Villa Rometti (prima parte)

PROLOGO
Se non fosse successo quello che poi successe, sono sicuro che nei tempi a venire avrei ricordato quella serata come la più bella e la più fortunata della mia vita. Ma quello che non doveva succedere, successe. E quella serata, ora, la considero la più sfortunata e la più brutta della mia vita.

1.
D’estate i miei mi mandavano per le vacanze a stare da mia nonna.
La cosa non mi dispiaceva perché alla fine lei non mi dava mai noie, e non mi dava orari o particolari limiti, ero molto libero quando stavo da lei. Le importava solo che mangiassi, tanto e sempre. Alla fine di ogni estate passata da lei, ero ingrassato sempre di quattro o cinque chili. Era ossessionata dal cibo, non potevo rimanere in casa più di un tot di tempo che subito mi chiedeva se volessi chessò, un panino, un piatto di pasta, carciofi fritti, alici marinate… e magari erano solo le quattro di pomeriggio. Credo comunque che fosse una cosa comune questa dell’ossessione del mangiare, in chi, come lei, da piccolo, per colpa della guerra, aveva patito la fame.
Mia nonna abitava in un paese di campagna di circa settecento anime. Anime che, estate dopo estate, vedevo crescere sempre più, soprattutto grazie a piani regolatori comunali che rendevano edificabile quasi ogni appezzamento di terra, permettendo così alla speculazione edilizia di trasformare caratteristici paesini della campagna umbra in grandi macchie di cemento antiestetiche. Eco-mostri. C’è stato un tempo in cui l’uomo è impazzito per i villini a schiera bifamiliari. Beh, io ho visto il paese di mia nonna esser circondato gradualmente da questa nuova forma di edilizia pseudo-borghese, fino ad esserne quasi inghiottito. Il tutto senza alcuna cura del rispetto tra antico e moderno. Non ci voleva un esteta per accorgersi del forte contrasto visivo che si avvertiva guardando queste miriadi di ville di cartongesso, tutte uguali a se stesse e dipinte con colori sgargianti, accanto a un borgo medievale o a case fatte di pietre. Un pugno in un occhio. Non so come sia ora lì, ma credo che del caratteristico paese di un tempo sia rimasto ben poco.
Dicevo: la speculazione edilizia portava sempre più gente a far parte della comunità del paese. Le nuove famiglie delle nuove villette a schiera difficilmente si integravano, ma i loro figli sì invece. I ragazzi si conoscevano, vuoi per la scuola, vuoi per il catechismo o per altre ragioni, i ragazzi facevano amicizia tra di loro. E c’era un bar nel paese di mia nonna, un bar che frequentavo, e fu lì, ricordo, che quasi per caso – perché così succede credo, per caso – che si formò il nostro gruppo di amici. Un gruppo di amici che, una volta formato, anche dopo quell’estate continuò ad esistere e che vidi crescere ad ogni estate successiva che tornavo.
La sera in cui si formò il gruppo, ricordo che ero andato al bar con Matteo, con l’intenzione di prendere un gelato e, quando i vecchi se ne fossero andati a casa, anche una birra. Il paese era piccolo, si conoscevano tutti, e non volevo che dicessero a mia nonna che andavo al bar a bere birra. Sapevo che non stava bene, soprattutto in un paesino come quello. In città, da dove venivo, nessuno ci faceva caso, ma lì, lì era un altro conto.
Uscivo con Matteo, che era mio cugino, il figlio di un fratello di mamma, nonché uno dei pochi ragazzi che abitavano lì da sempre. Matteo era mio coetaneo, e di altri ragazzi della nostra età – o che comunque ci si avvicinassero – ce n’erano solo altri due in paese: Sara e Luca. Il resto dei ragazzi, o erano troppo piccoli, bambini insomma, o troppo più grandi, gente con la macchina. E poi sia Sara che Luca non è che uscissero molto. Così stavo quasi sempre con mio cugino.
Quando quella sera arrivammo al bar, notammo subito che sedute su alcune delle sedie di plastica lì davanti, poco più in là dei tavoli dove giocavano a carte gli anziani, c’erano tre ragazze, ognuna che si stava gustando un gelato. Io e Matteo, dapprima le guardammo con sospetto – da buoni provinciali, atteggiamento che assumevo anche io già dal primo giorno di vacanza da nonna –, poi con curiosità e, forse, anche con un po’ d’eccitazione.
Non ricordo come andò di preciso, ma credo che mentre mangiavamo il gelato anche noi, distanti da loro, diffidenti, arrivò Sara, che conosceva una della ragazze – facevano la stessa classe, credo – e così, in poco tempo, ci ritrovammo a stare tutti insieme. Poi arrivò Luca, e poco dopo si aggiunse a noi anche un altro ragazzo, che era il vicino di casa di una delle tre ragazze. Sia lui, che loro venivano dalle nuove case a schiera ed era la prima volta che mettevano il naso fuori di casa lì in paese.
Prendemmo a vederci tutte le sere, poi anche di pomeriggio. Dopo circa due settimane si aggiunsero al gruppo altri due ragazzi e una ragazza, sempre delle case nuove. Non eravamo tutti coetanei. C’era anche chi aveva due anni di meno, o di più, ma sembrava non contare. E ci stavo bene lì con loro – o per almeno i primi tempi fu così, ne sono sicuro. Certo, quando io mi presentavo di nuovo ad ogni inizio estate, soffrivo un po’ il fatto di non aver vissuto tutte le dinamiche del gruppo avvenute durante l’inverno e, sebbene Matteo mi tenesse aggiornato, non era la stessa cosa che esserci stato, averle vissute. Gli amori, i litigi, le scorribande erano certamente un’altra cosa farsele raccontare piuttosto che viverle. E sempre ad ogni inizio estate, ad ogni mio ritorno al paese, spesso trovavo nuovi componenti, gente che magari s’era aggiunta al gruppo durante l’inverno, figli di nuove famiglie delle villette a schiera.
L’estate in cui successe quel che successe, credo che il nostro gruppo fosse arrivato a quota sedici o diciassette persone. Io avevo diciassette anni quell’estate, e da quella sera al bar erano passati quattro anni. Ormai il gruppo viveva di vita propria, e sebbene fossi stato una sorta di “padre fondatore”, avendo assistito alla sua nascita, io sentivo di non essere considerato, di essere inserito così tanto al suo interno – non che lo fossi mai stato molto, ma sicuramente quell’estate, l’estate in cui successe quel che successe, mi sentii di esserlo molto meno. Non mi aiutava il mio carattere – introverso, timido -, né l’aspetto fisico: ero abbastanza grasso al tempo e una forte acne mi tempestava il viso di brufoli gonfi di pus. Ad ogni modo, mi sentivo molto più inserito lì, in quel gruppo, tre mesi l’anno, che il resto dei mesi nella mia città, dove di amicizie praticamente non ne avevo.
Quell’estate trovai nuove personalità nel gruppo, con molto carisma, che reprimevano la mia di personalità, già di per sé remissiva: c’era Mirko – un ragazzo del sud che s’era trasferito lì perché il padre era venuto a lavorare come guardia nel carcere di massima sicurezza che stava vicino al paese – che impennava in continuazione con il suo super motorino super modificato e che, con la sua super acconciatura, piaceva a tutte le ragazze. C’era Manuel, che era il più grande di tutti e che fu quello che fece iniziare a fumare canne a quasi tutti gli altri. C’era Andrea, che faceva palestra e a diciassette anni già faceva gare di body building. E poi c’era lei, Susanna, detta Susy. Ma anche detta “Canna”, perché “se l’erano passata tutti” – così mi spiegò Matteo quando chiesi informazioni su di lei e il perché di quel soprannome. Altri la chiamavano “Ruota Panoramica”, sempre perché “un giro ce l’avevano fatto tutti”, o la “Maestra”, perché ti insegnava come scopare. La prima volta che la vidi, il giorno stesso in cui quell’estate arrivai da mia nonna, rimasi folgorato. Quell’estate capii cosa significasse perdere la testa per qualcuno.

