solo una grossa fitta che, dalla spalla sinistra, si irradia per tutto il corpo.
Morfina. Morfina. Morfina.
“Parla!”, dice il poliziotto quasi urlando. “Parla! Dimmi qualcosa!”
Intanto si continua a sentire l’audio del video nella telecamera di Valeria. Come si chiudono le orecchie? Se non voglio vedere chiudo gli occhi, facile, ma se non voglio sentire?
Lo sbirro dice:
“Parla pezzo di merda! Raccontami dell’altra sera.”
Dice:
“Dimmi di te, dimmi di Filippo, dimmi di quei tossici psicopatici dei tuoi amici!”
Dice:
“Non me ne vado finché non mi dici tutto, me ne fotto se è presto per interrogarti, me ne sbatto se non c’è il tuo avvocato. Dimmi dove sono Loro!”

Io non gli dico un cazzo, ma urlo, chiedo aiuto. Entra di nuovo il medico di prima che chiede al commissario di uscire. Così il poliziotto mi sussurra all’orecchio che tornerà presto, che Filippo e la sua ragazza sono là fuori da qualche parte e che sicuramente sanno di me, poi se ne va.
Torna anche l’infermiera, che mi spara un’altra bella dose di morfina e che poi, insieme al dottore, se ne va. Ora, qui, da solo, anche se non voglio, inevitabilmente penso a quello che è successo quattro notti fa.

3.

Era da un mese circa che lo stordivamo.
Tutto faceva parte di un disegno ben preciso. Studiato.
Lui non se ne è mai accorto, ma era da circa quattro settimane che, almeno quando era con noi, tutto ciò che beveva o mangiava era condito con forti, fortissime dosi di mescalina, LSD e Tavor. Mischiate. Quantitativi capaci di stendere un cavallo. Il tutto a sua insaputa. E forse se ne sarà anche accorto che qualcosa di strano c’era, che non poteva esser quasi costantemente così sballato, ma mi pare di vederlo appena si chiedeva – se se lo chiedeva – qualcosa: faceva spallucce e si diceva “Beh, tanto di guadagnato”. E gli ha detto culo, ci ha detto culo che non ha sclerato, che non è partito completamente di testa o addirittura morto prima. Il trattamento chimico e farmacologico cui lo abbiamo sottoposto è stato pesantissimo. E sono stato io in queste settimane a preparare le sue dosi “sbagliate”. Io, il chimico del Gruppo, quello che preparava – credo sia il caso di parlare al passato, ormai…- le dosi per tutti. Io che non ho una laurea in chimica o in farmacia, ma che non mi sono mai sbagliato a dosare la roba, fare mix – se non volutamente, come per Filippo. Io che gli ho fatto fare a tutti sempre bei trip: non s’è mai lamentato nessuno con me. E a proposito di trip, di viaggi mentali, fu proprio durante uno di questi, in occasione di una messa, che Lui ci parlò.
Filippo non c’era quella sera di novilunio – sicuramente ostaggio di qualche comunità terapeutica per tossicodipendenti in cui il padre lo costringeva periodicamente ad andare, e da cui lui periodicamente fuggiva. Quella sera, Lui ci parlò. Lo sentimmo tutti: io, Andrea, Nicola, Emilio, Valeria e Giulio. Ci parlò di Filippo. E di Luna, l’ex ragazza di Filippo, che un tempo faceva anch’essa parte del nostro Gruppo, ma che poi si era allontanata, sia da noi che da Filippo, dopo avere assistito a delle cose che avevamo fatto… Questa cosa a noi non era piaciuta, non l’avevamo digerita anche a distanza di tempo, perché tra noi c’era un Patto, un patto di sangue che poteva esser sciolto solo in una maniera.
Quella sera Lui ci parlò, e fu Lui a dirci cosa fare con loro.

«666, the number of the Beast!!!»

