Papà ricordati di…

Il telefono squilla, una, due, tre volte. Paolo si sveglia, realizza che è notte e immagina che deve essere tardi, ma non pensa ad altro prima di rispondere.
Dall’altro capo del telefono una voce con un accento meridionale si presenta come Giuseppe Briguozzi, brigadiere dei Carabinieri del comando di una città che dista una quarantina di chilometri dalla città di Paolo. Il militare si scusa per aver chiamato a quest’ora, ma è per avvertirlo che suo figlio ha avuto un grave incidente con la macchina e che è stato trasportato d’urgenza all’ospedale. Non gli viene detto altro, solo il nome dell’ospedale e di recarsi lì nel più breve tempo possibile.
Fra un po’ di tempo, quando tutto questo sarà passato, Paolo si continua a leggere…

Ecco perché scrivo

E’ mentre intravedo delle briciole di pane, dei frammenti di capelli, della forfora, delle macchioline rinsecchite di sperma, un pelo rossastro del mio cane, la punta spezzata di una matita, dei minuscoli pezzi di carta, una foglia di rosmarino, una ciglia e quello che sembra proprio essere un pelo pubico, il tutto incastrato sotto i tasti del mio vecchio Acer Aspire 1642LM, che penso al motivo per cui scrivo.
Scrivo per frantumare. Frantumare tutto quello che s’è andato ad insinuare là sotto.
Scrivo perché continua a leggere…

Scilla

Alla mia Tabitha


Ho sempre pensato che esistono solo due tipi di gatto domestico.
C’è il tipo di gatto che preferisce farsi gli affari suoi, vivere una vita quasi del tutto indipendente dagli umani, che decide lui quando farsi accarezzare e quando no, quando avvicinarsi e quando rimanere lontano, quello che ti guarda diffidente e non si avvicina mai se lo chiami, nemmeno se hai qualcosa di ghiotto in mano, che resta in attesa che gli lasci il suo boccone e che te ne vai, guardandoti sempre di sottecchi finché non sei del tutto sparito. Il tipo di gatto comune insomma, quello che per lo più hanno tutti in testa quando parli di gatti. E poi però c’è il tipo di gatto che
sembra più un cane che un felino domestico, che ti segue o che ti viene sempre incontro con la coda dritta, perpendicolare alla schiena, che inizia a fare le fusa non appena lo accarezzi, che se lo tieni in braccio non scalcia per fuggire, ma, anzi, si rilassa così tanto che si addormenta, ma non prima di averti “impastato” un po’ addosso, iniziando a pigiare in modo alternato con le zampette una parte che ritiene sufficientemente morbida di te. Ecco, ho sempre pensato che …

Scarica il racconto completo:  Scilla

Grullarello (seconda e ultima parte)

Il Vampa era un contadino compaesano di Grullarello, chiamato così perché c’aveva il viso sempre un po’ ustionato dal sole e dal vino, ma anche perché era un tipo molto collerico, che s’accendeva con niente. Era uno di cui aver paura, e infatti in paese tutti ce n’avevano. Era uno che da giovane aveva sorpreso la fidanzata in atteggiamenti intimi con un altro uomo, così allora aveva ucciso a coltellate il rivale per poi costringere la fidanzata ad avere un rapporto sessuale proprio accanto al cadavere dell’amante. Era uno che tutti sapevano come trattava continua a leggere…

Grullarello (prima parte)

A Renzo, a sua figlia e a tutti gli altri…


1.

