Nazichan

Max è cotto. Lo vedo. Lo vedo da come si muove agitato, dalla faccia che sembra spaurita, dagli occhi, ma soprattutto, lo vedo da come si carezza nervosamente la testa, perfettamente tonda e rasata.
Ha deciso che vuole andare a prendere qualcosa da bere al bar all’angolo, quello gestito dai cinesi. Io gli ho detto:
“Col cazzo che ci vengo dai cinesi!”, e gli ho ricordato che anche lui li odia, i cinesi.
Così lui ha detto che sì, è vero che odia i cinesi, ma che stasera gli è presa così, che quando è strafatto di anfetamine non sa dirsi di no e che se gli prende una voglia deve accontentarsi e che poi, ha continuato, non ci sono, nelle vicinanze, bar che non siano gestiti dai musigialli.
Così io ci penso su e, forse per emularlo, anche io mi carezzo la testa – mi piace sentire i capelli cortissimi che mi grattano la mano. Nel frattempo mi sparo un’altra botta di speed, la penultima – l’ultima la lascio a Max: per inciso, ‘sta roba doveva durarci tre giorni, fino a capodanno, ma alla fine ce la siamo sparata tutta tra oggi pomeriggio e stasera – e alla fine deduco che sì, Max ha ragione. Max ha sempre ragione, soprattutto sotto anfetamine. So un cazzo com’è, ma è così. Allora mi allaccio bene l’anfibio destro, osservo la mia faccia slavata e inespressiva allo specchio e dico:
“Va bene, andiamo”

Non siamo entrati del tutto nel bar, che Max già ordina due amari, due Fernet – che non ha pronunciato così, ma FeLnet, calcando sulla L.
Non so perché, ma ogni posto dove ci sono cinesi prende quel loro cazzo di odore che è un misto tra la puzza di fritto e quella di sudicio. Anche qui, che è un bar, si sente odore di fritto e di zozzume – quando il bar era di Pietro, e noi ragazzini ci venivamo a giocare a biliardo, non puzzava così, certo non profumava, ma non puzzava in questa maniera.
Dietro al bancone ci sono due ragazzine, cinesi, ovviamente. Avranno al massimo diciotto anni, e indossano entrambe un cappellino di Babbo Natale. Come si adattano subito questi musi gialli del cazzo, penso.
Una delle due cinesine ci prepara da bere: ci riempe fino all’orlo – giuro, fino all’orlo! – i bicchieri di Fernet, neanche fosse, chessò, Coca-Cola. Max mi guarda, mi fa l’occhiolino e dice:
“Cazzo, guarda, questi sarebbero sei di Fernet in un bar normale!”
Io lo guardo spalancando gli occhi, cercando di fargli capire di abbassare la voce, così lui, sorridendo, dice:
“Ma mica capiscono un cazzo queste di quello che diciamo!” e mi da una pacca sulle spalle.
Mi guardo intorno: nel bar, oltre a noi e alle cinesi, non c’è nessuno, d’altronde è tardi…anzi no, c’è un vecchio, uno delle parti nostre, vicino ai video poker, addormentato su di una sedia, davanti a sé diversi bicchieri vuoti.
Max prende in mano il suo bicchiere, io il mio, e prima di brindar mi si avvicina e, stavolta a voce bassa, mi fa:
”Queste qua ci stanno…” facendomi di nuovo l’occhiolino.
Io abbozzo un sorriso, piego le labbra all’ingiù, come a dire: Boh, non so. E allora Max, mi da un’altra pacca sulle spalle, e insiste dicendo:
“Fidati, ci stanno, dai retta a me”
Sono sicuro, sicurissimo che ha frainteso: lui pensa che la cinesina ci ha riempito i bicchieri di Fernet perché gli interessiamo, gli piacciamo, e non perché non capisce un cazzo di quanto sia la dose di amaro che va in un bicchiere da servire al banco.
Max è convinto di essere irresistibile.
Senza poi brindare, Max manda giù da bere in due sorsate. Io lo seguo e, mentre reprimo un conato di vomito, mi fa:
“Una cinese non la toccherei nemmeno col cazzo di quel vecchio addormentato laggiù, ma tutta quella roba che ci siamo presi oggi, m’ha messo una certa voglia di scopare addosso…”
Non so come mai, ma a me le anfetamine me la tolgono la voglia di scopare.
Max ordina altri due Fernet.
Io gli dico di aspettare a bere di nuovo, che è da oggi a pranzo che beviamo, che tiriamo e che ingoiamo pasticche.
Lui dice solo:
“E sii uomo, cazzo!”
La cinese, neanche a dirlo, ha già riempito di nuovo i bicchieri. Fino al bordo, ovviamente.
Con la sua amica musogiallo ci guardano di sottecchi e, ogni tanto, ridono sommessamente.
Max se ne accorge, le indica col mento, e sorridendo mi fa di nuovo l’occhiolino. Poi prende i bicchieri pieni di Fernet, tanto che un po’ ne cade da entrambi, me ne porge uno. Io, titubante, lo prendo.
“Stavolta bisogna brindare, però!”
“Va bene, a cosa?”
“Al Duce”
Annuisco, sono preoccupato.
“Al Duce” diciamo quasi all’unisono sbattendo i bicchieri, e spero che coda più liquido possibile.
Max ingoia tutto alla goccia.
Io ci provo, ma il Fernet nemmeno è arrivato in gola che sento tutto quello che ho dentro lo stomaco tornare su impetuoso, prepotente.
Riesco a malapena ad appoggiare il bicchiere sul banco, mi porto una bocca, che cerco di tenere serrata, e mentre le mie guance si gonfiano di vomito, corro, scattando sulla destra dove prima, entrando, ho visto l’insegna WC.
Apro una porta, c’è un antibagno con un lavandino e uno specchio, lo oltrepasso con i rivoli di vomito che mi fuoriescono dalla bocca, dalla mano e scendono giù lungo il collo. Apro un’altra porta, senza riuscire a chiudermela dietro, e trovo il water, finalmente. Mi ci metto con la faccia sopra, tolgo la mano, e dalla bocca mi parte il più potente getto di vomito della mia vita.
Sembro Linda Blair ne L’Esorcita, quando vomita addosso a Padre Kerras.
Cado sulle ginocchia, e abbraccio il water.
Non so se sia possibile ma sento i capillari dei miei occhi e dei miei zigomi esplodere, tanto è lo sforzo.
In un attimo di tregua del mio stomaco, sento qualcuno alle mie spalle, nell’antibagno. Sento confusione, rumore come di schiaffi, qualche mugolio. Mi giro, ma ho gli occhi pieni di lacrime dovute allo sforzo di rimettere, e non vedo nulla. Distinguo due figure, però. Poi sento una voce familiare, è quella di Max, che fa:
“Su prendilo musogiallo, lo so che lo vuoi, è tutto tuo”
Sto per dire qualcosa, ma il vomito torna potente e sono costretto a darci di nuovo, dentro al water, non riuscendo più a sentir nulla.

