Papà ricordati di…

Il telefono squilla, una, due, tre volte. Paolo si sveglia, realizza che è notte e immagina che deve essere tardi, ma non pensa ad altro prima di rispondere.
Dall’altro capo del telefono una voce con un accento meridionale si presenta come Giuseppe Briguozzi, brigadiere dei Carabinieri del comando di una città che dista una quarantina di chilometri dalla città di Paolo. Il militare si scusa per aver chiamato a quest’ora, ma è per avvertirlo che suo figlio ha avuto un grave incidente con la macchina e che è stato trasportato d’urgenza all’ospedale. Non gli viene detto altro, solo il nome dell’ospedale e di recarsi lì nel più breve tempo possibile.
Fra un po’ di tempo, quando tutto questo sarà passato, Paolo si chiederà se le forze dell’ordine, in questi casi, fanno una conta per decidere chi deve chiamare i famigliari e avvertirli di notizie come quella che gli hanno appena dato a lui, oppure se c’è qualcuno specializzato nel farlo o se è al più basso in grado che spetta quel compito orribile. Ma adesso questo è un pensiero che non lo sfiora neppure.
Paolo resta un attimo sdraiato supino sul letto, a intravedere il soffitto nel buio, con la cornetta del telefono appoggiata sul petto e la linea che fa tututututututu, cercando di capire se quella telefonata faceva parte di un incubo – il che significherebbe che lui sta ancora dormendo -, oppure se si è trattato di uno scherzo, o di uno sbaglio. Poi accende la luce e si tira su, seduto con le gambe fuori dal letto. E mentre si osserva i piedi, la sua mente torna a qualche ora prima: ci sono lui e suo figlio Valerio, davanti casa. Hanno cenato da poco. Suo figlio è in macchina, pronto a partire – sta andando a trovare la sua fidanzata che studia in una città a una quarantina di chilometri da loro, e si fermerà da lei per tutto il fine settimana. Paolo ripete di nuovo a Valerio, prima che metta in moto l’auto, che se vuole lo accompagna lui dalla fidanzata, così sta più tranquillo, ma suo figlio sbuffa e lo prega di non ricominciare perché ne hanno già parlato abbastanza. Suo padre si trattiene, cerca di non “ricominciare”, così gli ripete solo di andare piano, di fare attenzione e di non fare “cazzate” con la ragazza. Suo figlio annuisce e sorride, capendo a cosa allude quando suo padre dice di non fare “cazzate”. I due si salutano: ‘Fai uno squillo a me e a mamma quando arrivi’, dice uno, ‘Sì, ok’, risponde l’altro. Poi Valerio mette in moto l’auto e parte. Paolo vede la macchina allontanarsi, e si sente tremare il cuore, come ogni volta che sa che suo figlio è là fuori alla mercé di tutti i pericoli del mondo, ma si ripete che non può proteggerlo da tutto, farlo vivere dentro una campana di vetro, e mentre si dice ciò l’auto si ferma, suo figlio tira fuori la testa dal finestrino e gli urla qualcosa:
‘Papà, ricordati di…’
Di cosa? Di cosa si doveva ricordare? Cazzo, se l’è scordato, ma poco importa perché tutto ciò, il pensare a quegli istanti accaduti poche ore prima, viene spazzato via da un panico che ha tardato solo qualche istante ad arrivare. Un freddo gelido, paralizzante, inizia a prendersi possesso del suo corpo. Migliaia di pensieri terrorizzanti su ciò che può essere accaduto a Valerio lo iniziano a devastare. Devo muovermi ora, altrimenti svengo qui, si dice, così in pigiama e ciabatte prende le chiavi della macchina e corre all’ospedale.

Paolo non se ne accorge, ma durante tutto il tragitto casa-ospedale respira poco. Rimane quasi tutto il tempo col fiato sospeso, trattenuto, espirando solo di tanto in tanto.

