Il ragazzo della stanza numero 16 (terza parte)

Dovetti lottare per resistere alla tentazione di gettare via anche quel pezzetto di carta: anche se il solo pensiero di averlo con me mi mandava fuori di testa, pensai che dovevo tenerlo per farlo vedere ai miei, come prova per dimostrare che non ero pazzo.
Neanche a dirlo, fu tutto inutile: quando tornai a casa, quando mi trovai di fronte ai miei per fargli vedere quel maledetto biglietto, non lo trovai più. Frugai un bel po’ tra le mie tasche, ma niente. Il foglio era scomparso. Risultato: anche se fecero di tutto per non darlo a vedere, feci preoccupare ancora di più i miei.

Quella sera, per stemperare l’atmosfera, mio padre ci portò tutti al luna park: me, la mamma e James. E devo dire che fu una bella serata, l’ultima bella serata della mia vita, l’ultima serata in loro compagnia. Mi svagai, ci svagammo tutti. Tra zucchero filato, ottovolanti, clown, musica e giochi vari, per un po’, sia io che i miei genitori, non pensammo a quello che mi stava accadendo.
Purtroppo, tutto ciò durò poco.
La sera stessa, tornato a casa, sopra la scrivania, sopra la mia dannata scrivania, trovai di nuovo quella maledetta tartaruga di plastica e un biglietto accanto. Diceva:
Vedo che non vuoi proprio ricordare Constantine.
Possibile che non ricordi che da piccolo avevi un amico di nome Mark? Dai, insomma, non deve essere difficile, ero l’unico a darti confidenza da queste parti. Come sei stato ingrato con me… Ma ti ho perdonato, e ora sono qui, di nuovo con te. Perché un amico è per sempre.
Stetti un attimo in silenzio, con il panico che di nuovo si impossessava di ogni fibra del mio corpo. Poi, nel caos totale, un flash nella mia mente, un ricordo, nitido: io, da piccolo, che andavo da una specie di dottoressa, in uno studio appena fuori città.
Corsi di sotto, da mia madre. Era in cucina a bersi una camomilla. Senza girarci troppo attorno le chiesi diretto:
“Da bambino, mi portavate da una psicologa?”
Mia madre sulle prime fece finta di niente, anzi, mi guardò stupita, fingendo di non sapere di cosa stessi parlando, ma io incalzai, insistendo sul fatto che ero riuscito a ricordarmi di questa signora in uno studio, una dottoressa, da cui mi portavano. Stette un po’ in silenzio, poi, quando capì che non avrei mollato, si sedette e fece sedere anche a me. Mi prese le mani tra le sue e ammise. Ammise che da piccolo ero stato seguito da una psicoterapeuta.
Mi disse che non avevo preso bene il nostro trasferimento dal Rhode Island alla Louisiana e che, una volta qui, mi chiusi in un mondo tutto mio. Non avevo rapporti con nessuno al di fuori dei miei genitori. A scuola mi avevano messo anche un insegnante di sostegno, ma spesso mi rifiutavo di andarci. Facevo di tutto per non andarci, fingevo pure di star male, che avevo mal di stomaco. Spesso mi inducevo anche il vomito per far credere che stessi male sul serio. Volevo restare sempre chiuso in casa, non volevo alcun tipo di rapporto con la nuova realtà. Tutto mi sembrava ostile.
Tutto ciò più o meno lo ricordavo, quello che non ricordavo, però, fu quello che mi disse dopo.
Mia madre proseguì dicendo che fu in questo isolamento quasi totale che fece la sua comparsa Mark.
Quando mia madre fece quel nome, Mark – lo stesso che si firmava su quei maledetti biglietti -, a me venne quasi un infarto, sbiancai, e mia madre se ne dovette accorgere perché mi chiese se mi sentissi bene, ma io riuscii a darmi una calmata e la pregai di continuare. Beh, continuando, mi disse che questo Mark in realtà non esisteva, o meglio, esisteva solo nella mia testa. Era il mio amico immaginario: la mia mente lo aveva creato per non farmi impazzire. Curioso, no? Bel paradosso: creare un’allucinazione per non impazzire. Beh, tu Ariel lo saprai meglio di me. Posso darti del tu, Ariel?
Ariel annuisce e mi dispensa un altro sorriso.
Dicevo, tu Ariel lo saprai: la mente prima di dichiararsi fuori uso usa diverse strategie, valvole di sfogo, e la mia aveva deciso che era il caso di trovare qualcuno, seppur immaginario, con cui scambiare due chiacchiere perché, evidentemente, non farlo avrebbe portato a delle conseguenze peggiori: alla follia vera e propria, quella permanente.
Stando a quello che mi raccontò mia madre, lei e mio padre all’inizio presero alla leggera il mio isolamento, pensavano che mi sarebbe passato, col tempo, ma quando si accorsero che parlavo da solo, che agivo sempre come se accanto a me ci fosse qualcun altro e che parlavo al plurale nominando sempre un certo Mark, decisero che forse era il caso di fare qualcosa. Così mi portarono da una psicoterapeuta.
Ci andai per quattro anni, anche se la “soluzione” al mio amico immaginario fu trovata già dopo il primo anno di terapia.
Come? chiede Ariel.
Tutto fu stabilito e deciso insieme alla terapeuta e ai miei genitori. Io sapevo cosa dovevo fare anche se non mi era stato detto direttamente: infatti, per spiegarmi cosa fare, la terapeuta aveva usato l’ipnosi così da ingannare la mente che altrimenti, da sveglia, avrebbe messo a conoscenza del “piano” Mark. Così, un giorno prestabilito, uscii tranquillamente di casa e andai con questo Mark in un campo di grano dietro casa. I miei mi osservavano dalla finestra. Alla fine del campo c’era un pozzo usato per irrigare. I miei solitamente non mi ci facevano avvicinare perché quel pozzo era senza protezioni, ma quella volta era indispensabile che ci andassi. Mi avvicinai al bordo con Mark, ovviamente non ricordo di cosa parlammo: di quel periodo non ricordo nulla, giuro, non so nemmeno come riuscii a ricordare della terapeuta, quello che ti dico Ariel è quello che so tramite mia madre. Beh, fatto sta che mentre eravamo sul ciglio di questo pozzo, dalla tasca presi fuori una cosa che sanciva il mio legame con Mark, il simbolo della nostra amicizia – una cosa trovata in quella casa appena mi ci trasferii, probabilmente lasciata dai vecchi proprietari e che avevamo assunto a simbolo del nostro legame: una Tartaruga Ninjia, quella con la spada, Leonardo. Presi questa tartaruga giocattolo e la scagliai dritta in fondo al pozzo.

