Il Vento in una Stanza (seconda ed ultima parte)

2.
I medici dicono che tra venti giorni mi toglieranno le bende.
Non so il numero di operazioni che ci vorranno per far tornare al mio viso sembianze umane.
Sul comodino, vicino al letto, c’è un mazzo di fiori. Un penoso mazzo di fiori portato dai miei compagni di classe. Ipocriti. Per fortuna quando sono venuti dormivo e l’infermiera non mi ha svegliata. Se ne sono andati via subito. Ah, benedetti sedativi.

Casa non è crollata completamente, ma i vigili del fuoco hanno dichiarato la struttura inagibile. Nessuno ha saputo dare una spiegazione a quello che è successo. Hanno mandato una squadra della scientifica della polizia e una dei carabinieri, poi artificieri ed anche esperti dell’esercito. Nessuno è riuscito a capire cosa possa aver generato tale esplosione.
Un esperto del mistero, alla tv, ha detto che sicuramente si è trattato di poltergeist. Che coglione.
Qualcun altro, sempre alla televisione, ha parlato di combustione spontanea. Combustione spontanea un cazzo, ho detto tra me e me quando l’ho sentito.
Non c’è nessuno della mia famiglia qui. Meglio così.
So che al momento sono costretti a dormire in albergo, perché fino a quando non si stabilirà l’esatta causa dell’esplosione, l’assicurazione non sgancerà un soldo. E poi le cose sono ancora più complicate per via del fatto che c’è di mezzo un morto.
Hans, povero Hans. Da quando era tornato dall’Italia non aveva fatto che pensarmi, così almeno ha detto un suo amico ad un corrispondente del TG a Monaco. Se n’era dovuto andare in fretta e in furia il mattino dopo la festa, altrimenti la sua comitiva l’avrebbe lasciato solo. Se n’era dovuto andare senza potermi salutare, senza sapere come stavo. Così, Hans, appena aveva potuto si era organizzato ed era partito di nuovo per l’Italia. Era tornato alla mia scuola e si era fatto dare l’indirizzo di casa mia…

Da quando mi sono svegliata dal coma farmacologico la gente che passa a trovarmi – per lo più giornalisti o altri pazienti dell’ospedale – non fa che dirmi che è un miracolo che sono viva.
Un miracolo.
Anche i medici dicono che sia un miracolo. Che “sì, è stata una sfortuna per quel povero ragazzo tedesco”, ma che l’importante è che io sono viva e che posso continuare a vivere.
Andate a farvi fottere, tutti.
Una vecchia suora infermiera, seduta di fianco al mio letto, non fa che blaterare qualche cosa sul Vangelo, sulla vita e su Cristo morto in croce. Sempre Lui ci mettono in mezzo.
La sua voce della mi dà quasi fastidio, così interrompo il sermone che sta facendo e le dico:
“Sorella, sono molto triste” .
“Lo so figlia mia, è per questo che bisogna pregare il…”
Non le faccio finire la frase e l’interrompo di nuovo:
“Sì, va bene, ma c’è una cosa però che mi tirerebbe su di sicuro…” dico sbattendo le mie palpebre – senza ciglia – per darmi un’aria innocente.
“Sì, dimmi figliola, cosa desideri?” dice la suora.
Mi sporgo dal letto e le sussurro il mio “desiderio” nell’orecchio.
Lei mi dice che vedrà quello che potrà fare ed esce dalla stanza.
Non c’è cosa peggiore che sopravvivere al proprio suicidio e nello stesso istante uccidere l’unica persona al mondo che non avresti voluto far morire. A ripensarci, sento l’anima franarmi dentro. Il senso di colpa è come se mi stesse stuprando con un pezzo di legno scheggiato.

Saranno passati una ventina di minuti, e la suora torna portando con se entrambe le cose che le ho chiesto.
“Che Dio l’abbia in gloria, sorella” le dico.
“Posso fare altro per te, figliola?” mi chiede.
“Beh, sorella, vorrei restare un po’ con me stessa…” ci penso su un istante e poi aggiungo di corsa: “e col Signore, ovvio.”
“Ma certo, figlia mia…”
Mi lascia il rosario sopra il letto e se ne va.
“Chiuda la porta, grazie.” le dico dietro.
In meno di un minuto ingoio tutti i fagioli.
Nonostante i conati, riesco a mangiare anche tutta la cioccolata.
Che Dio benedica quella maledetta suora.
Prendo l’interruttore della luce tra le mani.
Mi metto con le gambe all’aria nonostante il dolore – paradossalmente sono più ustionata in altre parti del corpo che nel fondoschiena, ma in ogni caso ogni piccola mossa mi costa dolore -, e attendo.
Con la posizione di una che sta per partorire, attendo.
Attendo che i miei sballati processi digestivi facciano il loro lavoro.
Studio bene la stanza. E’ molto piccola e non serve tappare buchi e fessure. Ad ogni modo spero che per le prossime due o tre ore nessuno apra quella porta.
E mentre sento lo stomaco prepararsi ad una guerra, penso che sì, forse stavolta ce la faccio.

FINE

 Licenza Creative Commons
Il Vento in una Stanza by Jacopo Marocco is licensed under a Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Unported License.
Permissions beyond the scope of this license may be available at jacopo_marocco@libero.it.

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