Il ragazzo della stanza numero 16 (prima parte)

1.
L’ennesimo dottore che vuole sentire questa storia. La mia storia.
Dottori, dottori, dottori…
Ormai non so più quante volte l’ho raccontata. A quanti medici l’ho narrata. Avrebbero potuto registrarmi così avrei risparmiato tempo e fiato, ma dicono che no, non è lo stesso. Vogliono sentirla da me, dal vivo. Vogliono guardarmi negli occhi e prendere i loro cazzo di appunti mentre gli racconto di come ci sono finito qui, in questo dannato posto.
Come sono ingenuo io. Stupido. A lungo ho sperato che il dottore di turno che voleva parlarmi, lo facesse per tirarmi fuori di qua. Che fosse venuto per salvarmi, perché magari mi credeva, credeva alla mia storia, perché voleva aiutarmi. I primi tempi ci speravo sul serio. Poi, invece, ho capito che continua a leggere…

Pomeriggio Prima degli Esami

1.
L’autobus è praticamente vuoto: c’è un signore, in piedi, che sta parlando col conducente, facendo proprio quello che il cartello sopra la sua testa vieta di fare; ci sono io; c’è una vecchia, che si è messa a sedere proprio nel sedile accanto al mio, e c’è un travestito dai capelli rossi.
Nonostante ci siano molti posti liberi, il travestito se ne sta in piedi, a poca distanza da me e dalla vecchia: indossa una giacchetta di pelle nera con sotto una magliettina bianca dalla cui scollatura fuoriescono due grossi seni a palloncino, una minigonna vertiginosa, calze a rete nere e continua a leggere…

Delfina

1.
Sotto un sole cocente ed alto nel cielo, Delfina arrancava su per la stradina che da Crocemarroggia portava a Perchia, due paesini umbri di poco più di quattro case.
Delfina non era sola. Con lei c’erano una sua compaesana, Fenisia, con la figlia, Rosa, di nemmeno otto anni. Tutte e tre tenevano in testa una brocca d’acqua: erano appena state alla fonte che si trovava proprio alla fine di quella strada che ora percorrevano a ritroso per tornare a casa.
Fenisia si stava lamentando del caldo terribile che in quei giorni di luglio funestava la terra, e non faceva che ripetere quanto desiderasse l’arrivo di un temporale che stemperasse un po’ l’aria, quando sentì il rumore di continua a leggere…

Martini Dry


Massimo Minestrini si svegliò, supino sul letto, nudo, senza nemmeno le mutande. Niente pigiama, e niente coperte addosso. Un Cristo senza sindone.
Ma com’è possibile?, pensò. A parte le coperte ammucchiate ai piedi del letto – succede che di notte si senta caldo e ci si scopra, anche se era difficile visto che era pieno inverno -, la cosa strana era che ricordava di aver indossato il suo pigiama prima di mettersi a dormire, come sempre. Invece, ora, il suo abbigliamento da notte si trovava gettato senza cura su una sedia. Le mutande poi, perché si doveva esser tolto le mutande?
Sentiva freddo e continua a leggere…

Codice VERDE (seconda e ultima parte)

(segue) E’ così orgoglioso di me che nemmeno quando mi sono diplomata con il massimo dei voti l’ho visto così contento. Stessa cosa mia madre.
Il mattino dopo, neanche faccio in tempo ad aprire gli occhi che eccoli lì intorno al mio letto, con lo stesso sorriso da ebete, tutti e due, mamma e papà.
Mia madre mi dice: Alzati, sbrigati!, e mentre lo faccio mio padre mi benda e mi ordina di non fare domande. C’è una sorpresa per te, dice. Io, bendata, mentre vengo guidata da loro, penso: Ci siamo, si sono decisi a farmi questa cazzo di macchina. Ma mi sbaglio, di nuovo. Dopo aver camminato un po’, mi tolgono la benda e mi trovo in giardino e, a tre metri da noi, attaccato ad un palo con una corda, c’è un cavallo. Un enorme continua a leggere…

Codice VERDE (prima parte)

Succede.
Cioè, voglio dire, succedono un sacco di cose per cui, può succedere.

A guardarla mentre raccoglie a malapena il respiro per quanto piange nervosamente, ti verrebbe da dire: Oh, povera ragazza, chissà che le è successo?
A vederla così, distrutta e spaventata ti viene da chiederti: ma cos’è che ha fatto? Cosa le è successo? E inevitabilmente aggiungere: povera ragazza.
Piange, si dispera, un po’ per il dolore, un po’ per la vergogna. Ma è la paura, la paura che la farà parlare tra un singhiozzo ed un altro.
Le ho appena detto che continua a leggere…

Il Problema di Mio Nonno

1.

“Prima della malattia, non mi era mai passato per la testa di andare a puttane”, così mi ha detto mio nonno.
Poi è arrivata quella maledetta cancrena alla gamba sinistra.
“Bisogna amputarla” disse il medico senza tanti giri di parole. E amputarono.
“La prima volta che ho visto quel moncone che arrivava poco più giù dell’inguine, ho vomitato. Tutto addosso al dottore!”, così mi ha detto mio nonno.
Così, da un giorno all’altro, si è ritrovato con continua a leggere…

Spaccio internazionale di bidet

Appena posso ti farò un bonifico perché, cristo, dovrà pur essere ricompensato questo tuo intenso cazzo di lavoro nei miei sogni. Ed è da un po’ che mi domando perché gli arzilli si chiamano arzilli, se arzilli non sono.
La crudeltà dei sogni.
Che saremo pure insicuri, ma abbiamo altri pregi. In vino veritas. In vino vomitas. Pensieri sparsi per un quarto di secolo.
La terza guerra mondiale si farà per Facebook. O su Facebook. Facebook, che è eroina sotto forma di byte. E i bambini, che non sono di sinistra, ma dei fascisti del cazzo. I bambini che d’inverno fanno finta di continua a leggere…

Il Vento in una Stanza (seconda ed ultima parte)

2.
I medici dicono che tra venti giorni mi toglieranno le bende.
Non so il numero di operazioni che ci vorranno per far tornare al mio viso sembianze umane.
Sul comodino, vicino al letto, c’è un mazzo di fiori. Un penoso mazzo di fiori portato dai miei compagni di classe. Ipocriti. Per fortuna quando sono venuti dormivo e l’infermiera non mi ha svegliata. Se ne sono andati via subito. Ah, benedetti sedativi.

Casa non è crollata completamente, ma continua a leggere…

Il Vento in una Stanza (prima parte)

1.
Ho tappato ogni minimo buco, ogni fessura di questa dannata stanza e, mentre dico ciò, dovrei essere alla numero centosessantadue. Più o meno.
Centosessantatré.
Centosessantacinque.
Centosessantasei.
Credo di aver fatto un ottimo lavoro. Minuzioso.
Centosessantasette.
Centosessantotto.
Certo, per fare una cosa proprio precisa ci sarebbe voluto del silicone, ma io precisa non lo sono mai stata e così mi sono arrangiata con un po’ di continua a leggere…