Il Vento in una Stanza (prima parte)

1.
Ho tappato ogni minimo buco, ogni fessura di questa dannata stanza e, mentre dico ciò, dovrei essere alla numero centosessantadue. Più o meno.
Centosessantatré.
Centosessantacinque.
Centosessantasei.
Credo di aver fatto un ottimo lavoro. Minuzioso.
Centosessantasette.
Centosessantotto.
Certo, per fare una cosa proprio precisa ci sarebbe voluto del silicone, ma io precisa non lo sono mai stata e così mi sono arrangiata con un po’ di nastro isolante.
Centosessantanove.
In questo preciso istante, sdraiata sul letto con le gambe all’aria come se aspettassi di essere penetrata, credo di essere a quota centosettanta.
E in questa stanza, che ormai è tutto il mio mondo, adesso, l’aria non è più aria. La miscela di gas che compone normalmente la compone, ora, è tutta molecolarmente sballata. Modificata. Attaccata da un gas. Un gas che produco io, che produce il mio corpo e sì, anche il vostro, ovvio, ma di sicuro in quantità minore rispetto al mio. Molto minore.
Centosettantuno.
La risposta al perché sono qui, segregata nella mia camera da letto, è un mix gassoso che mi esce dal culo così tante volte al giorno da perdere il conto.
Centosettantadue.
Secondo i dottori ho una disfunzione molto grave ed anomala dell’apparato digerente: ingoio troppa aria. Aria che va nello stomaco in quantità eccessiva.
Io non me ne accorgo, ma quando mangio, o semplicemente parlo, ingoio un’assurda quantità di aria.
Centosettantatré.
Centosettantaquattro.
Praticamente so tutto di questi processi, potrei prenderci una laurea.
Centosettantacinque.
Immaginate il cibo che ogni giorno ingurgitate. Pensate alla pasta, al pane, alla carne, ai pomodori, alle banane, alle mele, all’acqua. Sì, anche l’acqua. Immaginate come sarebbe la vostra vita se qualsiasi cosa che mangiaste, anche la più minuscola, vi provocasse un terribile meteorismo. Immaginate a come stareste se, anche un semplice cracker, vi creasse un gonfiore addominale tale da farvi sembrare in dolce attesa di due o tre mesi.
Centosettantasei.
La vostra vita non sarebbe più vita.
Centosettantasette.
La mia vita non è più vita.
Centosettantotto.
Potrebbe far ridere tutto ciò, ma non a me.
Centosettantanove.
Immaginate a come vi sentireste se la mattina appena alzati, invece di sbadigliare, faceste un peto talmente forte da sollevare le coperte del letto.
Immaginate di far colazione con due biscotti, solo due innocenti biscotti secchi – senza latte, ovvio. Pensate ai dolori addominali che quei due biscotti vi faranno venire. Pensate ai conseguenti tredici peti che vi faranno fare. Sì, tredici. Sei peti e mezzo a biscotto – ormai so perfettamente quanti ne faccio in base alla quantità e tipo di cibo che mangio.
Centottanta
E tutto ciò ultimamente sembra essere peggiorato.
Centottantuno.
In questo preciso istante, sdraiata sul letto con le gambe all’aria, come se fossi dal ginecologo, credo di essere a quota centottantadue.
Certe volte, quando mi libero, per quanta aria ho dentro, il mio ano rimane aperto per uno o due minuti, quasi di seguito.
Centottantatré.
Potrebbe far ridere tutto ciò ma, ripeto, non a me.
Centottantaquattro.
Non vi sto a dire di mio padre, che insieme ad un suo amico ingegnere, ha costruito una macchina su misura per me. Un affare con un tubo che io dovrei mettermi su per il sedere. Un coso che sfrutterebbe i miei gas trasformandoli in energia per la casa.
Mio padre dice che per minimizzare i fastidi potrei tenerlo attaccato durante la notte, il tubo. Mentre dormo. Dice che sarebbe una svolta per le bollette del gas e dell’elettricità.
Centottantacinque.
Centottantasei.
Centottantasette.
Non vi sto a dire dei miei compagni di scuola, dei soprannomi che mi hanno dato: Regina scorreggina, Venticella, Eola, ecc. ecc.. Sono talmente tanti i nomi che mi hanno dato, che nemmeno li ricordo tutti.