Filippo, a parte quando era a casa sua, non avendo un lavoro e non andando più a scuola, il resto del suo tempo lo passava con noi. E noi, da un mese a questa parte, lo abbiamo tenuto quasi costantemente fatto. La regola tra di noi era che, nel caso non fossimo stati tutti insieme e ci fossimo trovati da soli con Filippo, dovevamo sciogliergli in qualsiasi cosa mangiasse o bevesse la bustina con dentro il mix di mescalina, Lsd e Tavor che ognuno di noi aveva a disposizione per questo preciso scopo. Ovvio che poi se qualcuno lo drogava, lo doveva comunicare agli altri, altrimenti c’era il rischio di somministrazioni multiple e, quindi, di giocarselo subito. Invece a noi serviva una cosa graduale. Una demenza indotta e controllata. Sì perché a mano a mano che gli mandavamo in pappa il cervello, gli facevamo lunghi discorsi, gli istillavamo cose in testa. Cose strane e cattive. Molto strane e molto cattive. Su di lui e su di Luna. Il nostro obiettivo era di riscrivere la mappa della sua coscienza. Con quella roba, a quei dosaggi, ammorbidivamo il suo cervello, lo rendevamo pronto ad assorbire qualsiasi cazzata gli fosse stata propinata. Cercando di annullare la sua cognizione di scindere il bene dal male. Annullare il suo libero arbitrio. Renderlo un automa, pronto ad obbedire a qualsiasi nostro ordine. Era così che ci serviva. E un po’ mi dispiaceva, ma non ero stato io a volerlo. Non ero stato io a sceglierlo. Era stato Lui a desiderarlo, e ad un Suo ordine non si poteva disobbedire.
Filippo era stato prescelto.

«Goodbye God, Hello Satan!!!»

E se non se ne è accorto lui del suo stato, nemmeno gli altri lo hanno fatto.
Filippo è stato sempre uno considerato “annebbiato”, un “tossico sempre fatto”, “feccia”, come tutti noi del resto. A noi “metallari”, “dark”, “capelloni” o qualsiasi altro fottuto nome con cui ci hanno etichettati, non ci ha inculato mai nessuno. A parte qualche presa in giro, qualche smorfia di scherno, o schifo, siamo stati sempre indifferenti a tutti. Quindi se Filippo era più fatto e perso del solito, nessuno ci badava. Nemmeno i genitori, che gliene hanno viste fare di tutti i colori. Durante questo mese lo hanno portato pure all’ospedale un paio di volte, perché avevamo davvero esagerato con lui, ma lo hanno dimesso sempre poco dopo. Che gli potevano fare?

«…maledictus diabolus in virtutem Santissima Trinitatis, Patris, et Filii et Spiritus Sancti»