Sembra che quel giorno tornai a casa piangendo, dicendo che il mio amico era caduto in fondo al pozzo per andare a prendere Leonardo. Imploravo i miei di chiamare i soccorsi, di non lasciarlo lì. Ma non fecero niente.
In ogni caso il piano funzionò: per la mia mente Mark era morto, e si sa, la mente dei bambini dimentica subito, anche i lutti. Soprattutto i lutti.
Dopo questo episodio feci altri tre anni di terapia. Per stabilizzare la mia mente e per cercare di uscire da quella solitudine cronica di cui soffrivo. Mi fece bene: certo, non divenni un compagnone, l’amico di tutti, anzi, a dirla tutta non divenni amico di nessuno, ma mi aprii molto di più rispetto a prima. Ora riuscivo ad andare a suola quasi tranquillamente e ci restavo pure. Piano piano il mondo tornò ad essere se non un amico, per lo meno un conoscente.
Ariel mi chiede cosa successe dopo le rivelazioni di mia madre.
Scioccato dal racconto di mia madre, me ne tornai in camera senza spiegarle il perché di tanta curiosità sul mio passato: tanto sapevo che sapeva.
La tartaruga e il biglietto erano ancora sulla scrivania. Pensai: sono tornato nella stessa situazione di quando ero piccolo, mi è saltata di nuovo qualche rotella, quei biglietti probabilmente me li sono scritti da solo. La cosa che non mi spiegavo, però, era come fossi riuscito a recuperare quel giocattolo: il pozzo dove lo avevo gettato da bambino era stato chiuso qualche anno dopo con del cemento, perché troppo pericoloso. Mentre pensavo a tutto ciò, mi accorsi che esser stare tutto il giorno in allerta mi aveva stremato, così lasciai la tartaruga e il biglietto dov’erano, e mi sdraiai sul letto, ignorandoli, e cercando di addormentarmi.
Purtroppo un continuo senso di panico mi invadeva a fasi alterne e non mi permise di chiudere occhio. Così scesi dal letto e andai in bagno. Pisciai, poi mi guardai allo specchio: avevo la faccia distrutta, il terrore traspariva chiaramente dai miei occhi. Ero il ritratto della paura e forse anche della follia.
E fu mentre mi specchiavo che intravidi qualcosa passare veloce dietro le mie spalle. Mi girai di scatto, ma ovviamente non c’era niente. Guardai fuori dalla porta, nel corridoio, ma anche lì nulla. Ero nella paranoia più totale.
Mi ricordai che mia madre teneva del sonnifero sull’ultimo ripiano in alto dell’armadietto dei medicinali. Presi una pastiglia, ci pensai un attimo e ne presi anche un’altra, così, per sicurezza, poi le misi entrambe in bocca e le mandai giù con un po’ d’acqua.
Tornai a letto.
Nonostante il sonnifero, presi comunque sonno molto tempo dopo.

