Grullarello (seconda e ultima parte)

Il Vampa era un contadino compaesano di Grullarello, chiamato così perché c’aveva il viso sempre un po’ ustionato dal sole e dal vino, ma anche perché era un tipo molto collerico, che s’accendeva con niente. Era uno di cui aver paura, e infatti in paese tutti ce n’avevano. Era uno che da giovane aveva sorpreso la fidanzata in atteggiamenti intimi con un altro uomo, così allora aveva ucciso a coltellate il rivale per poi costringere la fidanzata ad avere un rapporto sessuale proprio accanto al cadavere dell’amante. Era uno che tutti sapevano come trattava la moglie e le figlie, che le bastonava e le violentava. Era un guardone come lui il Vampa, ma di un altro tipo, lui le coppiette non le guardava e basta, infatti si diceva che c’entrasse qualcosa con l’omicidio della coppietta trucidata qualche mese prima in un’altra piazzola poco distante dal paese…
Tutti sapevano diverse cose sul Vampa, ma nessuno diceva nulla alla Polizia che stava indagando sul caso. A Grullarello, che era amico con una delle figlie del Vampa, e della quale lui sotto sotto era innamorato, gli era presa qualche volta la voglia di andare dai Carabinieri e denunciarlo, soprattutto quando vedeva quella ragazza con un occhio nero o qualche altro livido sul viso. Ma tanto nessuno gli avrebbe creduto a lui: lui era Grullarello e a Grullarello chi poteva credergli? Non poteva dire a tutti che sì, un po’ tonto c’era, ma che non era scemo completo, che quella era una farsa che faceva per prendere la pensione. Se l’avesse detto per rendere credibili le sue testimonianze gli avrebbero levato il sussidio. E poi sì, aveva pure paura. Come tutti in paese e nei dintorni ne avevano del Vampa. Così tutti se ne stavano zitti. Lui compreso. Grullarello più volte aveva pensato che quella cosa che chiamavano “omertà”, non esisteva solo al sud, in Sicilia, come dicevano in televisione, ma bensì anche lì, nel bel mezzo dell’Italia, in Toscana, a due passi da Firenze.
Dall’oscurità più nera uscì fuori un’altra figura che disse:
“Oh Vampa, eccomi!”
Grullarello riconobbe anche la voce di quest’altro: era il Torsolo, chiamato così perché alto e secco, come un torsolo di mela. Era stato il postino del paese, anche lui uno che maltrattava la moglie. Col Vampa si diceva andassero insieme a puttane a Firenze e che insieme facessero anche altre cose strane, qualcosa che aveva a che fare con un mago e con le sedute spiritiche e messe nere. Ma anche qui le chiacchiere erano tante e non c’era mai nessuno che si prendesse la responsabilità di quello che diceva.
Il Vampa e il Torsolo tirarono fuori dalla macchina il corpo senza vita del ragazzo, e poi quello della ragazza: trascinarono lui da una parte e lei da un’altra. Il Torsolo accese una torcia e illuminò la ragazza. Il Vampa le si avvicinò, si inginocchiò, prese in mano un coltello e iniziò a pugnalarla. E lo fece per molto, non smetteva più di dare quelle coltellate, sembrava un ossesso. Poi si fermò e gridò:
“Dottore po’ venire!”
Grullarello, che ancora non aveva preso coscienza di quello che stava accadendo rimase a guardare, immobile, inebetito. Riuscì solo a pensare: Ma i ‘cche fanno? Prima l’ammazzano e poi chiamano i’ medico?
Poco dopo ecco arrivare un’altra figura. Il Torsolo lo illuminò: era un ragazzo, sulla trentina, magro ed alto, anche più del Torsolo, con in mano una specie di borsetta. Grullarello l’aveva già visto qualche volta in paese, proprio a parlare col Torsolo e il Vampa, ma era di fuori, un forestiero, e che cosa avesse a che fare coi suoi due compaesani lo capì solo quella sera.
Il giovane forestiero, senza dire nulla, si chinò sul corpo martoriato della ragazza.