L’altra sera è venuto al parco dopo cena. Stranamente era abbastanza sobrio, complice il fatto che se ne era stato a casa tutto il giorno e nessuno poteva raggiungerlo lì, per drogarlo.
Appena lo abbiamo visto gli siamo andati tutti incontro, fingendo un caloroso benvenuto. Nonostante fossero quattro settimane che lo sottoponevamo a quella cura intensiva di mescalina, acido lisergico e lorazepam, non sembrava stare malaccio. Spesso pensavo che se tutta la roba che gli avevamo dato se la fosse presa un’altra persona, quella sarebbe sicuramente schiattata prima, o almeno ridotta a girare per strada con l’andatura e lo sguardo di uno zombie. E invece Filippo no. Certo, non era un fiore, ma sembrava, d’aspetto almeno, stare tutto sommato bene.
Ad un certo punto io mi sono allontanato un po’. Sono andato in macchina, ho preso un bicchiere, e c’ho messo dentro il doppio della solita dose “corretta” che gli davamo: doppia dose perché quella sera era la sera, la sera prescelta. Poi nel bicchiere c’ho versato la birra, ho mescolato il tutto con un bastoncino. Poi sono tornato dagli altri e mi sono affrettato ad offrirlo a Filippo. Lui lo ha preso, mi ha ringraziato e se l’è bevuto tutto d’un fiato, dopodiché m’ha chiesto se avessi qualcosa da dargli, qualche droguccia, qualsiasi cosa, anche un po’ di anfetamina, perché voleva sballarsi. Tutti ci siamo guardati perplessi: non era la prima volta che succedeva che chiedesse di prendere qualcosa. Era ovvio: lui non sapeva di essere drogato, e ormai neanche capiva più quale fosse il suo stato, se fosse sobrio o meno. Stava “fuori”, inconsapevolmente, e quello stato per lui ormai era normalità. Così lui voleva di più, ma dargli qualcos’altro significava rischiare di mandarlo in coma, se non addirittura ucciderlo. E a noi invece serviva, se non in retti sensi, almeno in piedi. E vivo soprattutto. E se finora per fortuna non era andato né in coma, né all’obitorio, perché rischiare? Allora gli ho detto di aspettarmi, che ci avrei pensato io. Sono tornato in macchina, ho preso un po’ di mannite – un lassativo in polvere per bambini, che usavamo per tagliare la cocaina che vendevamo ai ragazzini delle superiori – gliel’ho incartata e gliel’ho portata. Mi sono fatto dare il suo bicchiere e gliel’ho versata dentro. Cos’è? mi ha chiesto. Una novità, gli ho risposto, facendogli l’occhiolino. Ha fatto per pagarmi, ma l’ho rassicurato dicendo che offriva la casa. Sei un amico, mi ha risposto.

« Kill for Satan!… kill for Satan!… kill for Satan!… kill for Satan!»

Più tardi eravamo in mezzo al bosco.
Ci eravamo fatti tutti e la roba stava facendo un buon effetto, ma su Filippo aveva preso alla grande. Se ne stava addosso ad un albero, ci parlava e ogni tanto lo accarezzava.
Qualcuno, non ricordo chi, ha messo nello stereo portatile il cd dei Mayhem, “De Mysteriis Dom Sathanas”. Poi, uno alla volta, ognuno di noi si è avvicinato a Filippo e gli ha sussurrato all’orecchio il nostro copione, il copione che gli recitavamo da quando la nostra “cura” gli ha iniziato ad ammorbidire il cervello.

Luna è una traditrice.

Luna scopa con tutti.

Luna è una traditrice del Nostro Signore.

Andandosene dal nostro “gruppo” ha bestemmiato il Nostro Signore, e ciò non è perdonabile.

Ha tradito tutti noi.

Luna è una puttana.

Luna ha rotto il nostro Patto.

La colpa è solo tua, che gli hai permesso tutto ciò.

La colpa è tutta tua, che non l’hai uccisa prima.

Ma hai ancora un’occasione per redimerti.

Sentendo queste parole, Filippo cambiava repentinamente espressione e lo vedevi corrugare la faccia alternando smorfie di dolore a smorfie di rabbia, piangendo e dando pugni e testate all’albero. Poi Andrea lo ha preso, lo ha portato davanti al fuoco che avevamo acceso in quello spiazzo in mezzo al bosco, e gli ha detto:

“Filippo, stanotte è la notte. Stanotte è la notte della tua redenzione. La notte in cui riceverai il perdono delle tue colpe. Stanotte potrai redimerti di fronte a Nostro Signore Lucifero, offeso dall’atteggiamento di Luna e dal tuo che l’ha permesso. Stanotte potrai redimerti anche di fronte ai tuoi fratelli di sangue, offesi anch’essi dall’atteggiamento di Luna. Lei ha rotto il Patto e tu sai che il solo modo per romperlo non è semplicemente andandosene, o tirandosene fuori. Il Patto può essere sciolto solo con la morte.
Luna quindi deve morire. Questo compito spetta a te, è stato assegnato a te dal Nostro Signore del Male. Uccidila e sarai libero.
Filippo, Stanotte è la notte!”

