Illegal

Magritte - The TherapistRacconto della serie #ScrittoTantoTempoFa

Ad Aldo, Roberta e Rudra

 

Non so perché lo feci. Ad oggi non ho ancora una spiegazione precisa. Forse la noia. Forse la rabbia. Forse volevo solo prendermeli un po’ per il culo, vedere fino a che punto sarebbero arrivati.
Forse è la mia stupida passione per la sociologia che mi fa fare questi esperimenti. Mi piace vedere fino a dove può arrivare l’idiozia umana e, credetemi, dai miei studi, posso dire che arriva davvero lontana.

1.

Non fu difficile.
Su Internet trovi di tutto. Si vende di tutto. Potresti anche trovare qualcuno che vende la propria madre.
Erano diversi i siti tra cui scegliere: la maggior parte olandesi, ovviamente. Ottime riproduzioni, prezzi abbastanza ragionevoli.
Scelsi, pagai online ed attesi.
Dopo dieci giorni arrivò il pacco. Era gigantesco, sembrava che dentro ci fossero tre televisori da quarantadue pollici. Lo aprii: era vero, le riproduzioni erano ottime. Anche da molto vicino era quasi impossibile distinguere se fossero vero o finte.
Le portai in terrazzo ed aspettai.
Approfittai del fatto che dovevano tenere d’occhio uno del secondo piano, che stava ai domiciliari. Sapevo che le avrebbero viste. Sapevo che l’occhio sul mio terrazzo gli ci sarebbe caduto, prima o poi.
Aspettai. Aspettai, aspettai ed aspettai.

2.

Era una sera di inizio settembre quando arrivarono. Sentii bussare alla porta del mio appartamento, forte, con insistenza, e delle voci attutite dire:
“Apri Polizia!”
Io ero in bagno, a cagare. Non mi alzai. Sapevo che avrebbero fatto tutto da soli.
Sfondarono la porta dell’ingresso.
Urlarono qualcosa di scontato del tipo:
“Polizia, esci con le mani in alto!”
ed anche:
“Coglione, lo sappiamo che sei in casa!”
Li sentii cercarmi nelle altre stanze. Mi venne da sorridere. Poi qualcuno spalancò la porta del bagno: era un agente in borghese, aveva addosso una casacca blu scuro con sopra la scritta ‘POLIZIA’. Lì per lì la puzza dei miei scarti fecali lo fece indietreggiare, ebbe un conato. Appena si ripresa mi puntò la sua Beretta addosso:
“Alzati, lentamente, e con le mani in alto!”
“Un attimo, non vede che sto cagando, un attimo…”
Entrò veloce un altro poliziotto – questo in divisa – ed anche lui rimase spiazzato dalla puzza che c’era: mi ero davvero impegnato con le mie budella. Un attimo per riprendersi, poi con l’aiuto dell’altro poliziotto, neanche fossi un bimbo sul vasino e loro la mia mammina e il mio papino, mi tirarono su dalla tazza. Non mi diedero nemmeno il tempo di pulirmi il culo: mi ammanettarono e in un battibaleno mi trascinarono fuori di lì.
I due agenti, appena usciti dal bagno, fecero grandi e profondi respiri, come se fossero appena riemersi da chissà quale profondità marina: sì, mi ero proprio impegnato per bene.

Sul pianerottolo, tenuto da un agente, c’era un cane lupo gigantesco, sembrava un cavallo. Appena mi vide si mise a scodinzolare. Tirandosi dietro il poliziotto che lo teneva, mi venne vicino: mi leccò le scarpe, i jeans, poi iniziò ad annusarmi il culo – forse ero il suo tipo o forse l’odore che emanava il mio di dietro non pulito era qualcosa di irresistibile per lui, chissà… Lo sbirro che lo portava al guinzaglio sembrò non gradire quelle dimostrazioni d’affetto del suo fido nei miei confronti, così a forza se lo trascinò via.

Davanti al mio palazzo c’erano tre pattuglie e una decina di poliziotti. C’era anche un camioncino con la scritta “Unità Cinofila” sulla fiancata.
Vidi gli anziani e meno anziani del mio palazzo, tutti riuniti a parlottare: mi fissavano facendo segno di dissenso con la testa. Gioventù bruciata, avranno pensato loro. Vecchiaia incancrenita con i soldi del nostro futuro, pensai io.
Mi caricarono su una volante e, a sirene spiegate, mi portarono in questura.

