Il ragazzo della stanza numero 16 (quarta e ultima parte)

Non so quanto ci mise, so solo che fu terribile: nella mia mente solo pensieri terribili ed angosciosi, però poi tutto scemò. Non mi calmai completamente, perché continuavo a sentire quel pianto, ma se non altro ora riuscivo a pensare in maniera più razionale.
In uno sprint di coraggio, ora che il panico si era placato, decisi di andare al bagno, verso la fonte di quel lamento. Uscii dalla mia camera e accesi la luce del corridoio: non c’era nessuno, tutti erano nelle loro stanze: mamma e papà nella loro, James nella sua.
Attraversai il corridoio ed andai in bagno. Poco prima di oltrepassare la soglia della porta però, il lamento cessò. Trassi un profondo respiro ed entrai.
Accesi la luce ma non c’era nulla. Solo una terribile puzza di marcio, di fradicio e di acqua stagnante. Feci per uscire ma con la coda dell’occhio notai qualcosa che mi fece fermare per guardare meglio. Per terra, vicino alla vasca, c’era una piccola pozza marrone. Mi avvicinai, mi chinai: era acqua sporca, acqua mista a fango e a piccole foglie fradicie. Mi accorsi che da lì partivano delle piccole orme. In quel preciso istante sentii dei passettini alle mie spalle uscire dal bagno, e la porta chiudersi dietro. Balzai in piedi, aprii la porta di scatto ed uscii.
Rimasi con le spalle attaccate alla porta del bagno a riprendere fiato, a riprendermi dallo spavento. Fuori, ovviamente, non c’era nessuno. Stavo per andare a svegliare i miei – ormai ero stufo di quel continuo stato di paura, volevo andare da loro e implorarli di portarmi in qualsiasi posto, fosse stato anche un manicomio – quando il lamento, quel pianto, prese a farsi sentire di nuovo: ora veniva palesemente dalla mia camera.
Presi di nuovo a respirare con l’addome, lasciai perdere l’idea di chiamare i miei e, senza pensarci troppo, mi lanciai verso la mia stanza: dovevo affrontare quella cosa da solo, se l’avevo vinta una volta, potevo farcela di nuovo. Così entrai.
Il puzzo di fradicio, di acqua stagnante, mi buttò quasi indietro tanto era forte. La luce dell’abat jour era spenta. Premetti l’interruttore vicino alla porta, ma dopo un lampo iniziale, la lampadina scoppiò. In un film horror sarebbe stato un classico, sarebbe stato anche banale vederlo da una poltroncina al cinema, ma lì, dal vivo, giuro che non mi pisciai di nuovo addosso solo perché probabilmente avevo la vescica vuota, altrimenti lo avrei fatto ancora.
Ci misi un po’ ad abituare i miei occhi all’oscurità che, però, non era totale: un po’ di luce proveniva dal corridoio. E fu nella penombra che finalmente vidi cosa, anzi, chi era la fonte di quel pianto.
Seduto sull’angolo destro del mio letto c’era quello che sembrava proprio essere un bambino.
Ariel si sta mordendo un labbro. Sembra molto presa dal racconto. Mi avvicina ancora di più il microregistratore.
A causa della scarsa luce non riuscivo a distinguere il colore dei capelli del bimbo. Non lo vedevo in viso: era girato di spalle. Vedevo solo la forma e la posizione: era chino, coi gomiti appoggiati sulle ginocchia. Singhiozzava.
Invece di scappare, quasi ipnotizzato, mi avvicinai. Più accorciavo le distanze tra me e lui, più l’odore di marcio aumentava. A nemmeno mezzo metro, il puzzo si era fatto più forte e pungente, e ora sembrava più somigliare a puzza di carne avariata, putrefatta, che di fradicio. Istintivamente pronunciai quel nome: Mark. Lo chiamai. Il bambino smise di piangere. Ma rimase girato, nella stessa posizione. Immobile. Alcuni istanti, poi gli toccai la spalla: sentii che i suoi vestiti erano bagnati e viscidi e che il suo corpo era terribilmente gelato. In quell’istante, nell’istante in cui lo toccai, il bambino si mosse, si girò e ciò che vidi mi fece trasalire. Credo che in pochi al mondo hanno avuto o avranno la possibilità di vedere una cosa così terrificante.
Il viso del bambino aveva una pelle che per quanto era pallida, chiara, sembrava fluorescente. Pezzetti di qualcosa simile a piccole foglie e detriti erano attaccati per tutta la faccia, o almeno quel che ne era rimasto. Non aveva gli occhi: a posto delle orbite solo due grossi buchi neri. Il naso era come se si fosse asciugato, imploso, ridotto solo a due piccoli buchini. La bocca, tutta rattrappita, aveva stampato su un ghigno malefico, diabolico. Devo ammettere che quel viso aveva un che di famigliare, ma era passato troppo tempo perché ricordassi perfettamente…
Il bimbo iniziò a ridere in modo isterico e mi si gettò addosso, come per abbracciarmi. Io ebbi la prontezza di balzare indietro e fu allora che tutto successe.
Presi la sedia della scrivania e gliela scagliai addosso. Il bimbo ricadde sul letto. Afferrai meglio la sedia con entrambe le mani e iniziai a scaraventargliela addosso. La cosa curiosa era che da quel corpicino non usciva né sangue, né niente; né sentivo ossa rompersi, ma soprattutto non sembravo provocargli alcun dolore. Il bambino mi fissava con quelle due buche apposto degli occhi e con ancora impresso quel ghigno sulla bocca. Sembrava che stessi picchiando un bambolotto. Quella specie di calma, quell’indifferenza, non fece altro che farmi imbestialire ancora di più, così presi a darci dentro più forte. Alzavo la sedia sopra la mia testa e la scaraventavo con tutta la forza sul letto, sul bambino, in un moto senza fine.
Dopo un po’ la sedia iniziò a rompersi, ma io ricordò che continuai imperterrito a picchiare. A mano a mano iniziai a sentire le braccia farsi sempre più pesanti e il sangue pulsarmi nella testa incessantemente, ma non riuscivo a fermarmi: sentivo un eccitante senso di libertà.
Non so per quando andò avanti tutto ciò, perché credo che svenni.

