L’Alieno

Magritte - La corda sensibile (L'ALIENO)Racconto della serie #ScrittoTantoTempoFa

Era una sera d’estate. Afosa, calda ed appiccicosa. Una di quelle sere in cui l’afa che soffoca a mezzanotte, è uguale a quello del mezzogiorno.
Me ne stavo a pesca in un lago, a qualche chilometro da casa.
Non ero solo, ero con Giovanni che, dopo varie salsicce arrosto, vari bicchieri di vino e varie canne, era crollato in un sonno profondo. S’era addormentato, e m’aveva lasciato solo, mezzo ubriaco e fumato, con i miei di pensieri. I miei cazzo di pensieri grigioscuro: alla maturità m’avrebbero bocciato quegli stronzi? Quella stronza di Miriam mi cagherà mai? Quello stronzo di mio padre quando si deciderà a lasciare la badante di mia nonna?
Tutto era immobile e silenzioso. Nessun filo di vento a portare un po’ di fresco. Nessuna increspatura dell’acqua. Nessun movimento dell’asticella fluorescente fissata sul galleggiante per vederne i movimenti di notte.
Le stelle erano ferme al loro posto, nessuna accennava a cadere.
Solo io mi muovevo in quel piccolo universo. Mi muovevo per farcire una cartina con fumo e tabacco, in attesa che qualche pesce disperato abboccasse all’amo.

Non avevo nemmeno fatto due boccate della canna, che iniziò a succeder tutto contemporaneamente.
Il galleggiante iniziò a muoversi. L’acqua, illuminata dalla luna, iniziò ad incresparsi. Giovanni, improvvisamente, iniziò a russare. Le rane, fino a quel momento mute, iniziarono gracidare dopo la prima ronfata di Gio’, quasi fosse un’orchestra che seguiva il suo maestro. Uno strano venticello iniziò a soffiarmi sulla schiena e sul collo. Tutto in un crescendo. Tutto in pochi secondi, o almeno credo.
Il galleggiante prese ad andare a destra e a sinistra come impazzito. L’acqua, sempre più increspata, iniziò a formare piccole onde. Giovanni prese a russare sempre più forte e anche le rane aumentarono l’intensità del loro verso. Il venticello alle mie spalle, divenne un vero è proprio vento.
Poi finalmente il galleggiante affondò, ma nel preciso istante in cui presi la canna in mano – quella da pesca intendo – per ferrare il pesce, dietro di me sentii un rumore fortissimo e stranissimo, ma che non saprei descrivere, visto che mai avevo sentito qualcosa di simile in vita mia prima, e mai mi è più capitato di risentirlo dopo quella sera.
Mi girai per vedere cos’era, con una canna in senso lato in una mano, ed una canna in senso stretto nell’altra.
Ciò che vidi alle mie spalle sprigionò talmente tanta adrenalina nel mio corpo che l’effetto di tutto l’alcool e thc che avevo assunto svanì in un istante.
Neanche io, raccontandolo, credo alle mie parole, ma quello che c’era alle mie spalle era un vero e proprio disco volante. Sì, un cazzo di UFO ben piazzato sull’erba.
Questo era già incredibile, ma quello che accadde dopo lo fu ancora di più.

Il disco volante era simile a quelli visti mille volte nei film, ma non aveva strane luci all’esterno, era semplicemente liscio e grigio metallizzato – o almeno questo era quello che sembrava alla luce della luna.
Non ebbi il tempo di pensare niente che subito si aprì un portellone, da cui fuoriuscì, come una lingua da una bocca, una scaletta.
Non appena la scala toccò terra, un essere alto come un bambino di cinque anni, scese di corsa. Quasi cadde per quanto fece veloce quelle scale.
Dall’interno della navicella non fuoriuscì nessun fumo bianco e luce accecante, e l’alieno non fece nessuna discesa lenta e magistrale. Non ci fu nessuna sequenza di suoni e colori preliminare come in Incontri ravvicinati del terzo tipo.
Il mio primo, ed ultimo, incontro ravvicinato del terzo tipo, sembrava un film girato da un regista di terza categoria per un’emittente locale, con problemi di budget per gli effetti speciali.
Quell’esserino grigio, dalla testa e gli occhi grandi e neri, non fece altro che avvicinarsi ad un cespuglio e pisciare. Sì, pisciare.
Cazzo, non sembrava proprio qualcosa o qualcuno proveniente da chissà quale galassia, con chissà quale intelligenza superiore. No. Sembrava più mio zio che scendeva dal suo TIR per andare a svuotare la vescica in una piazzola dell’autostrada.
L’alieno, appena fatto il suo bisogno, si scrollò le ultime gocce di urina, o di qualsiasi altro liquido, dal suo pene extraterrestre. Poi si girò, e mi vide. Rimase un po’ stupito. Chissà che strana espressione avevo in viso.
Non parlò, non emise suoni, però sono sicuro che qualcosa mi disse. Forse usò la forza del pensiero. Non so. Fatto sta che mi ricordo che mentre mi era davanti, anche se non parlava, sentivo queste parole nelle mia testa:
“Scusami, non mi ero accorto di te, ma mi stavo letteralmente pisciando addosso… E’ proprio vero comunque: certe volte una pisciata è quasi meglio di una scopata.
Beh, in bocca al lupo pescatore, ci vediamo!”.
Niente dichiarazioni di guerra o richieste di telefonare a casa col dito illuminato.
Con più calma di quando era sceso, l’alieno risalì nell’astronave.
Il portellone gli si richiuse alle spalle.
Pochi secondi, e il disco ripartì in verticale, accompagnato dal quel forte e strano rumore di prima.
Appena sparì, come se qualcuno avesse dato il via, tutto tornò come prima. L’acqua ridivenne piatta come una tavola, il galleggiante tornò di nuovo in superficie, il vento si calmò, Giovanni smise di russare e le rane tornarono in silenzio.
E anche io rimasi in silenzio. E per qualche istante temetti che ci sarei rimasto a vita.
Ero sbalordito. Interdetto.
Giovanni si svegliò poco dopo e ancora mezzo assonnato mi disse:
“Ho sognato che un UFO atterrava proprio qua dietro.”
Io non dissi niente. Allora lui continuò:
“Il bello è che dal disco volante usciva un alieno di corsa, che poi si accostava ad un cespuglio e pisciava. Capito? E appena finito di pisciare, tutto tranquillo risaliva sulla navicella e se ne andava. Incredibile: un alieno che atterrava sulla terra solo per pisciare!”
Io non seppi che dire. Cosa rispondere. Feci un cenno di assenso, poi, poco convinto dissi:
“Maddai? Che cazzo di sogno… forse dovresti smettere di drogarti e andare a farti analizzare da un bravo terapeuta…” e dicendolo presi a chiedermi, tra me e me, chi dei due avesse più bisogno di uno strizzacervelli.
Riaccesi la canna che nel frattempo si era spenta. Feci una boccata e passando lo spinello a Gio’ gli dissi:
“Su, finiamoci ‘sta canna, e andiamo a casa: sono stanco, ho un gran bisogno di dormire”, ed era vero, volevo andare a letto e dormire e non pensare più a ciò che era successo. Volevo stoppare quel turbinio di domande, domande tipo: Sto impazzendo? Dovrei smettere di drogarmi? Bevo e fumo troppo? Sono arrivato ad avere allucinazioni addirittura col fumo?
“Sì, andiamocene via e speriamo che non ti tocchi pure a te di sognare un alieno che piscia su un cespuglio”, disse Gio’ ironicamente.
“Già, speriamo”, risposi io.

FINE

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