Ad ogni parola Filippo ha annuito convinto, come se non fosse stato Andrea a parlargli ma Lucifero in persona. Annuiva e piangeva con lo sguardo perso tra le fiamme del fuoco.
Poi Nicola gli ha messo in mano una spada – un’enorme spada comprata su eBay a 330 euro da un collezionista toscano, una spada che si dice sia appartenuta ad un conte umbro, il conte Rometti, con la quale aveva decapitato la figlia, rea di aver macchiato l’onore di famiglia concedendosi a quasi tutti gli uomini che lavoravano nella villa del padre.
Filippo ha impugnato la spada senza nemmeno guardarla, sempre con gli occhi fissi nel fuoco. A quel punto io, Emilio e Giulio abbiamo tirato fuori Luna dal portabagagli della macchina di Valeria. Luna che era già legata ed imbavagliata. Valeria nel pomeriggio aveva chiamato Luna dicendole che voleva parlarle, parlare di quello che era successo, del motivo per cui si era allontanata dal gruppo, dicendole che anche lei voleva andarsene e che non sapeva con chi altro parlarne. Si sono date appuntamento nel parcheggio sul retro di un supermercato chiuso per fallimento. È stato facile raggiungerla di spalle – mentre diceva a Valeria che orribili assassini eravamo e che voleva denunciarci al più presto – darle un colpo in testa, legarla, imbavagliarla e ficcarla nel portabagagli.
Abbiamo sfilato davanti a Valeria che riprendeva il nostro rito con la videocamera, con Luna che si dimenava come una pazza. L’abbiamo messa prona, senza slegarla o sbavagliarla, accanto al cippo di un albero tagliato. Emilio le ha preso la testa e gliel’ha forzatamente tenuta sul legno. Io l’ho tenuta per il busto e Giulio per le gambe. Sapeva cosa le stava per succedere, così si muoveva come un’ossessa e, nonostante lei fosse una contro tre e fosse pure legata, dovevamo metterci un sacco di forza per tenerla.
Andrea e Nicola hanno fatto avvicinare Filippo a Luna e a noi. Gli hanno cominciato dire: uccidila, uccidila, uccidila. Poi anche noi abbiamo iniziato a dirglielo, ad incitarlo. Io, Giulio, Emilio e anche Valeria, tutti a dirgli: uccidila, uccidila, uccidila. Filippo annuiva, guardava Luna ed annuiva, la guardava con gli occhi affinati di rabbia ed annuiva. Vedendolo così, siamo stati tutti orgogliosi del lavoro svolto. Vederlo così carico, così convinto di ciò che stava per fare, era una conferma che in quelle settimane avevamo svolto un lavoro certosino, il suo cervello ora era nostro – e solo così poteva essere: non saremmo mai riusciti a convincere Filippo ad ammazzare Luna senza quel lavaggio del cervello, non l’avrebbe mai fatto.
Ad un certo punto Filippo, sempre con gli occhi fissi su Luna, ha portato la spada sopra la sua testa, per caricare il colpo, un attimo di esitazione e poi l’ha scagliata giù potentemente.

«Oh, my sweet Satan, I’ve seen sabbà»

