Che fotografandola nessuno mi avrebbe creduto

La-corde-sensible_Magritte_(Racconto_Jacopo_Marocco)

E non ci resta che scoppiare a ridere a dirotto. E quando ci incontriamo fare finta di non vedersi e poi spararsi alle spalle
ma con l’amore necessario a fare passare la pallottola da una parte all’altra senza sfiorare nessun organo vitale.
V.B.


Stanotte ho sognato tuo padre. Tuo padre e il tuo cane. Eravamo nella parte alta della città. Io venivo dai giardinetti pubblici, quelli con gli ippocastani e con la fontanella coi pesci dove una volta, da bambino, ci caddi dentro.
Io venivo da lì, mentre tuo padre e il tuo cane venivano dalla parte opposta. Tuo padre m’ha salutato, mentre il tuo cane prima m’ha ringhiato, poi è tornato a fare i cazzi suoi annusando le pisciate a base di feromoni degli altri cani. Indifferente.
Tuo padre mi ha chiesto come stavo. Bene, ho detto, e tu? Bene, mi ha risposto.
Siamo rimasti un po’ in silenzio. Il tuo fantasma girava sopra le nostre teste. Lo si sentiva chiaramente. Chiaramente.
Poi io mi sono girato verso quel monte che sovrasta la città, quello che ha una croce quasi sulla cima, che di notte si illumina e la vedi da lontano. Anche da molto lontano. E vedendola ti ricordi sempre da dove vieni. Quel monte che odiavo, ma che poi tu mi hai insegnato ad apprezzare.
Mi sono girato verso questo  monte e, in quello stesso istante, tra me, tuo padre e la montagna è passata una nuvola, a quota molto bassa, ed era forma di cuore. Giuro, era a forma di cuore. E volevo fargli una foto, ma non l’ho fatta, perché mi vergognavo davanti a tuo padre. Poi ho pensato anche che fotografandola nessuno mi avrebbe creduto perché era talmente finta, che potevo benissimo averla photoshoppata – anche se poi Photoshop non lo so usare – o presa su google. E comunque mi sapeva troppo banale, smielata. Ridicola. Così non ho fatto nulla. Mi sono girato verso tuo padre, giusto per capire se anche lui l’avesse vista. Ma dall’espressione che aveva non sembrava proprio. Mi ha solo chiesto di nuovo: come stai? Di merda, ho detto. E tu? Pure io, m’ha detto.
D’improvviso mi sono sentito tirare un braccio e mi sono accorto che tenevo il guinzaglio del tuo cane, ed era lui che tirava. Si stava allontanando, perché il guinzaglio era uno di quelli a frizione. E la corda sembrava non finire mai, tanto che era arrivato davvero lontano. Era arrivato quasi alla strada. E allora mi sono messo a tirare il guinzaglio. Ma più tiravo e cercavo di fare qualcosa, più s’allontanava. Non c’era nulla da fare.  Ho provato a muovermi, a corrergli dietro, ma ero bloccato. I piedi incollati a terra. Tuo padre mi guardava, ma non faceva nulla. Così mi sono messo a chiamarlo, a chiamare il tuo cane, a gridargli di tornare indietro. Ma niente. Non mi sentiva. Ormai era troppo lontano.
Un po’ come te.

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