Centottantotto.
Non vi voglio nemmeno annoiare parlandovi di Hans, un ragazzo tedesco che un mese fa ha fatto uno scambio culturale di una settimana nella mia scuola.
Hans che non sapeva niente di me e del mio problema, che non sapeva dei miei soprannomi.
Hans che la sera della festa di fine scambio a scuola – festa a cui io mi sono decisa di andare solo dopo aver ingoiato tre scatole di prodotti antimeteorici e solo perché c’era lui – mi ha preso per mano e mi ha invitato a ballare.
Hans, il ragazzo dei miei sogni, che sulle note di Boys don’t cry dei The Cure mi ha baciata.
Hans che mentre mi baciava e stringeva a sé, mi ha sentito scivolargli dalle braccia mentre svenivo a terra.
Di quella sera, poi, ricordo solo la lavanda gastrica che mi fecero per spurgarmi dall’overdose di farmaci no-gas e del fatto che, quando riprendevo un po’ conoscenza, chiedevo di Hans. Hans che non c’era perché non lo avevano fatto salire sull’autoambulanza.
Il giorno dopo è dovuto tornare in Germania senza rivedermi, né sapere più nulla di me.
Povero Hans.
Io invece sono rimasta in questo schifo di città, barricata in questa schifo di stanza, senza rivederlo, né sapere più nulla di lui.
Povera me.
Centottantanove.
Ora basta. Sono stufa, ho perso anche troppo tempo in chiacchiere.
Qua dentro non si respira più. Ottimo. Sta tutto procedendo secondo i piani.
Centonovanta.
Ora, attendo.
Nell’oscurità della mia stanza, attendo.
Con la testa che mi gira per la mancanza di ossigeno, attendo.
Centonovantuno.
Dovete sapere che una flatulenza è composta principalmente da gas come azoto, ossigeno, metano, biossido di carbonio e idrogeno. Il metano e l’idrogeno sono infiammabili, perciò alcune flatulenze, se innescate, possono prendere fuoco. Non è uno scherzo, provare per credere.
Si dice che l’uomo rilasci mediamente dai 0,5 a 1,5 litri di gas al giorno che fanno 11-25 flatulenze circa. Io ho fatto degli esami specifici e sembra che rilasci mediamente sui dieci litri di gas giornalieri, suddivisi in un’ottantina di “ventate”, circa. Tutto ciò, se faccio una dieta equilibrata e parlo poco. Oggi, però, ho mangiato di tutto e di più, soprattutto cioccolata e fagioli, che per me sono micidiali. Inoltre ho cercato di ingoiare più aria possibile. Ho cantato le mie canzoni preferite a squarciagola, anche se non ero dell’umore, e mi sono persa in chiacchiere un po’ con voi, così, solo per farmi una bella scorpacciata d’aria.
Poco fa sembrava che avessi un melone intero sotto la maglietta.
Centonovantadue.
La mia stanza è satura di metano ed idrogeno.
Centonovantatré.
Centonovantaquattro.
Centonovantacinque.

***


Trecentotré.
Nonostante i miei sensi siano letteralmente annebbiati, sento qualcuno che suona alla porta.
Trecentoquattro.
Sento mia madre di sotto parlottare con qualcuno.
Trecentocinque.
Qualcuno sta salendo le scale.
Trecentosei.
Ci siamo.
Qualcuno è dietro la porta della mia camera.
Trecentosette.
Bussa, ma io non rispondo.
La porta si apre.
Nel buio, sento il rumore di una mano che tasta il muro, in cerca dell’interruttore. Lo trova.
Un istante di luce, un solo istante in cui scopro chi è l’indiretto complice del mio suicidio, colui che, suo malgrado, verrà all’inferno con me.
E’ un istante indescrivibile. Poi è solo fuoco e niente più.

Clicca QUI per leggere la seconda ed ultima parte del racconto.

Licenza Creative Commons
Il Vento in una Stanza by Jacopo Marocco is licensed under a Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Unported License.Permissions beyond the scope of this license may be available at jacopo_marocco@libero.it.

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