Susanna detta Susy: capelli lisci, giallo scuro, tendenti al rossiccio; lentiggini quanto basta, sparpagliate equamente sugli zigomi e su di un naso a patatina; naso a patatina che distanziava equamente due bellissimi occhi azzurri. A me che fosse una facile non me ne fregava. Che la vedessi sparire spesso per boschi, anche con due ragazzi a sera, a me non importava. Io sognavo solo il giorno in cui si fosse accorta di me, di quanto l’amassi e di quanto nessuno l’apprezzasse quanto me. Sognavo me che la portavo via, in città, e amata come mai nessuno avrebbe fatto. Io che ci avrei fatto l’amore, e non semplicemente scopato.
Ma intanto qualcuno del gruppo se ne doveva essere accorto della mia “cotta” per Susanna detta Susy, “canna”, “maestra” e “ruota panoramica”. Non doveva esser sfuggito agli altri il fatto che quando lei chiedeva una sigaretta, io scavalcavo tutti per dargliene una delle mie – che compravo solamente per quello scopo. E non doveva esser sfuggito neppure il fatto che diventavo tutto rosso in viso se per caso lei mi chiedeva direttamente se avessi una sigaretta – aveva capito che ero un’ottima “vacca da mungere” -, e di come iniziassi a balbettare e ad incartarmi con le mani per tirare fuori il pacchetto delle sigarette. Ma bastava anche far caso a come la fissassi intensamente ogni volta che lei si trovava nelle vicinanze, anche se la sua lingua era tutta dentro la bocca di qualcun altro. Forse era stato semplicemente Matteo ad infamarmi – cui avevo confessato di aver perso la testa per Susy -, fatto sta che iniziai ad accorgermi di qualche battutina strana, allusiva a questo mia cotta per Susy. Spesso era qualcuno che nemmeno conoscevo, che magari si era aggiunto al gruppo solo qualche mese prima, a fare queste battutine, e mi dispiaceva poi veder Susy in imbarazzo, perché questo succedeva: Susy si imbarazzava e anche io, ma di me non mi importava. Ad ogni modo, guardando i lati positivi, questi momenti d’imbarazzo, insieme a quelli in cui mi chiedeva o gli offrivo sigarette, erano gli unici momenti in cui si accorgesse di me.
Poi però, arrivò quella benedetta e insieme maledetta sera. Quella che, se non fosse successo quello che poi successe, sono sicuro avrei ricordato come la sera più bella e più fortunata della mia vita.

Villa Rometti (seconda parte)
Creative Commons License
Villa Rometti by Jacopo Marocco is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 3.0 Unported License.
Permissions beyond the scope of this license may be available at jacopo_marocco@libero.it.

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