Mio fratello non è figlio unico

1.
Mio fratello è sempre stato troppo buono.
Questa cosa può essere una qualità, ma solo se incontri persone che sanno apprezzarla. Che non se ne approfittano. Perché al giorno d’oggi esser buoni per molti è un handicap, sinonimo di ingenuità, stupidità.
Là fuori c’è una giungla, dove gente come mio fratello, da sola, non so se sopravviverebbe.
Fin da piccolo ho dovuto proteggerlo un sacco di volte.
Lui è più grande di me di due anni, ma in pratica sono stato sempre io a fare il fratello maggiore.
A scuola, spesso lo trovavo a ricreazione in giro per il corridoio, senza merenda. Chi gliela aveva presa non per forza gliela aveva rubata, bastava chiedergliela e lui, senza esitare, ti consegnava tutto ciò che gli domandavi. Compresi soldi, o qualsiasi altro oggetto.
Fortunatamente, sono stato sempre molto più grande fisicamente rispetto agli standard della mia età, per cui spesso e volentieri non avevo problemi a discutere con i coetanei di mio fratello.
Forse la natura mi ha dotato così proprio per proteggere Marco. Forse mi ha reso vendicativo e cattivo proprio per compensare quello che Marco non è. Non lo so. So solo che tuttora, ogni tanto, mi ritrovo ancora dover ribadire a qualche stronzo che se grazie alla bontà di mio fratello si è divertito, con me invece deve ritenersi fortunato se non si ritrova a mangiare minestrine con la cannuccia all’ospedale.

2.
Quest’anno non so come mai, ma la febbre, invece di prendermi a dicembre, o chessò, a gennaio, o in una altro dannato mese invernale, mi è presa a luglio, fine luglio.
Cazzo, stare a letto d’estate è una tortura, ma starci tutto il giorno fa venire voglia di strapparsi la pelle di dosso.
E non finisce qua: oltre al caldo, al sudore, alle coperte appiccicose, ai dolori dell’influenza, all’insonnia, a l’essere relegati a letto, al non poter fumare e bere come vorrei e a non potermi fare nemmeno una sega per non rischiare di farsi venire un collasso, ci sono da aggiungere le zanzare. Dannatissime, maledettissime, fottutissime zanzare. Puttane succhia-sangue. Vampiri sotto forma d’insetto.
Una volta c’erano solo di notte, ora, invece, merito del riscaldamento globale dei miei coglioni, ci sono sia di notte che di giorno. Di notte quelle “normali”, quelle solite, e di giorno quelle Tigre. Terribili.
E così dopo tre giorni di letto, mi ritrovo completamente pieno di punture, tanto che il dottore, quando è venuto a visitarmi, credeva avessi il morbillo o la varicella.

Stremato, oggi ho mandato mio fratello all’emporio a comperarmi qualcosa per tenere lontano questi odiosi esseri – e poi anche al supermarket per prendere una cassa da sei di birra, e ‘fanculo antibiotici o so io cosa sto prendendo.
Gli ho dato cento euro perché non avevo altri soldi – quelli erano gli ultimi che mi erano rimasti del sussidio della disoccupazione.
È tornato dopo mezz’ora, con una busta di nylon piena di roba e niente birra.
Dentro c’erano tutte cazzate, cose di cui non avevo bisogno: due stock da dieci di accendini, crocchette e collare antiparassitario per gatti (che non abbiamo), veleno per topi, semi di girasole, concime per gerani, un geranio, e un grembiule da cucina, ma di roba per gli insetti ce n’era ben poca. Solo una quindicina di inutili candele alla citronella, quelle verde acido.

