Questione di sangue

Domenica 9 agosto h.10:30

Forse è un bene. È un bene che per un po’ di giorni lei se ne andrà via da qui. È un bene per me, è un bene per lei. Sì, deve andarsene. Via. Via da me, dai miei occhi e dal mio desiderio.

Dalla macchina, la vedo sorridermi, salutarmi e, mentre lo fa, io non riesco a non immaginarla nuda. Nuda sul suo letto, vestita solo della sua pelle rosa pallido e coperta solamente da quel suo odore dolce e caramellato.
Mi saluta e mi sorride.

Per quanto sia doloroso per me, è comunque una fortuna il fatto che lei se ne vada proprio ora. Sento di essere arrivato al limite, per cui approfitterò di questo periodo per farmi aiutare. Andrò da qualcuno e mi farò aiutare. Sì, giuro che lo farò. Non posso più vivere così. Non voglio più provare ciò che provo ora per lei. Voglio estirpare questa pianta che sta mettendo le radici nel posto sbagliato, nel mio cuore. Non voglio l’amore. Non voglio il mio amore per lei. Non voglio amarla. Non in questo modo. Non voglio.

Ad esser sincero però, non so se questa sensazione di repulsione che sto provando ora, sia solo la nobile presa di coscienza che non potrò mai averla ed amarla, o invece sia pura e semplice gelosia. Gelosia verso l’uomo che si porterà via l’oggetto dei miei desideri per due settimane. L’uomo che ora sta caricando le valigie del mio amore nella propria macchina. L’uomo con cui vivrà il mio tesoro per i prossimi quindici giorni.
Quell’uomo che poi è mio fratello.

Vattene figlia mia. Sali su quella macchina, prima che dica a tua madre che non sono più d’accordo che tu te ne vada in vacanza in Sardegna insieme a tuo zio, tua zia, e le tue cuginette. Vattene prima che dica a tua madre che sei troppo piccola, che sette anni sono pochi per farti stare senza i tuoi genitori due settimane. Sali amore mio, sali su quella macchina prima che m’inventi qualcosa per farti restare qui con me. Scappa!

Lunedì 10 agosto h. 10:30

Ora che lei non c’è dovrò adoperarmi. Non posso aspettare oltre. Non posso aspettare che oltrepassi quel confine dopo il quale da padre ci si trasforma in mostro. Non posso, per cui è bene che cerchi aiuto. Ma è agosto e sono tutti in ferie. Anche gli psichiatri. Ed è proprio di loro che ho bisogno, ma non riesco a trovarne uno.

Martedì 11 agosto h. 03:40

Non riesco a chiudere occhio, la gelosia prende la forma di piccole mani che mi tengono le palpebre aperte. La gelosia è un legno appuntito che mi trafigge lo stomaco, e mi fa torcere come un verme, su questo letto che condivido con mia moglie. Già mia moglie, una donna con cui ormai sento di avere in comune solo una cosa: nostra figlia.

Immagino immagini. Immagini di lei con lui, mio fratello, suo zio. Mi chiedo cosa avranno fatto oggi, dove l’avrà portata. Quali magnifiche spiagge e posti le avrà fatto e le farà vedere? Mi domando quanta ammirazione mia figlia stia maturando per lui. Lui che è l’unica occasione che lei ha per fare una vacanza, per vedere posti e divertirsi. Con solo sua madre che lavora e io che me ne sto tutto il giorno in cerca di un lavoro che non trovo, quando mai lei potrebbe andare a farsi una vacanza fuori da queste quattro mura? Per fortuna che c’è lui. Lui, il mio fratellone. Lui che per me non è solo il fratello maggiore, bensì, il fratello migliore. Quello che è sempre riuscito nella vita. Nel lavoro, nella scuola, nella società. Da sempre. Fin da piccoli. Il primo, il migliore. Qualsiasi cosa abbia fatto, è arrivato sempre prima di me. Dal nascere, alla corsa campestre, alla famiglia. Da una semplice gara di nuoto, alla laurea e al lavoro.