Grullarello s’accorse che nel frattempo il Vampa s’era avvicinato a quello del ragazzo riservando anche a lui, dopo morto, diversi colpi di coltello, ma meno che alla ragazza.
Il forestiero, che era stato chiamato dal vampa “dottore”, prese fuori dal borsello che aveva in mano un affare di metallo, lungo e stretto. Lo posizionò sopra al pube di lei e iniziò a incidere, mentre il Torsolo gli faceva luce.
Il Vampa, che sembrava aver finito col cadavere del ragazzo, chiese:
“Dottore, ma come mai gli altri non son venuti stasera?”
Silenzio. Il giovane forestiero non rispose. Allora il Vampa guardò con aria interrogativa il Torsolo il quale si strinse nelle spalle.
Finito di incidere, il Dottore sollevò con quell’affare di metallo un lembo della pelle che aveva inciso, lo prese tra l’indice e il pollice e tirò via, con facilità, tutto il pube della ragazza.
A Grullarello, vedendo staccare dal corpo della ragazza quel pezzo di carne, coi peli attaccati e gocciolante di sangue, venne da vomitare. Sentì il vino – che aveva bevuto fino a poco prima per darsi coraggio per andare a spiare le coppiette – tornagli su di botto, ma riuscì a trattenerlo e addirittura ringoiarlo, ma creando purtroppo un potente effetto a catena perché ciò non fece che fargli tornar su ancora più vomito e in maniera ancora più prepotente. Si mise entrambe le mani davanti alla bocca per provare a trattenere l’imminente ondata, ma non ci riuscì: gli spasmi dello stomaco erano incontrollabili e non riuscì a non emettere qualche gemito, e mentre il suo stomaco pompava su diversa roba che le mani non riuscivano a tenere, Grularello, piegato in due dai conati, pensò: son fregato, maremma bucaiola, son fregato!
Finita la rapida, ma intensa ondata di vomito, con gli occhi gonfi di lacrime per lo sforzo di rimettere, cercò di vedere se quei tizi poco più in là nello spiazzo l’avessero sentito.
Sì, l’avevano sentito.
Il Vampa prese ad urlare:
“Chi c’è? Chi c’è, maremma cane? Chi? Sparo eh!!!”
Il Torsolo disse:
“Oh Vampa, sarà qualche cinghiale che sgrufa qualche ghianda. Lascia perdere”
E il Vampa:
“Un cinghiale? Secondo te, brutto scemo, un cinghiale s’avvicina così tanto a noi? Vo’ a vedere!!!”
Il dottore rimase in silenzio.
Grullerello si ricompose il più possibile dietro il tronco della grossa quercia. In quel momento pensò che non aveva mai avuto così tanto paura in vita sua. Sentì caldo nelle mutande e infatti si stava pisciando addosso.
Il Vampa sembrava avvicinarsi lentamente, ma Grullarello non ne era sicuro, così, richiamando a sé tutto il coraggio che aveva, si sporse di pochissimo dal tronco e vide il Vampa avanzare col braccio teso e la pistola spianata; dietro, il Torsolo gli faceva luce, mentre il Dottore sembrava ancora occupato con la ragazza e non preoccuparsi di altro.
“Maremma maiala vieni fuori che ti stronco in due! Vieni fuori, maremma tubercolosa!”, diceva agitato il Vampa.
Pochi passi e Grullarello vide spuntare da dietro il tronco, a circa un metro da lui, come un cobra che esce dalla cesta dell’incantatore di serpenti, il braccio del Vampa con in mano la pistola, e fu in quell’istante che nella testa di Grullarello passarono due pensieri: uno, che di lì a poco si sarebbe non solo pisciato addosso dalla paura come aveva già fatto, ma anche si sarebbe fatto anche qualcos’altro addosso; e due, che doveva fare qualcosa perché altrimenti il Vampa l’avrebbe sicuramente ammazzato. Fu così che Grullarello, che tutti pensavano fosse uno “toccato di testa” tanto da vivere con la pensione riservata a quelli come lui, ma che in realtà ci “faceva” parecchio e basta, e che non si era mai macchiato di nulla se non di frode allo stato per falsa invalidità, prese in mano la roncola – che si portava sempre dietro per farsi strada tra la boscaglia e crearsi un posto comodo e ben nascosto per guardare tra i rami le coppie mentre amoreggiavano –, alzò in alto il braccio che la teneva, caricò il colpo e la scagliò con tutta la forza sul braccio nerboruto del Vampa. Staccandoglielo di netto.