Quando finalmente mi sento vuoto, mi asciugo gli occhi con una manica del bomber.
Sento qualcosa bagnare le mie ginocchia. Penso che sia un po’ di quel vomito che non ho centrato nella tazza appena entrato, così guardo, ma vedo che a bagnarmi le ginocchia non è vomito, ma un liquido rosso vivo. Un liquido che mi circonda piano piano.
Mi giro di scatto, verso l’antibagno, e la prima cosa che vedo è Max, seduto per terra, con le spalle al muro, in una posizione un po’ storta, sembra uno di quei barboni ubriachi che incontri per i marciapiedi della stazione. Ha il mento appoggiato sul petto e gli occhi socchiusi, da cui si intravede una sottile linea bianca. Dal naso gli scende un vistoso rivolo di sangue, ma non è quello che arriva fin qui. Dallo stomaco di Max esce fuori un pezzo di una stecca da biliardo. Se ne sta lì, bella dritta, come se fosse un enorme erezione. Ed è dalla ferita che gli ha aperto la stecca che esce il sangue che arriva fino a me.
C’è una cinesina in lacrime, e un’altra che sta dando piccoli calci al corpo senza sensi di Max, urlando qualcosa in cinese.
Credo che Max sia morto.
Non riuscendomi ad alzare – vorrei tanto ma non ci riesco -, cerco, da dove sono e dove rimango, di girarmi ancora di più, per avere una visuale maggiore, migliore.
Vedo il vecchio che prima dormiva di là sulla sedia, ora in piedi a pochi passi da me. Mi guarda fisso negl’occhi. Il suo sguardo è inespressivo. In mano ha l’altro pezzo della stecca da biliardo. Se lo porta con entrambi le mani sopra la testa, per caricare il colpo, si ferma un istante e dice:
“Nazisti di merda!”
Ed è l’ultima cosa che sento.

FINE
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Nazichan by Jacopo Marocco is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 3.0 Unported License.

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