3.

“Fa lo spiritoso, Marini?” mi disse l’ispettore.
“No, assolutamente”, risposi io, composto.
“Lo sa Marini, che chi fa lo spiritoso spesso finisce nei guai?”
“Sì, lo so Ispettore, ma non mi sembra di fare o di aver fatto lo spiritoso…”
“Ah, non le sembra eh?”
Non continuai quello scambio di battute, non sapevo proprio che dire.
Nella stanza dove mi avevano portato – una stanza spoglia, anonima, con una sola finestra che dava su un cortile – eravamo in quattro: io, l’ispettore e i due poliziotti che mi avevano prelevato a casa, quello in divisa e quello in borghese.
Io e l’ispettore eravamo seduti uno di fronte all’altro: a dividerci solo una scrivania con sopra pochi fogli. I due poliziotti, invece, stavano in piedi poco dietro di me, vicino alla porta.
L’ispettore, presentatosi come Ispettore Ragusi, passando con una velocità incredibile dal darmi del ‘Lei’, al darmi del ‘Tu’ mi chiese:
“Ma tu lo sai quanto costa un’Operazione come quella di oggi a casa tua?”
Scossi la testa. No, non lo sapevo quanto costava.
“Tanto!” gridò lui, sbattendo il palmo della mano sulla scrivania. “Nemmeno lo immagini tu quanto cazzo ci costa una cosa del genere, coglione!“
Ora nemmeno del “Tu” mi dava più: era passato a darmi direttamente del ‘Coglione’.
Lo guardai, e con la mimica facciale cercai di esprimere un finto rammarico.
“Si tratta di una cifra che tu non riusciresti a metter da parte nemmeno con cinquant’anni anni del tuo merdoso stipendio da cameriere”, continuò lui.
“Non ne dubito, con quello che prendo…”, non riuscì a trattenermi di dire.
Rapido, mi arrivò un colpo fortissimo al fianco, da dietro. Caddi a terra. Vidi l’agente dietro di me, quello in borghese, ricomporsi.
“Alzati Marini, e non fare lo spiritoso!”, mi ordinò Ragusi mentre prendeva in mano un foglio dalla scrivania. Io mi ricomposi, mi sedetti di nuovo. L’ispettore indossò un paio di occhiali da vista e si mise a leggere:
“Allora… vediamo…ecco, ho qui le tue analisi tossicologiche. Negativo a tutto. A tutto! Anche alla nicotina! Ma che cazzo di rasta sei che nemmeno le sigarette fumi?”
“Sono asmatico!” risposi. Era vero. Ma non venni creduto evidentemente: subito uno degli agenti dietro di me s’avvicinò – non vidi chi dei due -, mi prese per un orecchio, e torcendomelo, disse:
“Hai sentito cosa ti è stato detto, coglione? Di non fare lo spiritoso!”
“Ma è vero, sono asmatico!”
Mi venne lasciato l’orecchio, che iniziò subito a bruciarmi e a pulsarmi.
Riprese la parola Ragusi:
“Cosa volevi fare, eh? Comunistello del cazzo! Che cosa volevi dimostrare? Che cazzo di scherzo sarebbe stato?”
Dissi:
“Non capisco, SIGNORE…”
Mentii: sapevo cosa volevo fare, sapevo cosa volevo dimostrare.
L’orecchio mi pulsava sempre più, mi stava prendendo fuoco.