“Cazzo Marco, t’ho mandato a comprare la roba per le zanzare e le birre, e tu che prendi? Cose per gatti e niente birra.”
“Mi piacciono i gatti e la birra non l’ho presa perché davanti al supermarket c’era legato un cane grosso che mi faceva paura e così non sono entrato.”
Bocca asciutta, mi sento veramente a bocca asciutta, nel vero senso del termine. Già mi vedevo sul letto a scolarmi quelle belle lattine da sessantasei e invece niente di un cazzo.
“Vabbè, in ogni caso, mi sai spiegare perché hai preso tutta questa roba?”, gli dico mentre mi passo tra le mani il collare antiparassitario e il veleno per topi.
“Perché mi piacciono i gatti, i fiori, mi piace cucinare e non ho un grembiule e ho anche paura dei topi.
Quando sono andato al negozio, non mi ricordavo se dovevo prendere solo qualcosa per le zanzare, così mi sono fatto aiutare da Giulio. E per quanto riguarda le zanzare, Giulio mi ha detto che le candele alla citronella sono ottime, le tiene lontane, puoi star tranquillo.”
“A parte che le candele alla citronella sono inutili: potranno pur far qualcosa per le zanzare notturne, quelle nostrane, ma per quelle specie di elicotteri diurni che ti portano via mezzo litro di sangue a puntura proprio no. Gli fa le carezze la citronella. E poi, chi cazzo è ‘sto Giulio?”
“Giulio, il figlio della signora del terzo piano.”
“Ah, è vero quell’individuo lavora all’emporio. Vabbè dai, mi farò bastare quel che hai preso, non fa niente. Il resto?”
“Il resto non ce l’ho, l’ho dato a Giulio, perché mi ha spiegato che in America si usa dare il resto come mancia al commesso che ti aiuta negli acquisti”
“Ah si eh, e quanta mancia gli hai dato?”
“Beh, tu m’hai dato cento, io ho speso venti euro, quindi…settanta, no, ottanta euro”
“Ah…”

Giulio, il figlio della signora mi-faccio-solo-i-cazzi-degli-altri del terzo piano del nostro palazzo, nonché nipote del proprietario dell’emporio dove ho mandato Marco a prender le cose.
Giulio, un 25enne finto alternativo del tipo barba lunga ma curata, occhiale finto nerd, cane da finto punkabbestia, scarpe da skate, abbigliamento velatamente hip hop e smartphone sempre in mano. Un passato da scassinatore, ma “hey, ora è uno apposto”.

Il sangue mi ribolle dalla rabbia. Credo di avere quaranta di febbre, non perché sto male, ma perché sono incazzato nero. Questi giorni di letto e di immobilità – e astinenza – mi hanno reso ancora più cattivo ed aggressivo.

Mi vesto in un attimo, prendo le candele alla citronella e scendo nell’officina di papà.
Lì c’è quello che mi serve: il cannello per squagliare la cera, dello spago e un tubo largo come un pugno e lungo come il mio avambraccio.

3.
Giulio-che-si-fa-dare-la-mancia-come-un-commesso-americano, sta andando verso il bar, probabilmente a sputtanarsi in Campari soda i miei soldi.
Aspetto che imbocchi il viottolo senza finestre, che altro non è che una scorciatoia per il bar. E se conosco bene il mio pollo la prenderà sicuramente. E infatti eccolo che imbocca quella viuzza, e quando lo fa, non perdo tempo: mi abbasso bene la visiera del cappello sul viso, allungo il passo e in un attimo gli sono addosso, alle spalle. Gli do una botta tra il capo e il collo con un manganello rubato ad uno sbirro anni fa durante uno scontro allo stadio e che ancora tengo gelosamente nel comodino accanto ala letto.
Giulio-che-si-fa-dare-la-mancia-come-un-commesso-americano prende la botta in pieno, se l’assorbe tutta, tanto che sviene.
Lo carico in macchina a fatica perché non sembra, ma pesa. Forse sono quelle fottute scarpe da skate, che oltre a costare una fortuna, pesano pure tanto.
Lo bendo e gli lego mani e piedi con del nastro.
Controllo se qualcuno mi ha visto, se c’è qualcuno in giro, ma sembra proprio di no.