Il Vampa prese ad urlare e a schizzare sangue a fiotti dal braccio come fosse un idrante che andava a fasi alterne.
Grullarello capì che non c’era tempo da perdere così scagliò di nuovo la roncola addosso al Vampa, ma stavolta sulla testa. Un fiotto di materia cerebrale si andò a spiaccicare sul viso di Grullarello ma, tuttavia, non se ne curò, sentì solo qualcosa di tiepido e vischioso arrivargli su una guancia e colargli giù verso il collo, ma non provò nemmeno a pulirsi.
Meccanicamente tirò fuori la roncola dal cranio del Vampa, il quale rimase in piedi alcuni istanti, immobile, con gli occhi rivoltati all’indietro, come per provare a vedere lo squarcio che aveva poco sopra, e col braccio che pompava vistosi schizzi di sangue dal moncherino.
Una volta tolta la roncola, la testa prese riversare fuori materia grigia come fosse un vulcano in piena eruzione. Il Vampa rimase così per un po’, poi iniziò ad ondeggiare, e pochi istanti dopo rovinò rumorosamente a terra.
Sistemato il Vampa, con l’adrenalina che ormai lo dominava, Grullarello si diresse verso il Torsolo, il quale sembrava non avere ancora capito nulla di quello che stava succedendo perché era rimasto immobile, inebetito, forse choccato dalla scena cui aveva appena assistito.
Era rimasto fermo, con in mano la torcia, ad illuminare nella direzione di Grullarello e del Vampa e, sicuramente neanche volendo, con quella torcia stava accecando il povero Grullarello, il quale, senza pensarci, andò diritto verso la luce, senza distogliere lo sguardo da quella sorgente luminosa, come un gatto attirato dai fari di un auto.
Giunto ad una distanza che ritenne sufficientemente giusta, Grullarello cominciò a colpire alla cieca. I primi due colpi andarono a vuoto, ma quelli successivi andarono a segno: alla terza roncolata la gola del Torsolo fu aperta in due in uno squarcio profondissimo, e alla quinta anche il petto si ritrovò ad avere un taglio profondo di almeno due dita.
Grullarello era grosso fisicamente ed anche forte, e la potenza che metteva quando colpiva con la roncola era tanta, tanto che con l’ultima roncolata il corpo del Torsolo fu sbalzato due metri addietro.
Ora Grullarello ancora non riusciva a vedere bene, perché ancora un po’ accecato dalla luce di prima, ma sapeva che anche il Torsolo era sistemato, per sempre. Il problema ora, era che non riusciva a vedere dove fosse il terzo uomo, il giovane dottore forestiero.
Piano piano riuscì ad abituare di nuovo i suoi occhi all’oscurità, ma del Dottore sembrava non esserci più traccia. Si guardò intorno: niente. Forse è scappato, forse è tornato alla macchina, pensò, così, sempre sotto l’effetto dominante dell’adrenalina e mosso da un coraggio che non pensava di avere, iniziò a incamminarsi verso l’auto che aveva visto arrivare prima, una cinquantina di metri più in là.
Non fece nemmeno tre passi che qualcosa lo colpì alla spalla sinistra, da dietro. Nonostante il dolore riuscì a girarsi e si trovò di fronte il Dottore, vicinissimo, che lo guardava inespressivo. O almeno questo era quello che riusciva a distinguere nell’oscurità.
Grullarello pensò che dei tre, quello che poteva mettergli pensiero, sia fisicamente che a livello mentale, di soggezione, di paura, era il Vampa, ma il Vampa l’aveva fatto fuori per primo, e fare fuori il Torsolo, poi, era stato un gioco da ragazzi. Ora, questo che aveva davanti, sebbene fosse giovane, sembrava comunque la metà in confronto a lui e quindi facile da sistemare. E infatti, cari lettori, nonostante siate abituati a finali in crescendo, che si risolvono all’ultima riga, col protagonista che incontra difficoltà sempre maggiori e che trova pace solo giunto all’epilogo della storia, Grullarello senza esitare piantò la sua roncola tra la spalla destra e il collo del giovane Dottore, talmente forte che la testa gli si appoggiò sulla spalla sinistra, come un albero non del del tutto abbattuto.