Stefano era contento da morire quella sera: suo padre gli aveva lasciato la Golf per uscire con Silvia. Oh, da quanto sognava di farlo… Eh ma quella era una serata speciale: Stefano aveva portato Silvia a cena a casa sua, per annunciare ai propri genitori che si sarebbero sposati.
Quando Stefano e Silvia avevano dato la notizia ai genitori di lui, la madre di Stefano abbracciò entrambi alternando lacrime a larghi sorrisi mentre suo padre, per festeggiare, aveva continua a leggere…

Mio fratello non è figlio unico

1.
Mio fratello è sempre stato troppo buono.
Questa cosa può essere una qualità, ma solo se incontri persone che sanno apprezzarla. Che non se ne approfittano. Perché al giorno d’oggi esser buoni per molti è un handicap, sinonimo di ingenuità, stupidità.
Là fuori c’è una giungla, dove gente come mio fratello, da sola, non so se sopravviverebbe.
Fin da piccolo ho dovuto proteggerlo un sacco di volte.
Lui è più grande di me di due anni, ma in pratica sono stato sempre io a fare il fratello maggiore.
A scuola, spesso lo trovavo a ricreazione in giro per il corridoio, senza merenda. Chi gliela aveva presa non per forza gliela aveva rubata, bastava chiedergliela e lui, senza esitare, ti consegnava continua a leggere…

Questione di sangue

Domenica 9 agosto h.10:30

Forse è un bene. È un bene che per un po’ di giorni lei se ne andrà via da qui. È un bene per me, è un bene per lei. Sì, deve andarsene. Via. Via da me, dai miei occhi e dal mio desiderio.

Dalla macchina, la vedo sorridermi, salutarmi e, mentre lo fa, io non riesco a non immaginarla nuda. Nuda sul suo letto, vestita solo della sua pelle rosa pallido e coperta solamente da quel suo odore dolce e caramellato.
Mi saluta e mi sorride.

Per quanto sia doloroso per me, è comunque una fortuna il fatto che continua a leggere…

Il ragazzo della stanza numero 16 (quarta e ultima parte)

Non so quanto ci mise, so solo che fu terribile: nella mia mente solo pensieri terribili ed angosciosi, però poi tutto scemò. Non mi calmai completamente, perché continuavo a sentire quel pianto, ma se non altro ora riuscivo a pensare in maniera più razionale.
In uno sprint di coraggio, ora che il panico si era placato, decisi di andare al bagno, verso la fonte di quel lamento. Uscii dalla mia camera e accesi la luce del corridoio: non c’era nessuno, tutti erano nelle loro stanze: mamma e papà nella loro, James nella sua.
Attraversai il corridoio ed andai in bagno. Poco prima di oltrepassare la soglia della porta però, il lamento cessò. Trassi un profondo respiro ed entrai.
Accesi la luce ma non c’era nulla. Solo una terribile puzza di continua a leggere…

Il ragazzo della stanza numero 16 (terza parte)

Dovetti lottare per resistere alla tentazione di gettare via anche quel pezzetto di carta: anche se il solo pensiero di averlo con me mi mandava fuori di testa, pensai che dovevo tenerlo per farlo vedere ai miei, come prova per dimostrare che non ero pazzo.
Neanche a dirlo, fu tutto inutile: quando tornai a casa, quando mi trovai di fronte ai miei per fargli vedere quel maledetto biglietto, non lo trovai più. Frugai un bel po’ tra le mie tasche, ma niente. Il foglio era scomparso. Risultato: anche se fecero di tutto per non darlo a vedere, feci preoccupare ancora di più i miei.

Quella sera, per stemperare l’atmosfera, mio padre ci portò tutti al luna park: me, la mamma e James. E devo dire che fu una continua a leggere…

Il ragazzo della stanza numero 16 (seconda parte)

…avevo degli amichetti nel Rhode Island, ma di sicuro una volta venuto qui non riuscii proprio a farmene di nuovi. Quel cambiamento non mi fece un granché bene e qui non trovai molta accoglienza. Trovai una mentalità contadina, molto provinciale, abituata ad avere paura del forestiero. Una volta bollato come quello “di fuori”, lo restai per sempre. Per reazione anche io mi chiusi al mondo. Se loro non mi volevano, allora non li volevo neanche io.
Non pensi, dottoressa, che la cosa sia stata difficile o molto triste. Non sono stato male senza amici. Diciamo che, quando ti abitui alla solitudine, alla fine non stai poi così male.
Ariel mi chiede di continuare con la storia del pacchetto regalo.
Pensai che aprire il pacchetto mi avrebbe aiutato a capire. Capire chi continua a leggere…