“Come ti è saltato in mente di mettere delle piante di Marijuana finte in terrazzo?”
Ragusi era incazzato nero, lo sentivo, lo percepivo.
“Mah…così, mi piacevano e le ho messe lì… pensavo di non far nulla di male, SIGNORE”
SIGNORE, SIGNORE, SIGNORE. Sembravo un militare. Perché rispondevo così? Avevo visto molti interrogatori nei film e nelle serie tv americane, dove gli interrogati mettevano sempre un ‘SIGNORE’ alla fine di ogni frase. Usare quell’espressione mi sembrava un doveroso omaggio ad Hollywood, all’America, al fottuto zio Tom, alla cultura a stelle e strisce che tanto amavo. No, non è vero. Cazzate! Volevo solo continuare a portarmi un po’ per il culo l’ispettore.
Per un momento lo sguardo di Ragusi sembrò acquistare un po’ dell’umanità che fino ad allora non aveva lasciato trasparire. Forse tutti quei SIGNORE l’avevano addolcito nei miei confronti, forse avevo appagato un po’ il suo ego.
Guardandomi negli occhi, disse:
“Cazzo Marini, se la stampa viene a sapere quello che è successo è finita! Già non godiamo di grande popolarità, ma se si viene a sapere che abbiamo fatto un blitz, pianificato da settimane per di più, a casa di un disgraziato come te, per delle piante di Marijuana finte, diventiamo uno scandalo nazionale. Che figura di merda, per fortuna che non siamo Carabinieri, altrimenti sai le barzellette!?!”
L’ispettore accennò un sorriso, fece una pausa, guardò oltre le mie spalle, poi tornò a guardarmi negli occhi:
“Insomma caro Marini, non so se capisci in che situazione difficile ci hai messo…”
Non aggiunsi nulla, rimasi in silenzio. L’orecchio pulsava, forte, imperterrito.
Ragusi si alzò dalla sedia. Iniziò a girare per la stanza. Lo osservai bene: basso, tozzo, e grasso. Se avessi dovuto disegnarlo, avrei fatto un grosso cerchio per fare il busto, poi un cerchio più piccolo attaccato sopra per la testa e, infine, per disegnare gambe e braccia, avrei fatto altri quattro cerchi ai lati del cerchio principale, due per parte. Aveva delle mani così tonde e tozze, che sembravano delle palle da tennis con attaccate palline da ping pong a fare da dita. Non riuscivo a dargli un’età, poteva spaziare dai quaranta ai settanta anni. Era indefinibile. Sembrava un vecchio giovane e allo stesso tempo un giovane vecchio. Camminava per la stanza in silenzio, guardando il soffitto e accarezzandosi nervosamente un pizzetto nero e curatissimo che spezzava magicamente il lucido della sua testa pelata. Poi si fermò, si accese una sigaretta e, guardando fuori della finestra, disse:
“In teoria non posso farti niente, Marini: non hai precedenti, nelle vene non hai nulla, e quella cazzo di piante erano…finte. Finte, cazzo!
Sei pulito, pulitissimo. In teoria non posso farti proprio nulla…in teoria però… in teoria…”