Dopo il suo arrivo all’ospedale passano esattamente tre minuti prima che sappia, prima che gli venga data la notizia che nessun genitore vorrebbe mai sentirsi dire: suo figlio è morto. Il circolo naturale delle cose s’è invertito: a morire in famiglia non è il più anziano, ma il più giovane. Che cazzo di senso ha tutto ciò? Nessuna religione, filosofia o credo può giustificare la morte di un ragazzo di vent’anni, penserà Paolo tra un po’, forse tra un giorno o tra tre ore, o magari poco prima o poco dopo di chiedersi come viene scelto colui che, nelle forze dell’ordine, deve dare brutte notizie.
In ogni caso, qualsiasi domanda ora, presupporrebbe un minimo di raziocinio, cosa che al momento nella testa di Paolo non c’è. Paolo capisce solo che qualcosa dentro lui si è rotto per sempre ed è andato perduto. qualcosa si è spento nello stesso istante in cui ha sentito la parola “non ce l’ha fatta”.
Sente il respiro bloccarsi, sente come se tutto il peso del mondo si fosse messo a sedere sul suo petto, impedendogli di respirare bene.
Qualche istante e poi sviene.

Quando si riprende è su una sedia nella sala d’attesa dell’ospedale. C’è un infermiere che gli parla, gli dice qualcosa che non riesce a capire. C’è un istante in cui si chiede cosa ci faccia lì, un istante in cui si chiede dove si trova, chi è quel tipo che ha davanti, cosa vuole. Sono istanti di innocenza, di libertà dal dolore, dalla consapevolezza, come quando ci si sveglia da un sogno molto vivido e ci occorre qualche momento per capire quale è la realtà, se quella del sogno o quella che vediamo con gli occhi appena aperti. Ma l’istante di smarrimento passa e Paolo ricorda perché è lì, e allora sviene di nuovo. Ma stavolta si riprende poco tempo dopo.

Nella sala d’attesa c’è qualcuno, altra gente, c’è qualche ragazzo, forse amici di suo figlio. C’è chi piange, chi lo guarda, chi parlotta. Poi la vede, gli viene incontro. E’ Lei, la Lei della sua vita, la sua ex moglie, colei con cui venti anni prima ha generato la vita di Valerio.
La sua vista lo calma e lo sconforta allo stesso tempo. Si alza. Sono l’uno di fronte all’altra e Paolo scoppia a piangere nello stesso istante in cui lo fa lei, poi fanno una cosa che non fanno da anni ormai: si abbracciano.

La prassi vuole che in incidenti gravi come quello accaduto a suo figlio, in cui la vittima è ridotta molto male – sono dovuti intervenire i vigili del fuoco per liberarlo dalle lamiere – ci debba essere il riconoscimento da parte di un famigliare. E così ecco arrivato il momento terribile.
Una volta Paolo, vedendo Twin Peaks nella scena in cui il padre di Laura Palmer deve riconoscere il cadavere della figlia all’obitorio, si era chiesto cosa ci fosse di più terribile al mondo di ciò che quel genitore, seppur nella finzione, stava facendo. Si domandò dove si potesse trovare il coraggio di entrare in una stanza con il solo scopo di riconoscere se quel pezzo di carne inanimata steso su un tavolo di acciaio inox fosse o meno il sangue del tuo sangue, colui o colei a cui hai insegnato a camminare, parlare, scrivere, andare in bici; a cui hai visto cadere il primo dentino, preso la prima pagella a scuola.
Ora Paolo è lì, come il padre di Laura Palmer nella serie tv, dentro una fredda stanza dall’odore di disinfettante con il corpo del figlio, o almeno ciò che ne rimane, steso su un tavolo d’acciaio inox, coperto da un candido ed anonimo lenzuolo bianco, trovando risposta a quelle domande che si era fatto tanti anni prima davanti alla televisione.
No, non è questione di coraggio il riuscire a stare in una stanza al solo scopo di riconoscere il cadavere del proprio figlio. No, è questione di trance, di assenza mentale. E’ grazie ad uno stato simile a quello in cui entra uno sciamano dopo aver assunto allucinogeni vari che riesci a sostenere una situazione simile. In questo momento è come se Paolo abbia inserito il pilota automatico: fa ciò che deve fare, ma senza essere presente più di tanto con la testa. E lì fisicamente, ma non con la mente. Forse è una strategia del cervello per sopravvivere al grande dolore, chissà, fatto sta che ripensandoci in futuro, Paolo ricorderà questi momenti come se fossero stati vissuti sotto l’effetto di un qualche anestetico, come se a viverli fosse stata un’altra persona. Probabilmente l’unica cosa che lo tiene ancorato alla realtà, ora, è solo una cosa, una cosa che continua a tornargli alla mente, quella frase pronunciata da suo figlio prima di partire:
“Papà ricordati di…”. Di cosa? Cosa, cazzo?
Un uomo col camice in piedi a fianco del tavolo su cui è adagiato il cadavere di Valerio solleva un lembo del lenzuolo e scopre un viso che c’è solo per metà, il resto è una massa informe di carne, sangue ed ossa a cui fa da contorno una folta chioma di capelli ricci, ricci come quelli di Paolo.
L’uomo col camice bianco riadagia il lenzuolo su quel volto sfigurato non appena vede la faccia del padre assumere un’indescrivibile smorfia di dolore.

