Due stanze dopo

1.
Agli investigatori dirò che quello che avevo trovato lì, non lo avevo mai trovato da nessun’altra parte. E non si può dire che non avessi cercato: ero stato con donne, con uomini. Con donne e uomini contemporaneamente. Disperato, era andato perfino con animali, ma niente. Avevo pensato anche ai bambini, ma fortunatamente la cosa mi ripugnava.
Le avevo provate tutte: mi ero fatto continua a leggere…

La Fatina dei Denti

1.
Tom guardava la TV, guardava Willie il coyote che inseguiva Road Runner, l’uccello azzurro che faceva quello strano verso, bip bip, e che tutti pensavano fosse uno struzzo e che invece no, non era uno struzzo, ma, gli aveva spiegato una volta suo padre, un uccello dei deserti americani, chiamato volgarmente Roadrunner, corridore della strada.
Sua madre gli andò vicino, gli mise davanti una fetta di pane con sopra spalmato del burro d’arachidi e disse:
“Ecco la merenda, io vado, ci vediamo dopo.”
Tom annuì e, senza distogliere gli occhi dal televisore, prese la fetta di pane in mano. Distrattamente continua a leggere…

MARITOzzo

Roma. 25/12/2008. Ore 18:00

Alla tv danno Edward Mani di Forbice. Un classico a Natale. Lo danno sempre.
La mia tristezza cresce.
La malinconia dilaga.
Cambio canale: c’è un presentatore, è schizzato. Dai primi piani si vede bene che ha le pupille dilatatissime. Ha gli occhi di un gatto di fronte ai fari di un auto. Il presentatore cocainomane si raccomanda col pubblico: “Siate più buoni, è Natale”.
Giro canale: cambia presentatore, ma è chiaro che ha lo stesso vizio del collega. Anche lo slogan è uguale: “Siate più buoni, è Natale”.
Natale, Natale, Natale… continua a leggere…

Il teletrasporto ci renderebbe obesi

Il teletrasporto ci renderebbe obesi_jacopo_marocco

A Ciri, ancora.

Lo spirito di sopravvivenza squilibrato. Sballato. Un nemico.
Le lauree specialistiche ne “Il sabato del Villaggio”. La donzelletta vien dalla campagna. Io pure.
Dolci pause nella visioni in streaming di Lolita. Lo-li-ita.
I cocainomani che pensano di non essere tossicodipendenti.
Cercare lavoro è un lavoro. Non retribuito. Come gli altri.
Dr.ssa Jekyll e Mrs. Hyde, non assefuarti, ti prego, all’aggettivo “bella”.
Un ippopotamo nella zona industriale di questa cazzo di città.
Il fastidio delle pubblicità prima dei video su youtube. Skip intro una sega.
La cura certosina nel rifare il letto. I tuoi capelli color autunno.
L’ansia fottuta del continua a leggere…

Amore d’Acciaio

Non riesco a sentire cosa dice. Siamo troppo distanti. Mi sta urlando qualcosa, ma non riesco a capire. Si mette le mani a coppa intorno alla bocca e prova di nuovo. Niente. Nisba. Nada de nada.

In acciaieria sembra di essere in discoteca: per capirsi bisogna urlarsi nelle orecchie.

Una lava fluida fuoriesce copiosa dalla crepa che si è aperta poco fa dall’altoforno. Scorre tra di noi. È anche bella da guardare: i suoi colori che variano dal giallo, all’arancione, al rosso sono tra i miei preferiti. Peccato non si possa toccare, peccato che raggiunga quasi i millequattrocento gradi.
Peccato che questo fiume caldo sia troppo largo da saltare.
Peccato la troppa paura da superare.
Peccato che dietro a noi non ci sia nessuna via d’uscita.

Siamo dei topi in trappola, operai in fabbrica.

Ora gesticola. Con l’indice s’indica la bocca.
“BOCCA?” Urlo io.
Scuote forte la testa. No, non è “bocca” ciò che vuole di dirmi. Riesce a capirmi? Come fa?
Si passa l’indice intorno alle labbra. Ah ok, ci sono. Vuole che continua a leggere…

Mentre Dormi

a Ciri

Fa freddo, molto freddo.
Ho paura, molta paura.
E sono stanco, molto stanco.
L’unica cosa che mi da forza è il desiderio di proteggerti. Così, dormi amore mio, dormi tranquilla, che ci sono io qui a vegliare su di te.

Da quassù si vede un bel panorama di giorno: si riesce a vedere tutta la valle per intero. Peccato che ora è notte e non c’è nemmeno un accenno di luna. E così si vede poco e niente. Più niente, che poco. I paesi a valle, ormai disabitati, sono difficilmente distinguibili senza neanche un lumicino acceso.
I miei occhi, invitati anche da tanta oscurità, provano a chiudersi con cadenza regolare. Ma devo restare sveglio e rimanere qui, all’ingresso di  continua a leggere…

Six Six Six

1.

Da quando mi sono svegliato l’infermiera non mi ha rivolto parola. Solo monosillabi e sguardi fugaci. È in evidente disagio qua dentro, con me. È uscita una sola volta, quando ho aperto gli occhi – che, a quanto dicono, erano quattro giorni che non aprivo. L’infermiera ha aperto la porta, dietro c’era uno sbirro, gli ha bisbigliato qualcosa, lo sbirro ha annuito, e se n’è andata lasciandomi sotto lo sguardo dell’uomo in divisa e poi è rientrata con un dottore. Uno sguardo generale, qualche domanda di routine tipo “come stai?, “Ti fa male qui?” e bla bla bla, ma anche lui nessun sorriso e un atteggiamento che sfiorava l’ostilità. Questo era qualche oretta fa, quando ancora non avevo capito perché mi trovavo qua. Poi continua a leggere…