Ho impressa davanti a me la faccia di Filippo ferma in una smorfia di sforzo. Sforzo fatto per colpire con potenza la testa di Emilio.
Credo che per un solo istante, un solo dannato istante, prima che il panico dilagasse, ognuno di noi deve aver pensato che Filippo, fatto com’era, avesse preso Emilio per sbaglio. Che si doveva esser sbagliato, per forza. Che era fuori di testa per la troppa droga assunta e che quindi si era sbagliato. Che aveva mirato male, perché d’altronde la spada pesava tanto e lui era drogato tanto. Questo è quello che credo ognuno di noi per un istante abbia pensato. Sperato. Poi Filippo ha diretto un altro forte colpo di spada in bocca a Giulio, aprendogli la testa per orizzontale, ed ogni nostra speranza è andata a farsi fottere.
Dopo è successo tutto rapidamente, così rapidamente che nessuno è riuscito a fuggire.
Filippo si è girato di scatto e, manovrando quella spada neanche fosse un samurai, ha fatto fuori Nicola ed Andrea, rimasti impietriti dalla scena cui avevano assistito. Si sono fatti trafiggere senza nessun tentativo di fuga. Io, invece, c’ho provato a fuggire, non appena ho avuto il coraggio di farlo, ma non sono riuscito a fare tre passi che quello stronzo m’ha preso la spalla. Poi ricordo solo che sono caduto a terra, accanto al mio braccio mozzato. Ricordo gli spruzzi di sangue che uscivano dalla mia spalla simili ai getti di un geyser. Ricordo che ho sentito subito tanto caldo poi tanto freddo e che poco prima di svenire ho visto Filippo che infieriva su Valeria che pur di filmare, non era scappata.
Poi mi sono risvegliato qua, piantonato dalla polizia.
Sono tutti morti, tranne me. Tranne me, Filippo e Luna.

«Satan, I’m seeking to follow you!!!»

4.

Bussano alla porta. Riapro gli occhi.
Il poliziotto che mi piantona apre la porta, entra l’infermiera con un enorme mazzo di fiori che la copre quasi tutta. Il poliziotto richiude la porta.
Penso a mia madre, a tutto quello che le ho fatto, a tutte le umiliazioni che ha subito per colpa mia, e che nonostante tutto ancora ci tiene a me. Penso a mia mamma perché solo lei può avermi mandato dei fiori. Non può venirmi a trovare perché non posso ricevere visite, e allora ecco i fiori. Grazie mamma, ma se finirò in carcere non mi farò mai un banale tatuaggio da galeotto con su scritto “Mamma Perdonami”. Mai.
L’infermiera si avvicina al letto, sempre tenendo i fiori davanti a sé. Sono molti e scommetto che sta facendo un notevole sforzo per tenerli. Chiedo:

“Di chi sono?”

L’infermiera appoggia i fiori sul bordo del letto e non risponde. Tira fuori da una tasca un biglietto e me lo pone.
“Può anche parlare eh,” le dico fissando i fiori, “è da stamattina che fa tutta la sostenuta, io non mordo mica…semmai sgozzo” aggiungo, mettendomi a ridere di gusto. Poi prendo, con l’unico braccio rimastomi, il biglietto, ma farlo mi provoca un gran dolore, e così chiedo morfina, morfina per favore. Allora l’infermiera senza discutere va verso la flebo, per iniettarmi l’antidolorifico, e intanto io leggo il biglietto. C’è scritto solo:
“Voi avete cercato di fottere me, e io ho fottuto voi. Stammi bene all’inferno, figlio di puttana!”
Firmato: Filippo.

Getto via il biglietto e guardo interrogativo l’infermiera, col cuore che mi batte a mille nel petto: vorrei chiederle chi le ha dato quei fiori, quel biglietto, come ha fatto a passare i controlli. Vorrei chiederle tutte queste cose, ma mi accorgo di una cosa di cui non mi ero accorto prima: l’infermiera non è la stessa di stamattina. E sarà che sono ancora sotto shock, sarà la morfina, sarà che si è celata dietro a quei cazzo di fiori, ma senza piercing, senza trucco dark pesante e pettinata bene, io, Luna, c’avrei messo comunque molto a riconoscerla conciata così. Luna, travestita da infermiera e che ha appena finito di far arrivare a fine corsa lo stantuffo di una siringa infilata nel rubinetto della flebo. Non so cosa diavolo ci abbia messo là dentro, ma so solo che non fa in tempo a dirmi:
”Addio stronzo!”, che io chiudo gli occhi e poi…e poi più nulla.

FINE

Creative Commons Licence
Six Six Six by Jacopo Marocco is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 3.0 Unported License.

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