Ore dopo viene allestita la camera ardente, a bara chiusa: è stato impossibile per il tanatoprattore dell’agenzia funebre rendere il volto di Valerio visibile al pubblico.
C’è un gran via vai di persone. Tutto si muove. L’unica cosa fissa è le madre di Valerio, attaccata alla bara del figlio come un’ostrica allo scoglio. Ed è in mezzo a quel via vai di persone, a quelle strette di mano, mezzi abbracci e “condoglianze” che Paolo per la prima volta sente dire cosa è successo a suo figlio, come è morto. Forse già lo sa, forse qualcuno già glielo ha detto, ma non ricorda, probabilmente non l’ha recepito. La sua testa è talmente piena di dolore che non riesce ad assorbire altro. E’ tutto così confuso, attutito – merito forse anche dei tre Tavor che si è preso finora.
C’è questa ragazza, forse un’amica di Valerio, forse solo una conoscente, che dice all’altra, bisbigliando, che Valerio e la ragazza stavano tornando dal cinema quando… Paolo anticipa mentalmente quello che la ragazza sta per dire: un uomo ubriaco al volante, ad una velocità folle, gli è andato addosso.
Paolo indovina quello che la ragazza dice forse perché purtroppo è un classico o forse perché davvero qualcuno gli ha raccontato come sono andati i fatti ricordandolo solo inconsciamente.
La ragazza continua spiegando che l’ubriaco ha tamponato l’auto con dentro Valerio e la fidanzata mandandoli a finire dritti dritti contro un muro. La macchina si è accartocciata su se stessa. Valerio è morto poco dopo essere arrivato all’ospedale, la ragazza invece è in coma. L’ubriaco miracolosamente illeso.
Non c’è rabbia in Paolo al momento – verrà – perché ora ogni singolo centimetro quadrato del suo corpo è occupato da un dolore innaturale, innaturale come il sopravvivere di un padre al proprio figlio.
Paolo pensa che dovrebbe andare a trovare quella ragazza appena può, si dice di non dimenticarselo e mentre si ripete tutto ciò gli torna in mente quella maledetta frase, l’ultima frase che suo figlio gli ha detto:
“Papà, ricordati di…” Di cosa? Eppure non erano molte ore fa. Come faccio a non ricordare?
“Papà ricordati di…”

La notte trascorre insonne. C’è una specie di veglia. Sono tutti a casa di Paolo: lui, la sua ex moglie, i genitori di entrambi, zii, cugini, amici. Qualcuno resta fino a tardi. La madre di Paolo ha un malore e viene portata via con l’ambulanza – il tutto avviene con una calma serafica: la donna sviene, vien fatto spazio, viene chiamata l’autoambulanza e via in ospedale, ma senza nessun attimo di panico, perché ora quello che è successo a Valerio s’è preso tutto, anche l’apprensione e la paura: ora tutto è così stupido, privo di senso, e un’anziana che si sente male è qualcosa che non desta particolare paura, perché è normale, è anziana, rientra nella normalità delle cose, Valerio invece…
Verso le sei del mattino non c’è più quasi nessuno in casa. Sia Paolo che la sua ex moglie sono svegli da più di ventiquattro ore.
Entrambi – prima uno sul proprio letto, poi l’altra sul letto del figlio – crolleranno in un sonno senza sogni, per qualche ora lontano dal dolore e dalla consapevolezza.

Al risveglio segue un giorno di merda, come solo può essere il giorno che segue quello della morte di tuo figlio.
Paolo, mentre si aggira per casa, di nuovo piena di persone, pensa che vuole andarsene il più presto possibile da quel luogo: ogni cosa gli ricorda Valerio e pensa che non ce la farà a starci una volta che tutta quella gente se ne sarà andata. Poi, tra quella piccola folla, vede suo padre e gli chiede di andargli a prendere una scatola di Tavor – la mezza confezione che aveva è stata divisa a metà con la sua ex moglie ed è finita in poco tempo. Suo padre accetta senza fare storie.