4.

Fui portato in una cella, una cella vuota e piccola, con un water in un angolo e una brandina, con sopra una coperta color diarrea, affiancata alla parete. Poco sopra la testa del letto, una piccola finestra con le inferiate.
Avrei dovuto chiamare un avvocato, ma chi ce l’aveva un avvocato? Con che l’avrei pagato poi? I soldi che avevo da parte li avevo tutti spesi per quelle splendide riproduzioni vegetali e per l’affitto. I miei genitori non li avrei chiamati per nessun motivo al mondo.
Non c’era motivo, poi, per trattenermi più di una notte, per cui ero tranquillo.
Vogliono solo farmi spaventare un po’, riflettere, pensai.
Si spense la luce.
Mi sedetti sul letto, e mi misi a pensare. Pensai che in fondo il mio esperimento sociale era riuscito: l’esca era stata lanciata e il pesce aveva abboccato. Avevo materiale sufficiente per poter buttar giù qualcosa, magari un bel saggio. Pensai ancora un po’, poi mi sdraiai su di un fianco, mi tirai addosso la coperta color diarrea, e mi addormentai.

Mi svegliai che doveva essere mattina presto. Dalla finestrella sopra la mia testa, entrava pallida la luce del sole di mattina. Mi rodeva il culo: in senso lato per la situazione, in senso stretto perché era da quando mi avevano prelevato che ero rimasto col culo sporco. Quando l’ispettore aveva detto: “Sei pulito, pulitissimo…”, mi era passato per la testa di interromperlo e dirgli che in realtà non era così, che i suoi uomini non mi avevano dato nemmeno il tempo di darmi una strisciata di carta igienica tra le chiappe, e che quindi tanto pulito non ero, ma lasciai perdere.
Avrei voluto addormentarmi di nuovo, ma non ci riuscii, così ripresi a pensare. Pensai, pensai e pensai, fino a che uno dei miei pensieri, come uccello libero di volare dove voleva, andò a posarsi su un qualcosa che forse aveva ispirato tutto quel mio esperimento. Quel qualcosa era vicenda di quel falegname umbro, rasta ed incensurato come me, che entrò in carcere una sera, sano, e ne uscii la mattina seguente, morto. Una morte che si tinse subito di giallo: la direzione sanitaria del carcere disse che si trattò di morte dovuta a problemi cardiaci, ma l’autopsia evidenziò che il corpo presentava gravi lesioni alle costole, al fegato, alla milza e al cervello. La Polizia gli era entrata in casa una sera, ed insieme alla compagna, lo portarono in carcere con l’accusa di detenere alcune piantine di Marijuana nell’orto. Il figlio, appena adolescente, rimase a casa con la nonna novantenne. Una volta dentro, il falegname fu separato dalla compagna e messo in isolamento in attesa dell’incontro col giudice. Il giorno dopo l’arresto, la compagna del falegname – che non sapeva più nulla riguardo al marito da ore ed ore – preoccupata per il compagno, chiese a quelli del carcere “Quando posso vederlo?” e quelli del carcere le risposero tranquillamente: “Dopo l’autopsia”. Così, inspiegabilmente, dalla mattina alla sera, dalla sera alla mattina, una donna si era ritrovata senza il suo compagno, ed un bambino, senza più suo padre.
Beh, io almeno sono sopravvissuto alla notte, pensai cinicamente.
Il tempo di fare quella stupida riflessione, e sentii dei passi. Si materializzarono quattro ombre davanti alla cella. Non c’era molta luce, ma la fisionomia di uno di loro era inconfondibile: era Ragusi. Entrarono in tre, l’ispettore rimase all’ingresso della cella.
Io restai sdraiato, rannicchiato sotto la coperta: finsi di dormire.
“Sveglia zingaro!”, disse uno degli uomini.
Qualcosa, forse una manganellata, scagliata con potenza, mi arrivò dritta su un ginocchio. Sentii qualcosa spaccarsi là sotto. Avrei fatto un bell’urlo, lungo, potente, se non fosse stato mozzato da un pugno che mi arrivò in gola.
“Stronzo comunista, ti facciamo passare la voglia di fare il coglione!”
Con un filo di voce dissi:
“Che c’entra?”
“Che c’entra cosa?” fece uno di loro.
“Il comunismo”
“Ah, non hai capito?”
“Capito cosa?”
“Che non devi fare lo spiritoso!”
Ricevetti un pugno nello stomaco, poi un altro, ed altri ancora. Poi, una volta tirato fuori dal letto e sbattuto a terra, cominciarono con i calci. Tanti calci. Dappertutto.
Mi massacrarono per un po’, poi si fermarono. Tutto si fermò. Anche il tempo, credo, si fermò.
E in quella totale immobilità, io iniziai a muovermi. Non so perché, ma iniziai a trascinarmi verso l’ingresso della cella, verso Ragusi. L’ispettore sembrava agitare su di me qualche forza magnetica: a malapena riuscivo a muovermi e tanto sentivo il bisogno di avvicinarmi a lui. Un bisogno oscuro, irrazionale. Guadagnai centimetro dopo centimetro, strisciando a terra come un gatto appena investito per la strada. Più mi avvicinavo, più mi chiedevo perché lo stessi facendo.
Finalmente arrivai alla meta, alla mia meta: ero ai piedi di Ragusi. Nonostante mi colasse sangue a fiotti dal naso, sentii benissimo l’odore del cuoio delle sue scarpe.
Lentamente, girai la testa verso l’alto e, con l’occhio che ancora riuscivo ad aprire, lo guardai. Lui, inespressivo, esitò qualche istante, poi si chinò su di me. Mi guardò nell’occhio sano e tornandomi a dare del tu mi disse:
“Gliel’avevo detto di non fare lo spiritoso, Marini.”
Sorrisi.
Ho ancora il culo sporco, pensai, ma se non altro, non mi hanno ammazzato.
Non ancora.

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