Quando mi ripresi, ero in giardino. Sentii subito uno strano sapore in bocca, misto tra il dolciastro e il metallico. Era sangue. Sangue di cui ero ricoperto dalla punta delle scarpe a quella dei capelli. Provai a muovermi, ma avevo mani e piedi legati. Indossavo delle manette e ai piedi una specie di spago. Intorno a me un mucchio di poliziotti che mi guardavano. Poco più in là c’era mia madre e mio padre, una abbracciata all’altro, entrambi in lacrime, disperati. Svenni di nuovo e, quando mi ripresi, ero qui.

Quel bambino che massacrai in camera mia era mio fratello, James.
Doveva esser venuto in camera mia mentre io ero in bagno. Lo faceva spesso, quando faceva la pipì a letto o quando non prendeva sonno e aveva paura a dormire da solo: veniva in camera mia a piangere o a chiedermi di fargli compagnia. Veniva da me nel cuore della notte, invece che andare dai nostri genitori, o perché si vergognava della sua incontinenza o perché sapeva che loro lo avrebbero rimandato in camera sua a dormire, da solo e senza tante storie.
Era James, ma io non lo riconobbi, la mia testa non me lo fece riconoscere: sostituì il suo viso, il suo corpo, con quello di Mark, con quella specie di bambolotto senz’anima e ossa. La mia mente mi faceva vedere altro, non la realtà, altrimenti mi sarei accorto di cosa stavo facendo a mio fratello, del suo sangue che andavo spargendo dappertutto.
La sedia che gli scagliai addosso non fece un gran rumore e lui non ebbe nemmeno il tempo di urlare, così ci misero un po’ i miei per accorgersi di quello che stava accadendo. Quando arrivarono in camera mia, del loro secondogenito non era rimasto nient’altro che una poltiglia rossastra: un po’ spiaccicata sul letto, un po’ per terra e il restante addosso a me, sui mobili e sui muri.

Il giudice mi ha dato trent’anni, accogliendo la tesi dell’accusa secondo la quale io vivevo una forte gelosia nei confronti di mio fratello che io vedevo come il preferito, tra me e lui, dai miei genitori. Non solo, sempre secondo l’accusa, vedevo James come il bambino sereno che io non ero stato, e, per questo, lo invidiavo. Tutto ciò avrebbe portato una personalità border line come la mia ad uccidere.
Bah.
Tutte cazzate.
Non volevo, giuro che non volevo. Sono stato vittima di un’allucinazione. Dell’esasperazione della paranoia. Punto e basta. Non avrei mai fatto del male a mio fratello, di cui non ero né invidioso, né geloso. Ero semplicemente pazzo, ma ora sto bene, sento di esser guarito. Tutta la terapia che ho fatto in dieci anni qua dentro mi ha guarito completamente. Ariel, chiedi pure ai dottori della struttura. Sento proprio che posso uscire di qua, che posso tornare a vivere.
Ariel non dice nulla. Ha cambiato atteggiamento: ora sembra fredda, sembra un dottore vero e proprio. Si alza, accenna un saluto e se ne va. Ti farò avere mie notizie, dice.
Non mi trattengo e le grido dietro: salvami Ariel! E sottovoce continuo a dire:
Salvami. Portami via da qui, so che tu puoi, che mi credi. Angelo mio, salvami. Mi sento così solo qui.

5.
Ariel non è più tornata, sono passati tre anni ormai.
Sei mesi dopo la sua visita, mentre sfogliavo una di quelle riviste mediche che sono in sala lettura mi sono imbattuto in un articolo. Era la entusiastica recensione di un libro. L’autrice era una certa dottoressa Ariel Mahone e il titolo del libro era: Caino e Abele, sottotitolo: Quindici agghiaccianti storie di fratricidio.

Sono venuti altri dottori, dottorini, dottorandi: volevano studiarmi, sentire la storia direttamente dal protagonista del loro argomento di tesi. Come al solito. Ma io non ho più detto nulla.
In Ariel avevo creduto, creduto veramente. Ma Ariel mi ha fottuto. E’ stata l’ennesima delusione, l’ennesimo castello in aria.
Ma non importa, niente importa più quando hai vicino un tesoro. Un amico vero. E io ce l’ho. Ora non sono più solo: c’è Mark qui con me.
Come era nel principio e ora e sempre,
nei secoli dei secoli.
Amen.

FINE


Licenza Creative Commons
Il ragazzo della stanza numero 16 by Jacopo Marocco is licensed under a Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Unported License.
Permissions beyond the scope of this license may be available at jacopo_marocco@libero.it.

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