La ricetta in teoria è scaduta, ma il farmacista conosce Paolo e la sua famiglia, sa cosa è successo, non fa storie nemmeno lui e da l’ansiolitico al padre di Paolo.

Si fa sera e poi notte.
Paolo si sveglia all’improvviso e, come accaduto nella sala d’attesa del pronto soccorso appena ripreso dallo svenimento, passa qualche istante da ignorante, qualche istante in cui ci mette un po’ a ricordare ciò che è accaduto. E’ smarrito. Non è a casa sua. Sente un odore famigliare però.
Poi capisce: è a casa della sua ex moglie, a letto con lei, e quell’odore che sente è il suo. Inconfondibile. Preso possesso di questa cosa, alla domanda che ci faccio qui? la risposta giunge tramite la rapida ricostruzione di tutta la catena di eventi che hanno preceduto quel momento. Una catena di eventi che ha al vertice la morte di suo figlio.
Mentre la sua ex moglie dorme poco più in là un poco profondo sonno chimico, lui viene scosso dal ritorno alla mente di ciò che è successo. Sei qui perché Valerio è morto, schiattato, andato, finito, perduto per sempre, grida qualcosa dentro di sé. Nel silenzio assordante della notte, Paolo viene colpito dalla potenza della consapevolezza che non vedrà mai più suo figlio. Non ci aveva ancora pensato. Forse perché tra una cosa e l’altra, nelle ore passate, ha avuto la testa più o meno occupata, ora invece… Così ecco arrivare un’ansia fortissima, una tachicardia che gli fa sembrare che un infarto sia in procinto di colpirlo. Suda a freddo. Non respira. Il cuore gli martella sulla gabbia toracica e il tutto rimbomba nelle sue orecchie. Un Tavor, ho bisogno di un Tavor, si dice. Accende l’abat jour, la sua ex moglie si muove nel sonno, va verso una sedia su cui ha poggiato i pantaloni, prende un Tavor, anzi uno e mezzo, e si rimette a letto.
Come si spegne la testa? C’è un interruttore? Si può smettere di pensare, fosse anche solo per un attimo?
Una sessantina di minuti dopo – forse sono le tre, forse sono le quattro, forse le cinque, Paolo non lo sa – sente che sta per addormentarsi. Prima di arrivare a questo momento Paolo ha pensato a diverse cose: ha pensato che alla fine è grato alla sua ex di avergli chiesto di andare dormire da lei, a casa sua – perché “solo tu puoi starmi accanto ora, e solo io posso stare accanto a te”, cogliendo quasi al volo il desiderio di Paolo di non stare da solo nell’altra casa; ha pensato, terrorizzato, che forse non sopravviverà a tutto ciò; ha pensato a quanto tutto ora sembri una cazzata, piccolo, ridimensionato; ha pensato a come sia cambiato il suo punto di vista rispetto ai problemi; ha pensato a come potrebbe uccidersi se decidesse mai di farlo; ha pensato a come adesso sembrano sciocchi e distanti i motivi per cui si sono lasciati con sua moglie due anni fa; ha pensato che non è strano che lei stavolta non l’abbia incolpato di essere il responsabile di ciò che è successo a Valerio visto che quella uscita in macchina era autorizzata più da lei che da lui; ha pensato altre cose che hanno a che fare con l’irrazionale e che è difficile descrivere qui, ma in ogni caso va detto che quello a cui Paolo ha pensato di più riguarda l’ultima frase di Valerio, quella raccomandazione:
“Papà ricordati di…”
Di che? Di che cazzo dovevo ricordarmi?

Ed ecco il giorno del funerale. Ancora strette di mano, baci sulle guance, condoglianze, svenimenti, urla, qualche cazzata detta dal prete, qualcosa di straziante detta dagli amici di Valerio. Un odore di incenso che non se ne andrà dai vestiti e dalla pelle per molto invade il tutto. Paolo e la sua ex moglie, restano per tutto il tempo della funzione spalla a spalla. Sembrano esser tornati ad essere una coppia vera – chi è al funerale più per una morbosa curiosità che per altro, lo nota -, chissà se è così, è difficile ora dire come andranno le cose. Un grosso manifesto all’ingresso della chiesa dice: “Valerio, resterai sempre nei nostri cuori”. Bella cazzata pensa Paolo, dopo tutto quello che è successo chi ce l’ha più un cuore? Lui no di sicuro, pensa.