Domenica 23 agosto h. 23.50

Domani lei sarà di nuovo qui, di nuovo fra le mie braccia. Domani il suo profumo tornerà ad avvolgere l’uomo che le ha dato forma e sostanza. L’uomo che vive solo per lei. Quell’uomo che non riesce nemmeno a trovare un lavoro per darle quello che una bambina come lei meriterebbe.

Lunedì 24 agosto h. 14:30

Marta, appena rientrata a casa, è andata di corsa in camera sua e non è voluta più scendere. Mi ha detto che non si sentiva bene.
Sono tornati stamattina. Marta mi ha salutato appena. Non avevo nemmeno finito di scaricare le sue valigie, che già se n’era andata nella sua stanza.

Lunedì 24 agosto h.23:30

Ora sono in una stanza. In questura.
Di là c’è anche Marta e sua madre.
Intorno a me ci sono tre poliziotti. Un ispettore mi fa domande su domande, e io gli dico quello che vuole sapere. Ovvio però, che la verità, quella pura, non posso dirla. Perché?
Beh, perché la verità è che oggi, in casa, io e Marta eravamo soli. Io con il mio desiderio, lei con la sua bellezza. Dopo mangiato, sono salito in camera sua. Ho cercato di resistere, di non andare, ma non ce l’ho fatta. Avrei voluto che qualcuno mi fermasse, mi aiutasse, ma sua madre non c’era, e nessun psichiatra era riuscito a darmi un appuntamento nel più breve tempo possibile. Così ho preso tutto ciò come una legittimazione ad agire: a volte le contingenze, gli eventi, sono le migliori bussole per capire come orientarci nella vita.
Ho aperto la porta della sua camera senza bussare. Marta guardava fuori dalla finestra. Quindici giorni di mare le avevano regalato un colore così ambrato da farla sembrare una di quelle principessine indiane da mille e una notte. Non si era nemmeno accorta che ero entrato in camera sua. Ho sentito veloce il mio desiderio, represso da tempo, crescere e gonfiarsi sotto la patta dei pantaloni. L’ho chiamata:
“Marta!”
Lei si è girata, e mi ha guardato confusa, come se non fosse sicura che fossi io. Poi il suo viso si è rilassato e, prendendomi in contropiede, mi è corsa incontro. Mi ha abbracciato una gamba. Poi si è messa a piangere. Non ho capito immediatamente cosa avesse, ma quelle lacrime hanno spento subito la mia libido. L’ho staccata dalle mie gambe, l’ho messa a sedere sul letto e mi sono seduto di fianco a lei. Il mostro ancora cedeva il passo al padre. Le ho chiesto:
“Che c’è piccola mia?!”
Lei non ha risposto. Guardando un punto fisso in basso, si è portata le ginocchia sotto il mento, ed iniziando a dondolare, ha preso a piangere più forte. Sempre più forte. Poco dopo, con un specie di conato, ha vomitato una parola. Anzi due, ed ossessivamente ha iniziato a ripeterle:
“Zio Claudio… zio Claudio… zio Claudio…”
Senza che lei aggiungesse nulla, immediatamente ho capito. Ho capito tutto. Ho capito che anche stavolta, mio fratello, è arrivato prima di me.

FINE


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Questione di sangue by Jacopo Marocco is licensed under a Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Unported License.
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3 thoughts on “Questione di sangue

  1. Devo dire che è scritta bene, e il contenuto è scomodo ma sincero, mi ha turbata molto, ma è difficile entrare nella testa di queste persone, ci vorrebbe più presa di coscienza per
    evitare queste mostruosità, e più psichiatri al servizio della gente, dovrebbe essere gratuita la loro prestazione o pagata dal governo, che ha il dovere di proteggere i cittadini.
    Complimenti.

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