Non so quanto tempo fosse passato, ma quando riaprii gli occhi fu perché ero stato svegliato da qualcosa. Era notte fonda. Lì per lì non capii cosa mi avesse destato, poi tutto divenne chiaro: lamenti, singhiozzi. Qualcuno stava piangendo. Sperai di stare ancora dormendo e che quello che vivevo non fosse altro che un incubo in un sogno. Ma non era così. Quel pianto era pura realtà.
Tesi l’orecchio per capire bene da dove venisse: sembrava provenire dal bagno. Iniziai a tremare e mi rannicchiai sempre di più sotto le coperte. Poi successe una cosa che non mi succedeva da anni: mi pisciai addosso.
Ben presto la pipì da calda divenne fredda e restare nel letto con quell’umidiccio non fu più possibile.
Anche se l’idea di scendere da quel letto e affrontare quel qualsiasi cosa da cui proveniva quel pianto – allucinazione o fantasma che fosse – mi terrorizzava, accesi l’abat jour e mi alzai. Dovevo assolutamente cambiarmi. E poi avrei dovuto cambiare anche lenzuola e coperte. Il materasso, per il momento, l’avrei solo rigirato.
Scesi. Il pianto continuava a sentirsi. Pensai che probabilmente lo sentissi solo io, a causa del mio ritorno di pazzia: infatti nessun altro si era alzato per controllare la causa di quel lamento.
La cosa che mi angosciava di più era la consapevolezza di non poter scappare, la sensazione di non avere vie d’uscita, di sapere in qualche modo che ovunque fossi andato quel qualcosa mi avrebbe seguito.
Stavo sudando a freddo e mi muovevo in modo frenetico nella stanza, senza uno scopo: non riuscivo nemmeno a togliermi i panni sporchi. Mi veniva da vomitare. Mi girava la testa. Mi sentivo morire dalla paura. Ad un certo punto inciampai in una scarpa e caddi a terra. Rimasi lì per un po’ e non so come, ma fu allora che mi ricordai. Mi ricordai di una tecnica anti-panico che ci avevano insegnato a scuola: così mi misi supino per terra, chiusi gli occhi, presi a respirare profondamente con l’addome e lasciai che la paura s’impadronisse di me. Completamente. Non opposi resistenza. Lasciai che il panico mi travolgesse in tutta la sua forza senza minimamente contrastarlo. CONTINUA QUI: Il ragazzo della stanza numero 16 (quarta e ultima parte)


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Il ragazzo della stanza numero 16 by Jacopo Marocco is licensed under a Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Unported License.
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