Sono passati sei giorni dal funerale e Paolo è ancora a casa della sua ex moglie. Lui, dopo il funerale le ha chiesto se poteva rimanere un po’, perché aveva paura di tornare a vivere da solo lì, paura della quantità di ricordi che contiene quella casa e la sua ex moglie ha accettato di ospitarlo – una sera hanno anche fatto l’amore, o meglio, si sono ritrovati a farlo, senza capirci nulla, ed è stato qualcosa di rapido e per niente romantico, solo fisiologico. Un modo per scaricare la tensione, forse.
Poi la sera del sesto giorno, la madre di Valerio esprime il desiderio di dormire nella camera del figlio, allora Paolo le dice che se ci sarà anche lei a casa con lui, non avrà paura a tornarci. Così insieme prendono e vanno a casa di lui, ma che un tempo era di entrambi – Valerio viveva con suo padre non per scelte di giudici o cose simili, ma semplicemente perché quando sua madre se n’era andata lui era quasi maggiorenne e fu lasciata a lui la scelta circa il rimanere col padre o andare con la madre, e lui, che non aveva voglia di trasferirsi altrove, decise di rimanere lì.
Mentre Paolo apre la porta, prova la sensazione che si ha quando si torna dalle vacanze, quando si manca un po’ da casa e la si trova in qualche modo non vuota, ma svuotata, svuotata di presenza, di vita. Ed è logico visto che sono sei giorni che non torna lì – per prendere un po’ di vestiti di ricambio c’aveva mandato suo fratello.
Paolo non ha bisogno di fare strada alla sua ex moglie, lei lì ci ha vissuto per quasi diciotto anni e Paolo si chiede che effetto possa farle ora che sono solo loro due lì dentro senza alcun parente o amico a fare in qualche modo da “cuscinetto”.
Lei va diretta nella camera di Valerio, lui no, tergiversa facendo altre cose.
Mentre Paolo è in cucina, lottando per non cadere a terra straziato dai ricordi che hanno iniziato a tempestarlo non appena ha varcato la soglia di casa, mentre sta facendo scorrere l’acqua dal rubinetto come si fa quando si è stati via per un po’, sente sua moglie piangere forte, come non l’ha mai sentita piangere in questi giorni. Vorrebbe andare di là a consolarla, ma sa che non ce la farebbe, non ora e non lì, proprio nella camera di Valerio che al momento per Paolo è zona off limits.
Inizia a piangere anche lui, si chiede quante lacrime abbia ancora visto che nei giorni precedenti deve averne versate ad ettolitri. Si sciacqua con l’acqua fredda del rubinetto, che anch’essa sta cadendo copiosa, mentre ancora piange. Si tira su e si asciuga con lo scottex. Mentre lo fa, con gli occhi chiusi premuti sul fazzoletto di carta, ecco di nuovo il viso di suo figlio sporto dal finestrino dell’auto che gli dice:
“Papà ricordati di…”
Di cosa Vale’? Di cosa mi dovevo ricordare porcaputtana? Di cheeee? Vaffanculo Valerio! Vaffanculo! Ecco te l’ho detto.
Paolo va in soggiorno e si mette sul divano. E’ stanco e non sa perché visto che ha preso le ferie dal lavoro e sono quasi dieci giorni che non lavora.
Accende la tv, più per fare qualcosa, che per altro. Ed è in quel momento che sente quell’odore. Un odore che è quasi una puzza.
“Papà ricordati di…”
No, si dice Paolo, no porcaputtanatroia.
Gira lo sguardo sopra un mobile del soggiorno e lo vede.
No, cazzo no, si ripete.
Si alza e va a controllare da vicino. La sua ex moglie di là singhiozza e si chiede “Perché?”.
“Papà ricordati di…”
Paolo ora è in piedi davanti alla vaschetta che contiene un pesce cui Valerio teneva tanto perché glielo regalò la sua ragazza in una delle loro prime uscite vincendolo al Luna Park.
Il pesce è a pancia all’aria, teso, morto. Puzza. L’acqua è gialla.
“Papà ricordati di dare da mangiare al pesce”.
Paolo stringe forte il telecomando e piange. Di nuovo.

FINE

Licenza Creative Commons
Papà ricordati di… by Jacopo Marocco is licensed under a Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Unported License.
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