Nel preciso istante in cui quella gigantesca ferita prese a riversare fuori copiose ondate di sangue, il corpo del Dottore cadde sulle proprie ginocchia, per poi rovinare a faccia avanti sulla breccia. Un altro paio di potenti roncolate dalla parte esattamente opposta a dove aveva dato la prima, e Grullarello staccò la testa del Dottore dal corpo dello stesso.

Grullarello, in quattro e quattrotto, aveva sistemato quei tre individui, senza problemi, tranquillamente, come se l’avesse sempre fatto o come fosse stato guidato da una forza superiore, come se non fosse stato lui a farlo, come se il coraggio gli fosse stato infuso dentro da una potenza divina nell’istante esatto in cui aveva visto avvicinarsi il braccio del Vampa che impugnava la pistola.
Rimase solo nel silenzio di quella notte di giugno di novilunio. Improvvisamente, nonostante quel forte rigetto che aveva avuto poco prima, ora aveva una gran voglia di bere, così si diresse verso la quercia, dove poco prima aveva vissuto attimi di piacere intenso. Cercava la sua fiaschetta di vino. La trovò. Se la portò alla bocca e prese due grosse sorsate del liquido rosso che conteneva – senza badare al fatto che il sangue del Vampa poteva esser finito pure lì.
Trasse un lungo respiro, pensò all’indomani, a come sarebbe stato, a come sarebbe stato vivere da quel momento in poi dopo aver visto quello che aveva visto e fatto quello che aveva fatto, poi si attaccò di nuovo alla fiaschetta e in una lunga sorsata si finì tutto il vino. Constatò che la spalla non sembrava far così tanto male. Il dottore m’ha colpito ma non con la forza necessaria per entrare a fondo in codesta pellaccia dura, pensò.
Prima di andarsene, controllò che il Vampa, il Torsolo e il Dottore fossero definitivamente morti. Non si sa mai, meglio esser sicuri sicuri…pensò. Appurato che più morti di quei tre non si poteva essere, andò dal ragazzo, quello che poco prima aveva detto alla fidanzata di gridare tutto il piacere che provava, e lo guardò dispiaciuto, dispiaciuto per non aver potuto far niente per salvare lui e la sua ragazza.
Lo guardò di nuovo, con uno sguardo sempre più compassionevole, chiudendogli delicatamente le palpebre sopra gli occhi vitrei che guardavano fissi il cielo. Si fece il nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, prese il ragazzo tra le sue braccia e, senza fatica alcuna, lo portò verso la fidanzata, che se ne stava sdraiata supina un po’ più in là.
Posò il corpo del giovane delicatamente accanto a quello della ragazza, prese le loro mani e le incastrò fra di esse.
Grullarello, prima di andarsene, diede un ultimo sguardo commosso ai due, e si fece di nuovo il Segno della Croce: non era particolarmente credente Grullarello, infatti, in quel preciso istante si chiese come poteva il Signore Iddio permettere che due ragazzi innocenti venissero massacrati così. Ma sapeva che in quei casi era giusto fare così. Era così da sempre e così sarebbe continuato ad essere a lungo.
Finita quella specie di cerimonia funebre, Grullarello si andò a sciacquare le mani in un torrentello che scorreva poco più in là e, con una calma che stupì anche lui, Paolo santini, classe 1952, disoccupato, sussidio statale n.3910, soprannominato “Grullarello” perché da tutti in paese considerato un tonto, con una spalla leggermente dolorante e inconsapevole di un sacco di cose, si avviò verso casa.

FINE


Licenza Creative Commons
Grullarello by Jacopo Marocco is licensed under a Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Unported License.
Based on a work at https://jacopomarocco.wordpress.com/2012/09/29/grullarello/.
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