Dieci minuti e siamo nel bosco dove vengo con mio zio a fare la legna.
Do quattro schiaffetti al coglione finto alternativo per farlo riprendere, e non appena lo fa, il suddetto coglione si mette ad urlare. Un fazzoletto appallottolato in bocca e il piagnisteo finisce.
Lo faccio scendere e poi camminare fino ad un grosso tronco tagliato, che arriva giusto all’altezza della vita di Giulio-che-si-fa-dare-la-mancia-come-un-commesso-americano.
É tagliato all’altezza giusta.
Lo faccio piegare in avanti, in modo da essere prono sul tronco.
Non oppone resistenza, mugola e basta.
Gli abbasso i pantaloni e le mutande, e mi accorgo che si è pisciato addosso, probabilmente si è spaventato un bel po’. Ciò potrebbe bastarmi, penso. Ma anche no. Voglio proprio sfogarmi, è da tanto che non lo faccio con qualcuno che ha fatto il coglione con mio fratello. Così lo lego per bene al tronco, come un salame. Mi infilo i guanti e tiro fuori dal bagagliaio quello che ho creato in officina, appositamente per lui: un bel dildo di cera alla citronella, verde fluorescente, con tanto di stoppino.
Mi avvicino a Giulio. Apro un piccolo barattolo di vasellina e ne metto un po’ sulla punta del candelotto verde.
Allargo le chiappe tonificate con lo step in qualche palestra da checca di Giulio-che-si-fa-dare-la-mancia-come-un-commesso-americano e, senza esitare, infilo deciso la mia creazione nel culo dello stronzo mentre lui respira affannato dal naso e gonfia le guance, già belle piene grazie al fazzoletto che contengono.
Forse ho esagerato, penso, ma penso anche di aver vendicato bene mio fratello, sicuramente in un modo creativo. Diverso. Ho reso giustizia alla sua bontà violata. E poi mi sono sfogato un po’ anche io, eccheccazzo.
Mentre sento le urla soffocate di Giulio-che-si-fa-dare-la-mancia-come-un-commesso-americano, prendo un accendino. Sono tentato di togliergli la benda e passarglielo davanti agli occhi acceso, ma poi penso che basta il rumore dell’accensione per capire di cosa si tratti. Così lo accendo accanto alle sue orecchie, aspetto un po’ giusto per fargli immaginare ogni cosa possibile, anche che potrei dargli fuoco, poi basta, prendo e do fuoco allo stoppino che sta alla fine dei pochi centimetri della candela-dildo che gli fuoriesce dal culo.
Con una voce modulata per evitare di farmi riconoscere gli dico:
“Tranquillo, questa candela terrà lontano le zanzare, è alla citronella!”
Gli tolgo il fazzoletto dalla bocca e, mentre mi dirigo verso l’auto col sorriso che si allarga, Giulio-che-si-fa-dare-la-mancia-come-un-commesso-americano grida come un maiale che sta per essere scannato.
“Mio fratello non è figlio unico, coglione.”, sussurro.
Poi ingrano la marcia e veloce me ne torno a casa. Da Marco.

FINE


Licenza Creative Commons
Mio fratello non è figlio unico by Jacopo Marocco is licensed under a Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Unported License.
Based on a work at https://jacopomarocco.wordpress.com.
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One thought on “Mio fratello non è figlio unico

  1. m’ha suonato un po’ brusco lo scarto sadico-vendicativo dell’io narrante tra il secondo e il terzo capitoletto. peraltro, essendo io già suonato di mio, magari mi sbaglio. bello invece il cambio di prospettiva psicopatolgica: inizialmente giulio pare il fratello “malato”, mentre alla fine è chiaro che entrambi lo sono più o meno in egual misura (antitetica). il dildo alla citronella “forgiato” all’uopo merita una citazione a parte. efficace anche il tono crudo-scomodo della narrazione, in bilico tra il beffardo e il goliardico.
    grazie per la lettura.

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